Lost in translations. Umorismo da traduzione: ridere fra le lingue nei libri.

È trascorso un mese dall’ultima puntata di questa rubrica, e la bestia nera del traduttore, quel famigerato humour tanto difficile da tradurre di cui abbiamo parlato la volta scorsa, ha proseguito nella sua strage di buone intenzioni; giochi di parole, battute mordaci, spiritosi riferimenti alla cultura della lingua di partenza (quella cioè da cui si traduce) sono stati trangugiati con molto gusto da questo spietato predatore, che al traduttore ha lasciato poche insipide briciole.

Ma non sempre l’umorismo riesce ad avere la meglio sull’impavido che cerca di tradurlo; a volte, chi si cimenta nell’impresa è un avversario più tenace del previsto e la bestiaccia, colta di sorpresa, cerca di divincolarsi, si dimena, ulula disperatamente ma alla fine, braccata da un dizionario dei sinonimi e dei contrari, presa a calci da un’inaspettata corrispondenza fra lingua di partenza (nel nostro caso l’inglese) e lingua d’arrivo (ovviamente l’italiano), si ritrova davanti il nemico più crudele: una geniale intuizione del traduttore, e l’umorismo in fuga, contuso e confuso, è costretto alla resa.

Dopo la scorsa puntata, che metteva in luce le difficoltà nel tradurre lo humour nei telefilm, portando a esempio il caso della sit-com americana Friends, questa volta la nostra attenzione è tutta rivolta al mondo della letteratura, perché anche un libro (soprattutto un libro, a volte) può far sorridere o addirittura ridere chi se lo trova fra le mani.

Esempio n°1: Le zie non sono gentiluomini

AuntsArentGentlemenQuando si parla di umorismo, il nome dello scrittore inglese P.G. Wodehouse non può non salire subito alle labbra. Autore prolifico di romanzi umoristici strepitosamente surreali, popolati da personaggi sgargianti e brillanti, il Nostro non si risparmia giochi di parole e fraintendimenti linguistici; inoltre, i suoi libri pullulano di riferimenti culturali, dalla letteratura alla storia, di cui qualche personaggio fanfarone fa sfoggio nel tentativo di apparire più erudito di quello che è in realtà.

Nel brano qui riportato, tratto dal romanzo Aunts Aren’t Gentlemen (in italiano: Le zie non sono gentiluomini), l’io narrante Bertie Wooster è impegnato in una surreale conversazione con il fido Jeeves, il maggiordomo che ne sa una più del diavolo e che è una figura ricorrente nelle opere di Wodehouse; argomento della discussione, certe macchie pruriginose comparse sul petto di Bertie (la prima battuta del dialogo è di quest’ultimo):

“…You have to take a firm line with spots. Remember what the poet said.”

“Sir?”

“The poet Ogden Nash. The poem he wrote defending the practice of scratching. Who was Barbara Fritchie, Jeeves?”

“A lady of some prominence in the American war between the States, sir.”

“A woman of strong character? One you could rely on?”

“So I have always understood, sir.”

“Well, here’s what the poet Nash wrote. ʻI’m greatly attached to Barbara Fritchie. I’ll bet she scratched when she was itchy’. But I shall not be content with scratching. I shall place myself in the hands of a competent doctor.”

Si riporta subito la traduzione italiana a cura di Elena Spagnol:

le zie non sono gentiluomini«…Io invece penso che una grattatina ogni tanto ci vuole, anche perché non credano di essere le padrone loro. Comunque, oltre a grattarmi farò un’altra cosa, mi metterò nelle mani di un bravo medico.»

Come il lettore avrà notato, nella versione italiana del romanzo non vi è più traccia del lungo dialogo fra Bertie Wooster e Jeeves sulle macchie, Ogden Nash e Barbara Fritchie. E il perché è presto spiegato: entrambi i riferimenti culturali, sia quello letterario al poeta Nash che quello storico all’unionista del Maryland Barbara Fritchie, sono infatti poco noti ai lettori italiani. Le frasi che comprendevano il divertente dialogo fra i due personaggi, quindi, sono state cucite insieme, evitando anche l’aiuto di una nota esplicativa a piè di pagina, che avrebbe potuto dare conto brevemente di chi fossero Nash e Fritchie, ma che avrebbe anche rischiato di rallentare la narrazione. In ogni caso, la traduzione del brano eliminato sarebbe stata questa:

 «Bisogna adottare una linea dura contro le macchie. Ricorda ciò che disse il poeta».

«Signore?»

«Il poeta Ogden Nash. La poesia che scrisse che difendeva la pratica del grattarsi. Chi era Barbara Fritchie, Jeeves?»

«Una signora di una certa importanza nella Guerra Civile Americana, signore».

«Una donna di carattere? Una su cui si poteva fare affidamento?»

«Così mi è sempre parso di capire, signore».

«Be’, ecco quello che scrisse il poeta Nash: “Sono immensamente affezionato a Barbara Fritchie. Scommetto che si grattava quando aveva prurito”. Ma io non mi accontenterò di grattarmi. Mi metterò nelle mani di un dottore competente» (mia traduzione).

(Da notare il riferimento specifico al componimento di Nash, in cui quel “Scommetto che si grattava quando aveva prurito” era da intendersi in senso ironico e metaforico).

Si tenga presente, comunque, che la traduzione risale alla metà degli anni Settanta, e che solo più recentemente si è sviluppata una consapevolezza diversa delle scelte di traduzione, oggi sempre più propense ad “assecondare” il testo di partenza piuttosto che il lettore nella lingua d’arrivo.

Esempio n°2: La fabbrica di cioccolato

Charlie_and_the_Chocolate_Factory_(book_cover)Stavolta siamo nel campo della letteratura per ragazzi, per la precisione in casa di Roald Dahl, lo scrittore britannico noto per aver dato vita a personaggi indimenticabili, e non soltanto dai più piccoli: dal GGG a Matilde, passando per il curioso Willy Wonka, il proprietario della fabbrica di cioccolato portato sul grande schermo, fra gli altri, recentemente anche da Johnny Depp, la galleria è fitta e memorabile.

L’estratto che si propone è un brano tratto proprio da La fabbrica di cioccolato; nel corso della gita che i cinque bambini vincitori del concorso indetto da Wonka stanno facendo nella fabbrica del titolo, il bizzarro imprenditore non manca di sfoggiare la sua ironia nonsense:

“Whips!” cried Veruca Salt. “What on earth do you use whips for?”

“For whipping cream, of course,” said Mr Wonka. “How can you whip cream without whips? Whipped cream isn’t whipped cream at all unless it’s been whipped with whips. Just as a poached egg isn’t a poached egg unless it’s been stolen from the woods in the dead of night!”

Le “whips” che la piccola Veruca Salt nota nella fabbrica non sono altro che fruste vere e proprie, di quelle che un domatore userebbe per ammansire una belva: cosa ci fanno quindi nella fabbrica di cioccolato? Sfruttando i diversi significati del termine “frusta”, Willy Wonka le risponde che ovviamente le fruste servono per montare la panna; è evidente che Roald Dahl ammicca al lettore con un gioco di parole, poiché le fruste intese come arnesi da cucina esistono eccome, ma non sono quelle che Veruca ha visto nella fabbrica. La crema si può montare solo con le fruste, dice Wonka, così come un “poached egg”, ovvero un uovo in camicia, non è tale “a meno che non sia stato rubato nel bosco nel cuore della notte”…sì, perché il verbo inglese “to poach” significa, non accompagnato dal sostantivo “egg”, “trafugare”. E il gioco di parole, rigorosamente nonsense, è servito.

depp as wonka (1)Qui, il traduttore ha l’intuizione che, modificando leggermente il testo, riesce a salvarne l’umorismo. La traduzione italiana, infatti, recita:

«Selle!» gridò Veruca Salt. «Cosa mai ci fate con le selle?»

«Ci montiamo la panna, naturalmente» disse il signor Wonka. «Come credi si possa montare la panna senza sella? La panna montata non può essere montata a dovere senza sella. Sarebbe
come un uovo in camicia che se ne vada in giro in canottiera».

Da notare che le “fruste” dell’originale sono state sostituite dalle “selle”, perché in italiano si dice “montare in sella”, mentre in inglese il termine culinario “montare” è perfettamente identico al sostantivo “frusta”, ed è quindi “to whip”; infine, il gioco di parole relativo all’uovo “rubato nel cuore della notte”, intraducibile, si trasforma in una simpatica contrapposizione fra “camicia” e “canottiera”.

Chiudendo questa piccola partita con l’umorismo in traduzione con un pacifico 1-1, vi do appuntamento alla prossima puntata, dedicata a tutt’altro argomento; nel frattempo, occhio a non perdervi in traduzione!

Mariachiara Eredia

Riferimenti bibliografici:

– Roald Dahl, Charlie and the Chocolate Factory, Alfred A. Knopf, Inc. 1964.

– Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, traduzione di Riccardo Duranti, Milano: Salani 1988.

– P.G. Wodehouse, Aunts Aren’t Gentlemen, London: Barrie & Jenkins 1974.

– P.G. Wodehouse, Le zie non sono gentiluomini, traduzione di Elena Spagnol, Milano: Mondadori 1976.

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