Si è trattato di qualche ora di lettura solamente – nonostante io abbia letto questo libro in formato PDF, cosa che da brava cartafila in genere odio fare – ed è stata una lettura… ecco, se scrivessi “piacevole” potrei fare un torto al testo ed alla protagonista, Mahela, che ha un temperamento piuttosto drammatico, ma sento di dirlo: sì, è stata una lettura tutto sommato piacevole.
L’impressione è che il libro sia molto autobiografico: non necessariamente nella perfetta corrispondenza delle singole situazioni narrative (la fine di una lunga storia d’amore, i ripetuti inciampi in masochistiche relazioni, il tentato suicidio, il lavoro frustrante) con la vita “reale”, quanto per la sensazione che manchi uno spesso filtro narrativo, una robusta elaborazione finzionale nella storia. Il sapore delle parole è molto reale. E vita e racconto sono strettamente intrecciati lungo tutto il testo: la protagonista ama sovrapporre la propria esperienza diegetica a quella dei propri personaggi, fino a far vivere a loro delle biforcazioni della biografia, delle vite parallele e più felici.
L’oscillazione sul finale, la riflessione metatestuale sulla conclusione da dare alla storia, l’allocuzione al lettore sono altri elementi che rafforzano la sensazione di realtà nel testo.
Facile immedesimarsi nelle riflessioni sconsolate della protagonista, nel suo senso di desolazione ed impotenza, nell’incertezza sul senso da dare alla propria vita, facile perché le riflessioni di Mahela sono quelle di tutti, almeno una volta nella vita – senza necessariamente finire nel reparto psichiatrico – facile perché oltre alla storia, anche il lessico è famigliare e i numerosi cliché sono sottolineati come tali ma giustificati nella loro profonda verità.
Carlotta Susca
Lia Tirabeni, Solitudine estemporanea, Zerounoundici, 118 pagg., 12 euro













