Io, personalmente, non sono mai stata un tipo sportivo. Non mi interessa il nuoto, non seguo il calcio, anche i mondiali mi annoiano, non mi piace giocare a pallavolo, da bambina ho mollato la danza. Eppure, leggendo il libro di Andrea Corona, “Giochi “ringhistici – Perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza”, ho capito parte di quella sfera emotiva e passionale che infervora i tifosi e li fa smaniare per uno sport. Sport, quello del wrestling, non proprio convenzionale, ma definito dall’autore, Andrea Corona, “gioco per eccellenza”.
Il libro di Andrea Corona è un’attenta analisi del gioco par excellance dal punto di vista sociologico: egli passa in rivista le teorie dei maggiori sociologi contemporanei sul gioco, incrinando di ogni pensatore la certezza che questo gioco possa essere rinchiuso in una sola definizione, ma le unisce tutte. Infatti, se per Barthes il gioco è una specie di moderna pantomima, in cui i protagonisti parlano attraverso un preciso body language. Essi sono dei veri attori della storia, ma anche attanti ,perché personificano dei concetti oltre che dei personaggi, (ad esempio, il Dolore o la Vendetta).
Il wrestling non finisce “a sipario chiuso”, ma continua anche dopo la fine dello show, perché le “regole” del gioco vogliono che i wrestler mantengano la loro vera identità segreta a tutti e restino nella “parte” anche al di fuori del ring, ad esempio in uscite/eventi pubblici, creando quindi un’infinita pantomima. Analogamente, la teoria di Huizinga risulta superata: il gioco non ha fine, purtroppo o per fortuna, per chi gioca al wrestler ed anche un baro (o outlaw, come lo chiama il sociologo) può essere un inventore o un traditore e l’unico modo per combatterlo è uscire dalle regole usando le regole stesse: ad esempio, facendo intervenire un altro personaggio, l’hooker, che sia anche un mediatore.
In questo gioco non gioco, importantissimo è il ruolo del pubblico, che spesso decide le sorti dei lottatori, appoggiandoli o deridendoli, ed è chiamato in causa molto spesso ad esprimere la sua opinione: in alcuni incontri di wrestling hardcore, per esempio, il pubblico sceglie le armi da usare.
Guardando di sfuggita, magari facendo zapping in tv, soprattutto in questi ultimi anni in cui è tornato molto di modo, qualche incontro di wrestling, mi sono sempre chiesta cosa ci trovassero di affascinante gli spettatori in questo gioco di “finta” lotta. Andrea Corona spiega come per moltissimi sia un piacere assistere ad un così ben orchestrato combattimento, in cui i protagonisti sono degli incredibili atleti con una forza e resistenza altissima. Oltre alla parte più meramente ludica del tutto, ossia le mascherate e le semi-pagliacciate degli attori/atleti che divertono e stimolano il pubblico. E poi c’è il sangue: elemento che rende vero ciò che è palesemente falso e che inebetisce molti spettatori (effetto blood simple) con la sua genuina vista. Insomma, uno spasso!mi viene da dire. Ma ironia a parte, concordo con l’autore, nella sua definizione di wrestling come gioco par excellence, in cui si mescolano linguaggio, interattività, sconvolgimenti e rispetto delle regole tale da esser osservate addirittura anche fuori dal ring, sport e masochismo, in uno spettacolo in cui tutto è possibile e tutto da guardare. Se avete lo stomaco.
Azzurra Scattarella
Andrea Corona, “Giochi ringhistici – Perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza”, ed. Kimerik, 2010, € 10














