Roman Stern è un cazzeggiatore professionista. È quello che tutti noi potremmo diventare se decidessimo di “essere agiti”, piuttosto che agire noi stessi. Il protagonista rappresenta il prototipo di persona incapace di porre un freno razionale al dolce far niente.
Persino il dover ascoltare le lamentele delle persone che, come una calamita, attrae a sé è fonte di noia o fastidio: fosse per lui, si rintanerebbe nel suo guscio, possibilmente con molti, moltissimi bigliettoni caduti dal cielo, e trascorrerebbe così la sua vita, nella bambagia. Ma Roman, pur essendo intenzionato a non farsi coinvolgere dal furore della vita, deve comunque viverla.
A Roman non basta il lampo di genio che gli ha permesso di far soldi, la “Società delle lamentele”, una sorta di agenzia in cui non si offrono soluzioni al male di vivere, ma solo orecchie tese ad ascoltare i problemi altrui. Non ha amici, parenti, ragazze; si accontenta della compagnia, neanche troppo gradita, di Véra, un barboncino bianco dai riflessi rosa (non esattamente il cane che avrebbe voluto) che la zia gli ha affidato.
L’amore è un altro punto interrogativo: solo un tipo fuori dal mondo come lui può vivere una vera Passione, con la P maiuscola, per una donna che, in realtà, non conosce affatto (situazione dai risvolti quasi comici), una donna che conosce così poco da non ricordarne addirittura il volto, perlomeno all’inizio. Ma Marie diventa per lui un’ossessione. E proprio lei, inconsapevolmente, gli darà la spinta per cominciare una nuova vita.
Diario di un cazzeggiatore è un romanzo che rispecchia i giorni nostri. È una storia essenziale, nell’intreccio e nello stile: e io adoro le frasi asciutte, stringate, telegrafiche. L’ironia è il suo punto forte, non c’è che dire.
Un romanzo riuscito, quello di Samuel Benchetrit. Da leggere!
Angela Liuzzi
Samuel Benchetrit, Diario di un cazzeggiatore, Giulio Perrone editore, 2010, 141 pp, 10,00 euro.














