Ci sono libri che possono essere, per ragioni ampiamente condivisibili, amati e, per motivazioni ugualmente legittime, detestati. “Amati enigmi” di Clotilde Merghieri è uno di questi.
Premio Viareggio 1974, “Amati enigmi” è uno degli scritti più celebri dell’autrice napoletana. Si tratta di un’unica, lunga epistola, indirizzata ad un interlocutore descritto come giovane, di raffinato intelletto e di spiccata sensibilità, e presentato con lo pseudonimo shakespeariano di Jacques. Scritta in una notte di Capodanno, simbolo per antonomasia della chiusura di una stagione e del trascorrere inesorabile del tempo, la lettera è un’ampia riflessione della scrittrice sulla sua vita passata e sul suo presente di donna ormai anziana, che ha come prospettiva l’avvicinarsi della fine.
Il libro si fa amare perché la riflessione che contiene non ha nulla di convenzionale. Il tema dell’approssimarsi della morte è ispirato da una inevitabile malinconia, che è evidente soprattutto in apertura, quando la scrittrice si ritrova a riflettere sulle “mancanze importanti” che ogni nuovo anno porta con sé. Tuttavia, questa ultima stagione della vita non è utilizzata dalla scrittrice per abbandonarsi al cinismo e alla disillusione, bensì per guardare finalmente con lucidità dentro di sé e intorno a sé.
Vengono rievocate le amicizie celebri, fondamentali per nutrire la mente (da Berenson a Scotellaro ad Alvaro); il rapporto con la famiglia, con gli uomini e con le donne, la giovinezza, la riflessione su quanto di verità e quanto di commedia c’è nella vita di ognuno, la possibilità o meno di racchiudere in un libro la sola, vera “immagine integra “ di se stessi.
Il libro si fa amare anche per lo stile: elegante, estremamente accurato, ma al tempo stesso intimo, non eccessivamente ricercato, accessibile, adatto ad esprimere con immagini delicate e compiute l’interiorità.
Perché, nonostante tutto questo, il libro si fa anche odiare? Per una caratteristica che è di per sè intuibile, ma che è la stessa scrittrice ad ammettere nelle ultime pagine: la sua totale rinuncia alla vita attiva in favore di quella contemplativa, il contrasto fra le pulsioni vitali e la paura, l’angoscia, che finivano per prevalere (provocando, ammette Marghieri, “terribili cataclismo psichici”). Alla luce di questo, tutta questa confezione elegante a tratti risulta essere un po’ vuota, sa di inutile speculazione filosofica, sa di vita più pensata che vissuta.
Marina Lomunno
Clotilde Marghieri, Amati enigmi, Avagliano Editore, 208 pagg., euro 9,81















