Sei personaggi partono alla volta di Collision, nell’Illinois, per partecipare alla “Riunione di tutti coloro che hanno mai partecipato a uno spot per McDonald’s”, gigantesco evento pubblicitario al quale però, fra contrattempi di viaggio e articolate divagazioni narrative, non arriveranno mai.
A volerlo leggere solo come semplice racconto di un viaggio strampalato fatto da sei persone ugualmente strampalate, ciascuna con le proprie nevrosi da appartenenza – all’Occidente-moderno-e-capitalista, il libro è già godibilissimo. Lo è ancora di più, se si decide di cogliere almeno qualcuno dei diversi livelli di lettura che offre. Tanto per cominciare, il romanzo è un sequel/parodia di Lost in the Funhouse di John Barth. Vi ritroviamo alcuni personaggi (il piccolo Ambrose che in Barth si perde nella casa stregata è, in Wallace, il professor Ambrose, docente di un corso di scrittura creativa; Magda, che nel racconto di Barth era fonte dei primi turbamenti sessuali di Ambrose, nel romanzo di Wallace è un’attempata ma ancora conturbante assistente di volo), ma soprattutto una cifra stilistico-narrativa della letteratura postmoderna, di cui Barth è uno dei capostipiti: la metafiction, ovvero la riflessione, mentre si sta raccontando, su come si sta raccontando, con l’effetto di ricordare al lettore che ciò che sta leggendo è finzione, artificio, che il mondo in cui si sta immergendo non esisterà più, una volta chiuso il libro. Solo che Wallace non si limita a questo, perchè la sua non è semplice metafiction, bensì una riflessione sulla metafiction: per chiarire (!) è una riflessione sul modo in cui lo scrittore riflette sul suo modo di scrivere, mentre sta scrivendo. Questo perché gli epigoni non sono sempre all’altezza del proprio maestro, e la metafiction è diventata, col tempo e con la pratica, un procedimento regolato, fine a se stesso e autoreferenziale,e quindi, in sostanza, da criticare e ridicolizzare. Wallace invece vuole fare una letteratura che “dia una fitta al petto”, e non è un caso che uno dei personaggi sia uno scrittore, studente di Ambrose, che ha per amuleto una freccia, e la porta sempre con sé (sino a smarrirla tragicamente in aereoporto: fare della buona letteratura è una battaglia che pochi riescono a vincere).
E poi, non trascuriamo le tematiche sociali: lo strapotere della pubblicità e del consumismo, le nevrosi del singolo, che vive nell’illusione del solipsismo (cioè “esisto solo io, tutto ciò che mi circonda è in quanto io lo percepisco”) e nel rapporto difficile con se stesso, di cui è simbolo il personaggio di Tom Sternberg, attore fallito: egli ha orrore per tutto ciò che è corporale e una strana malformazione, un occhio rivolto verso l’interno (e chissà cosa vede uno che può letteralmente guardarsi dentro?).
Marina Lomunno
David Foster Wallace, Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso, minimum fax, 217 pagg. euro 12,50.














