Intervista ad Alessandro Vetuli

Oggi ospitiamo nel nostro salotto letterario Alessandro Vetuli, un poeta emergente la cui raccolta di poesie, Come la pietra e il vento , abbiamo recensito su Temperamente. Posizioniamo subito la nostra lente di ingrandimento sull’anima di un giovanissimo scrittore di testi poetici.

Qual è stata la prima poesia che hai letto?

Se non ricordo male “Spleen” o “Inno alla bellezza” di Baudelaire

Quando hai iniziato a scrivere?

A 15 anni tenendo un diario. La poesia è stata una meta involontaria, la scrittura ha subìto una progressiva evoluzione-maturazione passando da una scrittura diaristica incalzante, concentrata soprattutto su un’immagine finale e sulla violenza espressiva (elementi che sono confluiti nella poesia), ad una scrittura intimistica che va dal particolare all’universale e approda all’ultima immagine, che funge da granata visiva, attraverso una serie di micce lessicali e immaginifiche che io chiamo “microtraumi” per giungere appunto all’esplosione finale; vera scossa della poesia, epicentro e densità del messaggio. Questo il passaggio ma non è uno schema fisso precostituito.

Qual è il tuo rapporto con la narrativa e cosa preferisci, invece, nei componimenti poetici?

Purtroppo non ho un buon rapporto con la narrativa e con la prosa, è un rapporto abbastanza ostico e sfortunatamente pregiudiziale; uno dei motivi è che la narrativa mi ha dato e insegnato sempre meno di quanto abbia fatto la poesia. Ne leggo veramente poca e su quei pochi libri che leggo sono molto attento, prediligo autori americani come Kerouac, Hemingway, Flannery o Connor, Curson Mccullers  e autori giapponesi soprattutto Natsume Soseki e Miyazawa Kenji. La prosa che leggo è più una prosa spirituale per esempio amo moltissimo Terzani, un vero maestro e ultimamente un libro che mi ha colpito molto per la sua pregnanza pur nella sua estrema, quasi povera semplicità, è stato “ Il pane di ieri ” di Enzo Bianchi. Per il resto è una conoscenza difficile che dipende anche da cosa si cerca in quel determinato momento come sai meglio di me; diciamo che preferisco la saggistica. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, amo la poesia che punta sulle immagini, sul surrealismo dell’immagine, sulla metafisica dell’immagine; i nodi sono sicuramente, come avrai notato dalla mia raccolta, Rimbaud e Dylan Thomas per la sua “poesia biologica” che “cerca la carne sulle ossa” sentendo trasudare la vita come sangue e liquame. Un’enorme forza visiva l’hanno anche Odisseas Elitis e Eunice Odio, con il suo erotismo esistenziale e metafisico che fa degli amplessi una sorta di cerimonia religiosa che coinvolge la natura; Elitis , con i suoi paesaggi marini corrosi dalla sale e dall’olio e con i suoi fantasmi salvifici che aleggiano tra i mirti e le rocce. L’erosione e la consunzione di questi paesaggi aspri aperti dal mare e incrostati dalla salsedine sono gli sfondi in cui emerge l’essere nella sua interezza , come in Derek Walcott; insomma sono un amante della “poesia rugosa”. Leggo molto la poesia che come questa, celebra la forza primigenia della vita e della natura ma attraverso la semplicità e il quotidiano riscoprendo quella che Saba chiamava “la verità che giace al fondo” quindi Mariangela Gualtieri, Claudio Damiani, Rondoni, Luzi, Bertolucci, Ungaretti, Saba, Scotellaro e soprattutto Antonia Pozzi. Sono interessato sempre al binomio oscurità visiva e verbale del messaggio / limpidezza visiva e verbale del messaggio; i versi di David Maria Turoldo incarnano questi contrasti complementari , è anch’esso tra quelli che preferisco ed è sfortunatamente poco conosciuto ma leggendolo si comprende molto dell’uomo contemporaneo. Anche perché un frate-poeta malvisto e contro le gerarchie che pensa a curare il suo orto e a parlare con gli uomini attraverso la grata aperta di quel confessionale che è la poesia, secondo me, è proprio quello di cui avremmo bisogno ancora oggi. E poi potrei continuare con Milo De Angelis , la Merini , Bigongiari e l’ermetismo fiorentino ma il tempo stringe…

Dove scrivi di solito? Preferisci elaborare l’ispirazione o far sì che la penna si lasci guidare immediatamente da essa?

Dunque , dipende se sono fuori casa o no. Di solito ho sempre con me taccuino, matita e gomma ma se sono a casa e la scrittura è di getto, scrivo al computer. Anche l’elaborazione o l’istintività dipendono dal moment , comunque ho notato che se scrivo sul taccuino non elaboro quasi mai (al massimo qualche intaglio o ritaglio finale), mentre se scrivo al computer non riesco a procedere secondo “ispirazione -espirazione” ma elaboro e la poesia impiega più tempo a prendere forma.

Palahniuk, nel suo libro “Soffocare”, scrive che l’arte deriva sempre dalla sofferenza. Nonostante tu sia molto giovane, i tuoi componimenti sono carichi di una soave amarezza. Credi che sia il dolore a spingere l’uomo a scrivere?

Credo che sia la vita che porti l’uomo a scrivere, specialmente il poeta. In verità è un luogo comune questo fatto della sofferenza come spinta alla scrittura , certo se ripercorriamo all’indietro la letteratura, raramente troviamo poeti che abbiano cantato per esempio un amore appena consacrato piuttosto che l’abbandono, basti pensare a Saffo. Questo per una tendenza innata che è in noi a ritenere ovvia la gioia e unica la sofferenza e oggi credo che la situazione si sia completamente ribaltata se ti guardi intorno. Se soffrire fosse una moda potremmo dire di essere una civiltà di stilisti, con tutto quello con cui ci bombardano costantemente. Diciamo che il problema è questo, che dentro il poeta “il mondo arriva a ondate” come dice Antonella Anedda, e ci si ritrova a dover indirizzare tutta quest’acqua, darle un nome, canalizzarla, annegarci, nuotarci, berla o darla da bere. E questo compito lo ha la poesia che è sostanzialmente piscina, diga o borraccia. La “soave amarezza” che avverti nei miei componimenti  non è altro che una patina e una tappa; la vera meta è la vita. Credo molto in ciò che diceva Celan “ Dice il vero chi dice ombre”, infatti come hai visto la silloge è divisa in due parti “La pietra” e “Il vento”; nella prima e nella parte dedicata a Rimbaud racconto proprio la verità, la crudele sincerità e devastazione di queste ombre, che appaiono come le ombre personali di un giovane ma sono le ombre di tutti. Solo che io avverto il bisogno di denunciarle, di raccontarle e di vendicarle con la speranza che qualcuno, anche solo tu o i miei coetanei, si ponga delle domande. Tutto per approdare al “Vento”  che è l’alleggerimento, il liberarsi dalla gravità e dai lamenti inutili, il ritorno alla semplicità e alle cose piccole, una poesia “pane e olio”, un canto per ripopolare la città interiore dopo le radiazioni, una mano amorevole pronta a rispiegare il significato della semina. E concludo con le parole di Luzi che sono il significato di quella patina amara che ti dicevo poco fa: “La pace / se verrà, ti verrà per altre vie / più lucide di questa, più sofferte; / quando soffrire non ti parrà vano / ché anche la pena esiste e deve vivere / e trasformarsi in bene tuo e altrui”.

Sei un grande amante della poesia di Rimbaud, tanto che hai deciso di dedicargli l’ultima parte della tua raccolta di poesie. Cosa scorgi nelle sue opere?

Rimbaud è la crisi, è il coagulo, è il grumo di tutto ciò che può sentire un essere sensibile tradotto in versi e questo è impressionante per un adolescente che lo legga la prima volta, ne viene subito catturato e ci si rispecchia, come è successo a me quando lessi “I deserti dell’amore”. Un poemetto prodigioso se lo leggi a 17 anni e ti accorgi che questo ragazzino riesce a contenere in una sola frase la perdita: “Davvero quella volta piansi più di tutti i ragazzi sulla terra”; la fuga di qualcuno che aveva davvero amato per un istante , una donna che anche nella sottrazione continuava a parlargli. Rimbaud è, luzianamente parlando, “la vita che cerca la vita”, la vera vita, ma non la raggiunge mai se non attraverso una via crucis autoindotta o attraverso il male che lo consumi fino a spolparlo. Allora Rimbaud è anche accettazione della privazione sotto questa luce, è la nostra condizione di privazione che, tornando al poemetto di prima, potrebbe essere rappresentata per un ragazzo che lo legga proprio dall’essersi lasciato in modo “violento” con la sua ragazza. Rimbaud è l’osso, è tutto ciò che essenziale in poesia, in amore, nella vita quotidiana; la fame di libertà, queste fughe continue da casa, il doveroso nutrirsi del “biscotto della strada” sennò non ci si sente mai sazi, si rimane sempre lontani da casa; dove la casa non è la casa fisica di pareti e cemento, la vera casa , come nella vita , è la strada, è il viaggio, è il cammino, forse è proprio il non avere casa. “ La lettera del veggente” e “Il battello ebbro” sono il corrispettivo poetico di questo viaggio, un viaggio d’amore, un viaggio doloroso, un viaggio con esiti incerti ma che sarà comunque unico. Rimbaud è stata una trave che volontariamente si è aperta in due per constatarsi nella spaccatura, le sue parole una tanica di benzina tutta svuotata in “Una stagione all’inferno” di cui lui stesso era il fiammifero e tutto mi è apparso, e tuttora mi appare, così vicino… Perché infondo Arthur Rimbaud è il poeta – persona sensibile come lo vedo io: una persona che sente la vita nella carne, una persona che si consuma perché ha fede in qualcosa e disperatamente spera, una persona che non riesce ad essere indifferente di fronte ad altri umani, una persona che ama il sole a livello viscerale e deve sempre sentire il caldo , deve avere sempre una sua Africa dentro di sé e vicino a lui; se vuoi un’Africa con volto di donna, che ti sorrida e ti tenga per mano e che ci mostri che, nella calura e nell’estate che cerchiamo, possiamo vivere leggeri e che il prezzo da pagare non sia ogni volta, metaforicamente, un arto amputato.

  

 Qual è la tua speranza per il futuro della poesia e quale pensi possa essere l’espediente adatto a spingere i lettori ad avvicinarsi a questo mondo, spesso erroneamente accostato soltanto agli addetti ai lavori?

La mia speranza, forse più un’utopia, è che le persone capiscano che la poesia è assolutamente necessaria perché ci aiuta a “mettere a fuoco la vita”, non è una cosa che può essere a lungo costretta nelle (il)logiche di mercato perché ci sono molto altri ragazzi che scrivono come me e che costituiscono un urlo sotterraneo. La mia speranza è che le grandi librerie editrici capiscano che è inutile stringere sempre di più lo scaffale di poesia tenendo 15 libri di numero che sono poi i classici, perché se le persone sono in cerca di qualcosa e lo trovano nella poesia , è giusto aiutarle, è giusto darglielo. La poesia non si legge più a mio avviso per due motivi: primo, perché è imbrigliata nell’accademismo più gretto; appena dici “poesia” una persona comune pensa a Dante , Foscolo ecc… (questo perché oltretutto, spesso, nelle scuole la poesia è imposta per varie ragioni) sopprimendo così la curiosità. Il secondo motivo è che non c’è selezione, ormai tutti scrivono poesia, è vero, tutti pagano pur di vedere il loro libro pubblicato e molti editori lucrano su questo facendo pagare (cifre indescrivibili)  per realizzare questi sogni nel cassetto; tralasciando poi il loro vero lavoro: la scrematura, la selezione, la distinzione tra “buona poesia” e “cattiva poesia” cosicché il lettore che si avvicina a questo mondo non sa se sia meglio il mio libro, quello del mio portiere o quello del fruttivendolo. Quindi ripiega su Ungaretti o Montale in modo da andare sul sicuro, oppure prende direttamente la scorciatoia: si astiene dal comprare poesia e compra un best seller che il cartellino arancione rivela che ha venduto “più di 2.000 copie” e da cui è stato tratto il film.

Ringraziamo Alessandro Vetuli per averci fatto conoscere il suo mondo poetico.

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