Intervista a Luca Rachetta

di Carlotta Susca

Temperamente ospita una nuova intervista: a Luca Rachetta, autore de La guerra degli Scipioni, recensito qui; gli facciamo qualche domanda sul suo romanzo.

Il cognome dei protagonisti non sembra casuale: è intenzionale il riferimento al circolo latino che proponeva innovazioni in campo culturale? Se sì, i tuoi protagonisti sembrano desiderare non una innovazione, ma un recupero dell’autenticità: è così?

Ho scelto il cognome Scipioni, carico di suggestioni che fanno risuonare i grandi avvenimenti della storia e gli echi della leggenda, per operare una sorta dicontrasto “comico” con la quotidianità e la “normalità” dei protagonisti del romanzo, lontani anni luce dalla dimensione del mito e immersi fino al collo nella prosaicità delle vicende dell’uomo contemporaneo. Il titolo La guerra degli Scipioni, che prima di iniziare la lettura del romanzo potrebbe sembrare roboante e pretenzioso, rivela, pagina dopo pagina, il suointento parodistico e dissacratore, rivolto a una realtà mediocre che, dei fasti dell’antichità, mantiene soltanto il guscio vuoto di un nome che si qualifica come il relitto di una dignità (o autenticità, come hai detto tu) che l’uomo di oggi sembra aver perduto.

I personaggi principali sono tre: “Il professore, il misantropo e il nevrotico sentimentale”; una domanda per ogni personaggio:
Il “professore” viene presentato al ritorno a scuola, mentre compila mentalmente una sorta i catalogo degli eroi, solo che i suoi colleghi sono piuttosto degli antieroi. Il disagio di Giovanni nasce dalla constatazione che la scuola ha perso il proprio ruolo formativo, configurandosi come una azienda disinteressata agli alunni?

Giovanni Scipioni ha in effetti coscienza di quanto sia difficile agire in campo scolastico oggi come oggi, non solo perché talvolta è la stessa istituzione scolastica a non mettere gli insegnanti nelle migliori condizioni per operare (classi troppo numerose, risorse finanziarie inadeguate, poca convinzione nel tutelare la dignità e la professionalità dei docenti e altro ancora), ma anche perché, se la società è sempre più complessa, labirintica e priva di valori, una volta che essa fa irruzione nelle aule sotto forma di alunni o di genitori, tutti col loro gravoso fardello di problemi, chi si trova dietro la cattedra viene chiamato a compiere un’impresa di contenimento e di educazione di proporzioni assolutamente titaniche, dunque di assai incerta realizzazione.

Eppure il disagio di Giovanni ha un’origine che precede e va oltre la sfera professionale, un’origine che concerne il rapporto che qualunque individuo deve intrattenere con chi gli sta di fronte, col vicino, in definitiva con gli altri membri della società, coi quali inevitabilmente bisogna scendere a compromessi per salvare i presupposti e i vantaggi della vita in comune. Come tutti gli uomini, anche Giovanni è un “io” che, a volte, fa molta fatica a dire “noi” quando deve esprimere un proprio desiderio e comunicare la propria intenzione; è un “io” che misura e giudica la vita secondo i parametri della propria sensibilità, che, ovviamente, è diversa dalla sensibilità della dirigente, del collega, del genitore o dell’alunno, così come da quella della moglie e della figlia. Per questo, a mio avviso, il suo disagio è quello di chiunque altro, del professore ma anche del medico, dell’impiegato e della casalinga. E tale condizione, inevitabilmente, lo porta sovente ad essere assai critico nei confronti degli altri, vale a dire nei confronti dei carnefici della propria libertà individuale.

Il “misantropo” è considerato pazzo, ma è uno di quei casi in cui i folli sono più lucidi dei “sani”?

In un certo senso, direi di sì. Certo, Antonio Scipioni è eccessivo nel giudicare impietosamente il prossimo e finisce così con lo scivolare in una forma di misantropia che lo rinchiude in un mondo tutto suo, organizzato secondo un criterio manicheo che fa di lui il bene assoluto e degli altri il male incarnato. Tuttavia mi piace pensare che Antonio Scipioni, nella sua ossessione maniacale, dimostri comunque sprazzi di lucidità nel sentire che nel mondo c’è qualcosa che non va, qualcuno che approfitta della propria posizione e rimane per di più impunito. Sì, direi proprio che prima di bollare Antonio come folle “tout court”, bisognerebbe pensarci un attimo, come quando ci si trova davanti a certi “folli” pirandelliani o a quella galleria di inetti e di buffi che la letteratura umoristica, a me molto cara, ospita nelle proprie pagine.

Il “nevrotico sentimentale” è in realtà un uomo che si chiede cosa sia giusto fare quando la propria relazione è ad un punto morto: sembra che si interroghi in profondità sulla propria vita, rifiutando il conformismo matrimoniale. “Nevrotico” è l’aggettivo che gli viene attribuito guardandolo dal punto di vista della società, che tende ad eliminare i problemi e a livellare le anomalie?

Paolo Scipioni è impegnato fin dall’inizio del romanzo in un’indagine che dovrebbe portarlo alla conquista di una verità fondamentale, a partire dalla quale, a seconda della natura che essa rivelerà, sceglierà se rifondare la propria esistenza o puntellare, al contrario, la struttura già edificata, al momento vacillante e poco confortevole; si pone cioè un problema cui altri preferiscono non pensare, a cominciare, a ben vedere, dal fratello Giovanni, il quale si mostra infastidito dalla crisi di Paolo proprio perché apre profondi interrogativi anche sul rapporto che egli stesso ha con la moglie Elsa, venato di difficoltà e di dubbi che giacciono sopiti tra le spire di una rassicurante quanto apparente stabilità.

Una interpretazione “letterale” dei protagonisti del romanzo può consegnare al lettore l’impressione di un personaggio serio e affidabile, Giovanni , alle prese con due fratelli privi, per un motivo o per l’altro, di equilibrio emotivo e, per giunta, in piena crisi esistenziale, anche se, ad un secondo livello interpretativo, si può scorgere che Antonio e Paolo rappresentano in fondo la versione estremizzata dei problemi e del conseguente disagio che lo stesso Giovanni vive giorno dopo giorno, per quanto si sforzi di tenerli compressi e arginati nell’alveo della propria intimità.

I tuoi alunni hanno letto qualche tuo libro? Che ne pensano?

Sì, alcuni alunni mi hanno riferito di aver letto qualche mio libro, così come i loro familiari. Talvolta è successo che i genitori, per invogliare i figli alla lettura, abbiano cercato di stimolarli proponendo loro un libro scritto da quel singolare e a volte carismatico personaggio chiamato professore di lettere, con cui in classe vivono un rapporto di amore e odio (dall’indifferenza Iddio ci scampi e liberi!), I miei studenti, a non voler considerare quelli che sono passati alle scuole superiori, non superano però i quattordici anni, perciò non credo che sia a loro che debbano rivolgersi i miei testi. È capitato tuttavia che gli alunni di una scuola di un’altra città abbiamo preparato, due anni or sono, una rappresentazione teatrale ispirata ai primi racconti brevi da me scritti e pubblicati, e devo dire che il risultato è stato sorprendente, in particolare per come si sono immedesimati nella situazione descritta in uno di questi racconti e per come sono riusciti a trasferirla sulla scena.

Nella scuola in cui insegni ci sono molti alunni-geranio e molti spinti dalla famiglia a cercare la perfezione?

Qualcuno dice che il piacere della lettura non possa essere inculcato, ma debba nascere spontaneo. Perciò niente forzature e costrizioni. Giusto, ma senza qualche piccolo obbligo come si fa a creare nei meno motivati le condizioni favorevoli alla nascita di quella minima attrazione per la lettura che tutti dovrebbero avere? Io attuo una sorta di bombardamento a tappeto con proiettili cartacei: frequentazione della biblioteca della scuola, prestito di libri anche per i più riottosi, costretti così quanto meno ad annusare il profumo delle pagine, progetti di lettura con il coinvolgimento di esperti nel campo della letteratura per ragazzi, lettura in aula di parecchie pagine antologiche riconducibili ai generi più disparati … Il tutto in modo da proporre agli studenti un ampio campionario della letteratura disponibile, nella speranza che trovino, prima o poi, il “loro” libro o il “loro” genere… Nella speranza che scocchi quella scintilla di interesse che faccia divampare (non poniamo limiti alla Provvidenza!) l’incendio della passione per i libri.

Un saluto a Luca Rachetta e ai nostri lettori dalle vostre incendiate amiche Temperate!

2 Discussions on
“Intervista a Luca Rachetta”
  • Un’intervista davvero interessante. Molto profondo anche il discorso relativo al mondo scolastico e ai problemi degli adolescenti: è raro trovare professori di lettere davvero appassionati al loro lavoro, tanto da fare di tutto per far nascere la passione per la lettura nei loro studenti. Complimenti!

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