“Il grande rubino” – Nathaniel Hawthorne

Il grande rubino è una raccolta di racconti dello scrittore statunitense Nathaniel Hawthorne. Il curatore Cesare Maoli ha scelto alcuni racconti di Muschi da un antico presbiterio ed altri di Racconti narrati due volte, aggiungendo alle pagine di ogni racconto alcuni disegni di Antonio Capaccio, che evocano qualcosa della storia stessa: i fiori ne “La figlia di Rappaccini”, le montagne ne “Il grande rubino”, una grata ne “Il velo nero del pastore”.

Il perbenista, come molti lo definiscono, Nathaniel Hawthorne narra queste storie di umana infelicità ed impossibilità con uno stile forse freddo, ma molto coinvolgente. Ogni uomo, ogni donna che ci presenta è ossessionato da qualcosa e la sua vita è inseguimento o lotta costante al fine di dimostrare la propria teoria o di raggiungere la propria verità.

Un pittore può impazzire nel cercare di catturare la bellezza? Una giovane e innocente sposa può morire d’amore? Uno scienziato può sacrificare persino sua figlia per amore della tecnica?

Va bene, direte voi: sono parabole dell’ottocento, nessuno crede più che una pozione alchemica possa guarire tutti i mali o che un quadro riesca a predire il futuro.

Vi ricrederete. Anzi, ci crederete. Pur non condividendo quella voce narrante spesso saputella e moralistica – su cui i critici non si sono ancora messi d’accordo se sia o meno la voce vera dell’autore – seguirete le sue parole passo passo, ascolterete le parabole di questi disgraziati puritani e capirete che hanno giocato con il fuoco quando ormai è troppo tardi.

Perché il grande rubino è quella favola alla quale abbiamo creduto, quel sogno che abbiamo inseguito tutta la vita, quel peccato che non potremo mai perdonarci, quell’idea che ci ronza sempre in testa, quel segreto incoffessabile, quell’intuizione assurda quanto vera.

Azzurra Scattarella

Nathaniel Hawthorne, Il grande Rubino, Edizioni Empiria, 1996

5 commenti a ““Il grande rubino” – Nathaniel Hawthorne”

  1. fb_avatar Andrea Corona says:

    Ooohhh! Hawthorne su Temperamente! Grazie mille, Azzurra!

  2. Angela Pansini says:

    Recensione affascinante. Titolo che va in direttissima nella lista dei prossimi acquisti da fare in libreria!

  3. Azzurra says:

    Hawthorne è davvero molto affascinante,tanto semplice quanto profondo e stimolante. Il modo in cui illustra l’umana ricerca della verità e della bellezza e il capitombolo inevitabilmente conseguente va dritto al cuore del lettore, e ciò che è bello e che non lascia amarezza ma sempre stupore. Devo dire anche che quest’edizione gli è particolarmente grata…buona lettura :)

  4. fb_avatar Andrea Corona says:

    È proprio così! Nei suoi racconti, Hawthorne «non lascia amarezza ma sempre stupore». Come in “Wakefield”, che stupisce sul serio (provare per credere!), mentre “Il velo nero del pastore” colpisce proprio perché «tanto semplice quanto profondo e stimolante». Ma sono tutti assolutamente da leggere.

  5. fb_avatar Andrea Corona says:

    In un libro appena pubblicato da Mondadori, “Il sorriso segreto dell’Essere” di Mauro Bergonzi (collana “Oscar spiritualità”) compare un riferimento al racconto di Hawthorne “Il segno”. Per Bergonzi abbiamo l’impressione che ci manchi sempre qualcosa per essere veramente felici e che se abbiamo tutto tranne un ultimo, minuscolo tassello, non ci sentiamo ancora felici. A tal proposito, egli scrive (cito testualmente):
    -
    «In un racconto di Nathaniel Hawthorne, uno scienziato pazzo è ossessionato da una minuscola, quasi impercettibile macchiolina cremisi sul volto della moglie. Tutti ammirano la sfolgorante bellezza della donna, che quella microscopica screziatura rende ancor più rara, preziosa e irripetibile.
    Ma per il marito si tratta dell’unico difetto che ancora separa la bellezza di lei dalla compiuta perfezione.
    Quel piccolo segno diventa ben presto ai suoi occhi l’intollerabile simbolo dell’incompletezza endemica che affligge l’esistenza umana, in cui manca sempre un dettaglio, un ultimo tassello per raggiungere il completo appagamento.
    Egli decide così di iniziare una serie di esperimenti scientifici che sottopongono la povera donna, arrendevole e consenziente per amore, ad una serie progressiva di vere e proprie torture da laboratorio, nel tentativo di cancellare quel ‘segno’ dell’umana imperfezione.
    Man mano che gli esperimenti procedono, la screziatura cremisi impallidisce sempre più, ma con essa anche la vita sembra gradualmente affievolirsi nella donna. Alla fine, proprio quando sul volto di lei svanisce l’ultima traccia del segno, si spegne anche la sua vita, lasciando l’affranto marito con la fredda perfezione di un cadavere.
    L’allegoria è chiara: siamo così ossessionati dalla ricerca di una ‘perfezione’ artificiale collocata solo nella nostra testa, che finiamo per perdere di vista o addirittura cancellare la naturale pienezza già presente nella nostra vita.»

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