«Sapete cos’è un sognatore di Pietroburgo, signori? […] Nelle strade cammina a capo chino, ma se osserva qualcosa, sia pure l’inezia più comune, il fatto più insignificante assume un colore fantastico nella sua mente. Anzi la sua mente sembra fatta apposta per percepire in ogni cosa elementi fantastici».
Così scriveva Dostoevskij sulla «Gazzetta di Pietroburgo» un anno prima della pubblicazione del racconto Le notti bianche che lo stesso autore definì «un romanzo sentimentale». La breve storia fu scritta negli anni giovanili di Fëdor Dostoevskij, pubblicata per la prima volta nel 1848. L’opera prende il nome dal meraviglioso periodo dell’anno noto con il nome di notti bianche, in cui nella Russia del nord e in particolare nella zona di San Pietroburgo, il sole tramonta dopo le 22. Il racconto di Dostoevskij costituisce uno dei capolavori assoluti della narrativa ottocentesca.
Le notti bianche è la storia di un sogno d’amore vissuto ad occhi aperti. In prima pagina in alto a destra Dostoevskij cita uno scrittore russo, Turgenev: «Era egli stato creato per rimanere, sia pure un istante vicino al tuo cuore?» Con queste preziose parole ha inizio la storia d’amore tra un impiegato, un sognatore solitario e una bella e fragile fanciulla, Nasten’ka. Il protagonista presentandosi da solo, dice di sé: «Sono un sognatore. Nella mia vita c’è così poca realtà». Si tratta di un uomo solitario che vive da otto anni a Pietroburgo ma non è riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Durante una delle sue passeggiate in una notturna e cristallina Pietroburgo, il sognatore incontra Nasten’ka che piange per quella che appare come la fine di un amore disperato. I due giovani aprono così i loro cuori in un crescendo di dialoghi ora drammatici ora speranzosi che durano quattro notti. Con l’innocenza e la purezza tipica della giovinezza danno voce ai loro pensieri più intimi, comunicandosi incertezze, smarrimenti, mentre tra loro scatta la scintilla di un reciproco interesse. Nasce così il sogno di una vita insieme destinato, però, a infrangersi improvvisamente con il ritorno dell’uomo amato dalla donna. Il sognatore si ritrova così nuovamente solo in una vita avulsa dalla realtà. Come i protagonisti delle opere maggiori, egli vive di idee come gli uomini comuni di cibo. Il sogno assorbe così profondamente ogni briciolo della sua esistenza, da impedirgli di vivere con naturalezza anche le esperienze più comuni. Questa eccessiva facoltà d’immaginazione, infatti, condanna il sognatore alla solitudine. Egli è incapace di partecipare alla vita concreta e avverte con profonda sofferenza la sua estraneità al mondo reale. È proprio nell’Ottocento, infatti, che si consuma la prima frattura tra individuo romantico e società borghese, nutrita di falsi pregiudizi e mera apparenza. Il protagonista del racconto preferisce così la fuga nel sogno alla realtà mediocre che lo circonda. Eppure tra realtà e sogno, tra vita e fantasia c’è ancora una possibilità d’incontro: l’amore. Solo questa esperienza sublime è capace di conciliare i due mondi e dare un senso alla vita dell’individuo. Questo è quello che forse ci vuole comunicare Dostoevskij quando snoda questa vicenda impalpabile, fatta di nulla e in cui misteriosamente c’è tutto. L’amore che nasce tra i due giovani è l’unico capace di rendere la realtà simile al sogno.
Le notti bianche è un romanzo che si legge d’un fiato. Il racconto ha una struttura esile, con una trama semplice: non ci sono molti personaggi né vicende complicate. L’avvenimento principale che mette in moto il racconto è il primo casuale incontro tra i due personaggi. Il romanzo è articolato, inoltre, in notti non in capitoli e manca di azioni vere e proprie. Tutto ha il sapore di sogno incantato quasi di vecchia favola (come la storia di Nasten’ka e il suo rapporto con la nonna) nell’atmosfera di una Pietroburgo magica, meravigliosamente descritta dall’autore. Tuttavia i sogni della notte sono destinati a sciogliersi alla luce del giorno. L’ultimo capitolo si intitola, infatti, “Il Mattino”. Quante volte abbiamo desiderato che la tapparella della nostra finestra restasse chiusa per non permettere alla luce del giorno di interrompere il nostro sogno? La luce ha la funzione nella nostra vita come credo in questo romanzo, di risvegliarci dal sonno, di riportare a galla la realtà concreta facendo svanire la dimensione ovattata del sogno in cui tutto sembra più facile, in cui siamo artefici della nostra vita. «In sogno io creo interi romanzi» dice di sé il sognatore. L’esperienza reale vissuta dal protagonista, benché dolorosa, gli ha comunque regalato un attimo di gioia, di felicità. Per questo le ultime parole del libro sono colme di gratitudine e danno vita ad un bellissimo finale: «Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?». Le Notti bianche incarna perfettamente il modello dell’amore romantico. Amo questo romanzo perché ci offre la possibilità di sognare una relazione d’altri tempi. Quando l’ho letto per la prima volta mi sono chiesta ingenuamente: ma l’amore non è uguale in ogni periodo storico? A questa domanda il sognatore e ciò che sta alle sue spalle, un’epoca, una concezione diversa del mondo, sembrano rispondere di no. Tra il nostro e il suo modo di affrontare la vita c’è uno scarto incolmabile. Così vale per un sentimento, l’amore, anch’esso soggetto all’evoluzione del tempo. Le notti bianche è un romanzo unico che racconta una storia d’amore come mai più potremo leggerla oggi.
Silvana Farina
Fëdor Dostoevskij, Le notti Bianche, Einaudi, 158 pp., euro 12














