Intervista 2011 a Luca Rachetta

la setta dei giovani vecchidi Carlotta Susca

Seconda intervista (qui la prima) di Temperamente a Luca Rachetta, in occasione della pubblicazione del libro La setta dei giovani vecchi (recensito qui).

La tematica di fondo del libro è la stessa della Guerra degli Scipioni, ma con una punta di amarezza in più: si tratta sempre di un momento di crisi esistenziale, ma sembra che il tuo atteggiamento sia ancora più disincantato e meno propenso a credere che ci siano soluzioni. È così?

Il tema dominante del romanzo è la precarietà, ovvero l’instabilità delle umane vicende, particolarmente sentita nella società odierna e ancora di più da chi si trovi in quel momento anagrafico in cui vorrebbe fondare le basi della propria vita futura e della propria realizzazione personale, avvertendo però allo stesso tempo che avrebbe dovuto averlo fatto già da un po’. A dire il vero la storia de La setta dei giovani vecchi vuole essere provocatoria, come provocatori sono i personaggi stessi del romanzo, eccessivi, iperbolici, maniacali e giunti ormai al punto di non ritorno del loro pessimismo storico: per questo il clima di sfiducia che scaturisce dalla pagine non deve essere inteso come l’esatto punto di vista dell’autore, ma, se vogliamo, come uno scenario tragicomico che funga da monito nei confronti di sviluppi sociali in atto che rischiano di degenerare ulteriormente, in particolare se vengono meno, insieme alle prospettive di realizzazione professionale e personale, anche i baluardi valoriali della famiglia e della fiducia in chi ti sta vicino. Ecco, forse proprio la dimensione della famiglia, che ne La guerra degli Scipioni, seppure incrinata, resisteva ancora, qui è latitante e non lenisce la crisi dei personaggi.

Quali pensi che siano le cause sociali e storiche della condizione dei quarantenni di oggi, troppo giovani per sostituire la generazione precedente ma troppo vecchi per stare ancora ad aspettare?

I quarantenni del romanzo sono “giovani” in quanto tale aggettivo la società odierna lo concede anche a loro, perché è aumentata la durata media della vita e le prospettive e i tempi dell’uomo occidentale si sono dilatati. Il sospetto dei protagonisti del romanzo, però, è che il motivo sia un altro: tenerli buoni con un aggettivo gratificante ma di comodo, funzionale a convincerli che tutto sommato possono ancora attendere la piena realizzazione personale, rinviando a data da destinarsi il redde rationem con le loro aspettative di partenza. Ma questi quarantenni sono purtroppo anche “vecchi” non tanto perchè la vera gioventù se n’è ormai andata, ma piuttosto perché sono intimamente sfiduciati e disillusi, sul punto di deporre le armi.

La gerontocrazia non esiste in quanto organizzazione deputata a frustrare le velleità dei giovani, ma come allegoria di una società cristallizzata determinata dalle generazioni precedenti e assai avara di sbocchi per i più giovani. E il conflitto generazionale, sempre esistito sin dalla notte dei tempi, è incattivito oggi dalla frustrazione dei giovani, che, accusando i vecchi della loro infelicità, danno alla propria insoddisfazione un corpo e per certi aspetti un capro espiatorio. È comunque vero che, sotto molteplici punti di vista, hanno ragione ad essere critici nei confronti di chi fa o ha fatto poco per metterli nelle condizioni di realizzarsi, come, ad esempio, chi in un recente passato ha agito in campo politico secondo una logica gestionale e quasi mai di programmazione, mostrandosi più incline a cercare facili consensi e ad amministrare un sistema clientelare di comodo che a chiedere sacrifici e a introdurre misure realistiche funzionali a garantire maggiori possibilità alle generazioni a venire. Per dirla come il protagonista del romanzo, Giovanni Eufemi, «la generazione dei padri non sempre ha a cuore la sorte dei figli…». O almeno così può sembrare.

Credi che sia alto il rischio che molte persone preferiscano smettere di tentare di avere un ruolo nella società e farsi – in un modo o nell’altro – da parte?

Temo che il rischio che qualcuno si faccia da parte in modo perlopiù inconsapevole sia consistente, tanto nelle forme di uno scivolare silenzioso nel limbo dell’apatia quanto di un soffocare lento e agonizzante nelle spire di un vittimismo sordo  e disperato. Parlo in particolare degli individui più deboli, non già dal punto di vista della preparazione culturale e professionale o da quello economico, ma piuttosto sul piano emotivo e caratteriale, per una innata incapacità di reggere i ritmi frenetici della modernità, di scendere a compromessi a scapito della propria dignità, di reggere alle tensioni e ai conflitti e di rassegnarsi alla precarietà imposta dalla società contemporanea. Se la fase della “crisalide” di cui parla Giovanni Eufemi dura troppo a lungo, la persona più fragile delle altre perde la speranza di divenire farfalla e avvizzisce a poco a poco, accartocciandosi su se stessa e adagiandosi tristemente sulla propria condizione di “crisalide sociale”, condannata dalla società a un’esistenza incompiuta.

Hai cambiato Casa Editrice per pubblicare il tuo nuovo libro: cosa deve garantire un editore, per fare bene il proprio lavoro?

Il lavoro di uno scrittore non si conclude con la pubblicazione dell’opera, ma continua con la fase della promozione, consistente, per quanto riguarda il suo ruolo specifico, nella presentazione del libro al pubblico e nel confronto coi propri lettori e coi lettori potenziali. Partendo da queste premesse, credo che una casa editrice  debba offrire occasioni di visibilità ai propri autori in tutti i modi possibili, non solo inviando copie del libro con preghiera di recensione a riviste e giornali, ma anche ponendo l’opera al centro di iniziative quali fiere e festival del libro con annessi eventi promozionali, presentazioni presso librerie e quant’altro possa integrare gli sforzi che ogni scrittore compie individualmente per farsi conoscere nel proprio territorio, sfruttando amicizie, conoscenze e quella buona dose di faccia di bronzo senza la quale né lo sconosciuto imbrattapagine né il talento cristallino ma di fama oscura vanno da qualche parte. Sembrano cose ovvie, ma non tutte le case editrici lo fanno, accontentandosi talvolta di ammortizzare i rischi di un fallimento editoriale coi contributi chiesti agli autori stessi. Aggiungerei poi l’importanza del rapporto diretto tra scrittore e casa editrice, che non deve ridursi a una comunicazione via mail o telefonica ma deve fondarsi sulla conoscenza diretta e su un dialogo foriero di consigli e di scambi di opinione, nell’ottica di una effettiva e fruttuosa collaborazione.

Grazie, e a rileggerti.

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