“Genealogia della morale” – Friedrich Nietzsche

nietzscheParlare dei saggi di Nietzsche non è come parlare degli altri saggi, né filosofici né di altro genere. Lo stile argomentativo-espositivo e il tono spesso rigoroso e compîto rendono la saggistica un genere quasi impersonale. Al punto che, per fare un esempio, un’opera di Hobbes venne inizialmente attribuita a Cartesio. Ecco, una cosa del genere non sarebbe mai potuta capitare a Nietzsche, i cui scritti verrebbero riconosciuti anche anonimi. Nietzsche aveva uno stile inconfondibile, perché all’argomentazione accompagnava la persuasione. Anche per il non appassionato di filosofia è impossibile restare indifferente dinanzi alla sua scrittura carica di pathos, alle sue esclamazioni, domande retoriche, interpunzioni, ai suoi sfottò e ai suoi giochi di parole, al suo tono polemico e sprezzante ma al contempo umoristico. Insomma, leggere Nietzsche è come ricevere una cannonata che squarcia in due: si viene spinti con forza a riflettere sul bene e sul male, e non senza esser côlti da fou rire, moti di riso convulso (e chissà che a Nietzsche, grande estimatore di Dostoevskij, non sarebbe piaciuto anche Calvino).

Tutte queste caratteristiche sono presenti anche nelle tre dissertazioni che compongono la Genealogia della morale, un libro sull’origine dei concetti di “buono” e “cattivo” (prima dissertazione), sulle dinamiche psicologiche che hanno istillato nell’uomo il senso di colpa e la “cattiva coscienza” (seconda dissertazione), e sulla critica degli ideali ascetici (terza dissertazione). Quest’opera, resa celebre da frasi come «i preti sono sempre stati i massimi odiatori nella storia del mondo», ha forse il suo concetto più noto nel “risentimento”. Si legge spesso che in Nietzsche il ressentiment comprende ogni sorta di invidia, odio, disprezzo. Ma in realtà nella Genealogia l’espressione ressentiment assume un significato più preciso, designando un processo nel quale i sentimenti di odio, se inibiti – e si badi che in Nietzsche inibiti vuol dire rimossi – diventano inconsci. Ecco allora che i sentimenti rancorosi sono destinati a manifestarsi solo in forma mascherata, ovvero in forma di falsa morale.

E a costituire una forma raffinata di ressentiment è, per Nietzsche, la stessa morale ebraico-cristiana: nata come morale degli oppressi, questi, incapaci di ribellarsi apertamente ai loro oppressori, dovettero ricorrere a una via obliqua per contrastarli. E tale via fu trovata nel comandamento cristiano “ama il tuo nemico”. Visto da Nietzsche come un modo sottile per portare il rivale all’esasperazione, esso corrisponderebbe dunque a una crudelissima forma di rivincita. Ma, con ciò, non si commetta l’errore di credere che a Nietzsche interessasse denudare la menzogna manifesta e l’ipocrisia di chi mente conscio di mentire, perché questo sarebbe un mezzo equivoco. Gli sforzi di Nietzsche furono tesi principalmente a mostrare come le opinioni, i sentimenti, gli atteggiamenti e le stesse virtù affondino le proprie radici nell’autoinganno e nella menzogna inconscia: «le buone azioni sono cattive azioni sublimate», dirà in un altro scritto. Ma, appunto, più che alla mera ipocrisia, Nietzsche era interessato ai pregiudizi millenari radicati nella psiche. Ecco perché la Genealogia si apre con un ribaltamento di un adagio latino, che, capovolto, diventa: «Ognuno è a se stesso il più lontano».

Cosa posso dire per concludere? Ingmar Bergman raccontò di aver iniziato a leggere Nietzsche a tredici anni: non ci capiva nulla, ma gli piaceva il tono. Per Gilles Deleuze, invece, leggere Nietzsche senza ridere significava non leggere Nietzsche. E Deleuze – vale la pena ricordare – ha anche scritto che il guaio con la critica di oggi è che ci si schiera spesso contro, riducendo tutto alla propria taglia e alla chiacchiera, quando dinanzi all’opera di un genio non ha alcun senso dire se si è d’accordo o meno: la si può solo ammirare.

Andrea Corona

Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico [1887], Adelphi, Piccola Biblioteca, Milano 1984, 172 pp., 11 euro

4 commenti a ““Genealogia della morale” – Friedrich Nietzsche”

  1. fb_avatar Andrea Corona says:

    Nell’esprimere la mia riconoscenza a quanti (più di 50, grazie!) hanno manifestato il proprio gradimento con il ben noto “pollice in su”, approfitto per chiedere: ebbene, non ci sono commenti? Osservazioni? Critiche? Riflessioni? Obiezioni? Domande? Consigli? Su, su, che con il confronto si cresce!

    Il lettore è, naturalmente, padrone di agire in tutta serenità e tranquillità (lungi da me il proposito di forzare qualcuno a commentare controvoglia), ragion per cui, chi lo preferisce, può, ovviamente, continuare a riflettere in silenzio e a non partecipare attivamente; oppure, può, come è oramai consuetudine, interagire con la Redazione su Facebook (http://www.facebook.com/pages/TEMPERAMENTE/104043492963912) o esprimere il proprio gradimento cliccando “Mi piace”. Io ne sarei felice in ogni caso :-)

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  2. fb_avatar Giusy says:

    Ho iniziato a leggere Nietzsche… e da quel momento non ne ho potuto più fare a me…del suo stile in particolare, quello stile che tanto manca, purtroppo, a gran parte dei pensatori contempranei. Nietzsche è volontà, esso stesso è la sua arte, un’arte che rompe, squarcia, sprona a vedere con occhi diversi la realtà. Ma soprattutto Nietzsche è creatività, è un bambino mai stanco di ricreare una realtà che a lui si mostra in tutta la sua finzione. Tutto questo è in ogni suo libro, anche e soprattutto nella Genealogia della morale. Un testo che mostra soprattutto e prima di tutto la sostanziale “insostanzialità” di tutti quei valori che “necessariamente” ci siamo ostinati a leggere come “veri” e indiscutibili… I nostri valori non sono altro che la manifestazione del “principio di conservazione”, insieme ed in contarsto a quella “volontà di potenza” che è per Nietzsche il nostro “istinto” più forte.

  3. fb_avatar Andrea Corona says:

    Giusy, grazie di essere intervenuta! Le tue osservazioni, poi, sono giustissime. La “Genealogia della morale” è l’opera in cui ritornano, in forma più compiuta, temi già abbozzati nei precedenti scritti degli anni ’70 (come “Su verità e menzogna in senso extramorale”) e ’80 (come “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali”). Ma il tuo intervento è così preciso da rimandarmi a due considerazioni di Nietzsche in particolare. Per la prima, cito da “La gaia scienza”: «Voler conservare se stessi è l’espressione di […] una limitazione del vero e proprio istinto basilare della vita che tende a un’espansione di potenza, e abbastanza spesso pone in questione e sacrifica, in questo suo volere, l’autoconservazione».
    Questa frase, poi, rimanda direttamente ad “Al di là del bene e del male”, allorquando si legge che: «I fisiologi dovrebbero riflettere prima di stabilire l’istinto di conservazione come istinto cardinale di un essere organico. Un’entità vivente vuole soprattutto scatenare la sua forza – la vita stessa è volontà di potenza – l’autoconservazione è soltanto una delle più indirette e più frequenti conseguenze di ciò».
    Ecco, trovo che tu abbia colto pienamente, con quel tuo cenno alla creatività, l’essenza del concetto nietzscheano di volontà di potenza, che rientra appunto all’interno di un gioco di forze che vede quelle attive e creative (o creatrici) in opposizione a quelle passive o reattive (di adattamento).
    Leggo infine, nelle tue parole, anche un riferimento a “Così parlò Zarathustra”, dove pure si legge che la volontà di potenza (che ovviamente non designa un desiderio di dominare o di prendere) consiste nel creare e nel dare; e non a caso Zarathustra la chiama “la virtù che dona”.
    Ciao e grazie ancora ;-)

  4. Giuseppe says:

    E’ proprio vero: Nietzsche è un maestro di stile, prima ancora che filosofo.
    Si avverte nitidamente che ha qualcosa da dire, che crede fermamente nei propri concetti, dissacrandoli, che modella le parole perchè riconosce la loro forza.
    Affascina, seduce, con la potenza delle sue affermazioni, con una visione quasi profetica, con la sua profonda conoscenza dell’essere umano, delle sue potenzialità e debolezze.
    Nietzsche possiede la forza di chi vuol essere sempre aurora e non tramonto, di chi vuole affermare tutti gli elementi vitali e non di chi li nega, di chi esprime la propria creatività e non di chi si limita ad osservare.
    Feroce con tutti, ma soprattutto con se stesso.
    In questo senso pochissimi sono in grado di eguagliare il suo stile: mi viene in mente soltanto Cioran (http://letturecritiche.wordpress.com/2011/01/16/cioran/), un altro apolide metafisico ancora poco conosciuto in Italia.

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