“Rivoluzione n. 9” – Silvio Muccino e Carla Vangelista

Silvio Muccino, Carla VangelistaL’adolescenza. Negli anni ’60 e negli anni ’90: di questo parla Rivoluzione n. 9, il nuovo libro di Silvio Muccino e Carla Vangelista. L’adolescenza di questi due periodi deve però fare i conti, inevitabilmente, con quella degli anni ’10. Perché i protagonisti del libro, Matteo e Sofia, sono calati nel loro tempo, ma i lettori designati del testo sono i teenager di oggi, con gli stessi problemi esistenziali dei loro coetanei cartacei ma in tempi ancora diversi. E se gli anni ’60 culminano nel Sessantotto e gli anni ’10 dei lettori sono l’Epoca di Internet e dei social network, vien da pensare che quegli anni ’90 nei quali anche la mia adolescenza si è rovinosamente dispiegata erano forse i più poveri: decennio di cosa? Decennio importante per quale motivo?

Intervistando Silvio Muccino alla Feltrinelli di Bari mi confermava, infatti, di aver avuto difficoltà a selezionare per il booktrailer del libro immagini significative del decennio che si è aperto con i Mondiali di calcio italiani.

I due protagonisti del libro, legati dalle Polaroid di Sofia ritrovate da Matteo nella casa che condividono a distanza di un trentennio, attraversano la fase di crescita per eccellenza affrontando compagni di classe apparentemente più maturi – ma in realtà solo portatori di maschere meglio delineate – problemi famigliari svariati (il tradimento del padre di Sofia con la segretaria, la madre-bambina di Matteo), l’ovvio desiderio di ribellione e la paura di impazzire. Un manuale di crescita adolescenziale? Solo due percorsi paralleli, non necessariamente emblematici ma descritti in maniera scorrevole. E il messaggio che l’unica rivoluzione possibile sia quella individuale, fare in modo che ciascuno realizzi il proclama anarchico scritto sul muro della palestra di Matteo: Il mio principio, la vostra fine.

Il pubblico di Feltrinelli, quasi totalmente femminile e impazzito per la presenza di Muccino, fa riflettere sul senso dell’operazione editoriale di Mondadori: la creazione di un sito internet interamente dedicato al libro e alle sue propaggini mediatiche, fra cui le dieci puntate in radio, e la presenza di un adesivo promozionale in omaggio sono mezzi di diffusione del libro che puntano a coinvolgere i lettori nella promozione stessa. Ma a fronte del pubblico numeroso le copie vendute sono state una piccola percentuale: molte ragazze porgevano un taccuino da far autografare a Muccino, e poche sembravano legare l’evento alla pubblicazione di un libro: non sarà controproducente ‘puntare’ editorialmente sul personaggio famoso e su un universo mediatico parallelo piuttosto che su storia, scrittura, stile, sul libro, insomma?

Quello che da lettrice ‘professionale’ mi ha colpito è che una persona sia stata pagata per il lettering della copertina del libro, e indubbiamente il sito è davvero attraente, con la ripresa dei colori del libro e i tweet dei due autori: una conferma dell’importanza dell’ufficio stampa per la diffusione dei libri. Perché la distribuzione è ciò di cui tutti i piccoli e medi editori si lamentano costantemente, ma la comunicazione dell’esistenza di una pubblicazione viene prima e ha più rilevanza nella crescita di un titolo, e questo è ancora lontano dall’idea di investimento delle case editrici locali. Che non potendo contare sul nome di richiamo dovrebbero almeno smuovere le acque della navigazione degli internauti creando interesse sui libri pubblicati. Ma l’ufficio stampa è uno strumento che molti sono ancora lontani da inserire nel paniere dei beni necessari per l’editoria.

Tuttavia, ecco che occorre riflettere anche sulla necessità di bilanciare la deriva opposta: un libro lanciatissimo, promosso e dalla comunicazione ineccepibile, quanto può durare se si regge solo sulla forza del packaging mediatico? Come evitare che se ne fruisca solo l’apparato comunicativo senza mai arrivare al libro? Come spingere le ragazzine urlanti ad acquistare, quale supporto alla firma dell’autore, una copia del libro?

Carlotta Susca

Silvio Muccino, Carla Vangelista, Rivoluzione n. 9, Mondadori, 368 pp., € 18,50.

Un commento a ““Rivoluzione n. 9” – Silvio Muccino e Carla Vangelista”

  1. Marco Caratozzolo says:

    Caro Temperamente,

    le preziose riflessioni di Carlotta sul libro di Muccino e sullo spettacolo e la pubblicità che si sono avvitati sulla sua uscita mi fanno venire in mente una definizione nuova. Perché sia ben chiaro, a me le definizioni non dispiacciono, non sono di quelli che dicono che nell’ambito della letteratura tutto è relativo e si può dire qualsiasi cosa: la letteratura è prima di tutto una cosa SERIA, certo non una scienza esatta come la chimica, ma nemmeno una lavastoviglie per teorie di ogni tipo, che magari si intrecciano al contesto personale che circonda chi le esprime in quel momento (e poi magari le cambia un mese dopo). Ebbene, io non ho letto il libro di Muccino e Evangelista, ma penso di aver capito, soprattutto dalla recensione di Temperamente, di quale genere di prodotto si tratti. Suppongo sia un libro gradevole, scritto magari anche bene, ma basato su un fatto contestuale, cioè il successo che Muccino ha tra le giovani generazioni e non certo per la sua attività di romanziere. Le fanciulle che acclamano Muccino, oltre a non aver comprato il libro da farsi autografare, sanno ad esempio chi è Carla Vangelista?

    Comunque, vorrei proporre oggi una parola nuova per questi “libri” e sia ben chiaro, la mia proposta non va nella direzione di considerare questi libri spazzatura oppure di guardarli dall’alto in basso: io, poi, che sono l’ultimo dei lettori! Non credo che leggerò il libro di Muccino, ma non per questo lo posso pregiudicare e infatti la mia non è una recensione. Dico solo che bisognerebbe riservare ai libri che si caricano di questa atmosfera “del momento”, che si pubblicano soprattutto pensando al contenitore più che al contenuto, che quindi tengono un piede nell’editoria e uno nella televisione, dicevo, bisognerebbe chiamarli per la loro ambiguità non certo libri, ma “ibri”. Un ibro è un libro ibrido, il che non vuol dire brutto, ma una creatura a metà, che sta tra il libro e uno spettacolo al cinema, tra il libro e un concerto, tra il libro e una trasmissione televisiva. Si guarda come le altre cose, ma non è detto che si legga. Insomma, l’ibro di Muccino è un libro, non tanto con la elle minuscola, ma senza la elle. Il libro sta all’ibro come l’odore sta al profumo, come il fuoco sta alla candela. Destinato a non restare, relativo come l’ombra misteriosa che non si vede più quando viene notte, fragile come una coppa di cristallo che dopo un ricco pranzo scompare in mezzo alle altre stoviglie nel retro di un camion, l’ibro, direi, non è un libro… E certo, i lettori appassionati potranno fare tanti altri esempi di ibri… giusto?

    Marco Caratozzolo

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