“Altri destini” – Walter G. Pozzi

Scrivere “una storia degli anni Settanta” in Italia non è facile. Probabilmente perché molte questioni sono ancora poco chiare e chissà se riusciremo mai a chiarirle. Certo, la versione ufficale c’è, ci sono i colpevoli decretati con i nomi sono già segnati dalla storia, ma la faccenda in sè resta confusa, i contorni smarginati, e per la maggior parte delle persone quei fatti appartengono a un epoca problematica, sentita come lontana, carica di brutture e idealismo.

Walter G. Pozzi ci ha provato a scrivere una storia degli anni ’70, con la volontà di inaugurare quella che lui stesso ha poi definito la “letteratura della tensione“, definendola come “necessaria nel nostro asfittico panorama letterario, a cui appartengono romanzi che tentano di mettere in luce l’operato di uno Stato, com’è il caso dell’Italia, che dal dopoguerra in poi ha costretto, e tuttora costringe, la popolazione in una condizione di perenne strategia della tensione”.

Max Zeri e Danilo Graf hanno una fotografia che non doveva essere scattata e idee politiche che non dovevano (secondo alcuni) mai essere concepite, men che meno pubblicate per un quotidiano. Oscar e Roman sono invece adulti che trascinano i traumi dell’adolescenza in un presente irrisolto. Nel “Vertice” di Altri destini intravediamo la vera “Autonomia operaia”, nelle brutali e assurde vicende carcerarie di Max, ci sono ovvi riferimenti a Toni Negri, ma anche rimandi a Cesare Battisti. La fragilità  del nostro sistema giudiziario – che ha permesso l’arresto preventivo, costringendo uomini liberi a stare in gattabuia senza vedersi neanche formulate delle precise accuse -, viene traslata sui personaggi principali; l’autore può così denunciare tutta l’insensatezza della cultura dell’emergenza e l’iniquità dei mezzi di “protezione dello Stato” utilizzati durante il Processo del 7 Aprile, cui il romanzo si rifà. Senza mai dimenticare l’aspetto soggettivo delle vicende, la narrazione procede in un gioco di flashback, saltando spesso da un personaggio all’altro, dalla Storia alle storie,  in sagaci quanto esplicativi passaggi dal generale al particolare e viceversa.

Ancora due parole sullo stile del romanzo. Pur ispirandosi a fatti realmente accaduti, Altri Destini non ha un carattere cronachistico o reportistico, ma anzi, possiede uno stile molto personale e liminale. I personaggi sono ricchi di sfumature e umane debolezze, ne si conoscono le paure e i pensieri più nascosti. Questa scelta, che ha il pregio di avvicinare “il fatto” alle persone, è anche espressione di un impegno civico deciso a mostrare le persone, se non le cose, così come sono, andando oltre tutte le parole, buone o cattive, di chi ha montato su di loro vaste apologie oppure tremende accuse, nel tentativo di recuperare un po’ di chiarezza e di stimolare una facoltà tutta umana: la memoria.

Azzurra Scattarella

Walter G. Pozzi, Altri Destini, ed. Paginauno, 2011, € 14

Scrivere “una storia degli anni Settanta” in Italia non è facile. Probabilmente perché alcune cose sono ancora poco chiare e sembra che ci vorrà ancora tempo per chiarirle

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