Non deve sorprenderci il fatto che Raymond Carver non abbia mai scritto romanzi: è troppo felice l’incontro fra la narrazione breve e la miseria di un’umanità semplice, di periferia, quasi sempre derelitta, fotografata nel suo tentativo di restare in piedi nonostante tutto, la cui vita è priva degli avvenimenti straordinari e dei complessi intrecci che meglio si adattano ai grandi romanzi.
Lo stile di Carver, asciutto, ridotto al minimo e diretto, si pone al servizio di quello che è stato definito ‘realismo sporco’: si parla di vita vera e di gente comune, ma a partire da un ‘punto di non ritorno’, da un qualcosa che scatta nelle persone quando si trovano di fronte ad avvenimenti che non erano preparate a fronteggiare, o quando, senza motivi apparenti, giungono a consapevolezze alle quali non erano pronti a giungere. Come avviene, per esempio, in Dì alle donne che andiamo, racconto in cui la tranquillità della vita coniugale si trasforma gradualmente in noia, vuoto e tragedia. Fermo restando che, qualunque cosa accada, la vita continua a scorrere nella sua normalità apparente: così, in Una cosa piccola ma buona, mentre una coppia di genitori si trova a dover sopportare la morte improvvisa del figlioletto, il pasticcere continua a telefonare per chiedere spiegazioni per una torta di compleanno mai ritirata. Ciò che stupisce, in Carver, è il suo ottimo ‘orecchio’ per la realtà: i dialoghi sono estremamente realistici, il commento quasi inesistente, perché la situazione, le azioni dei personaggi e le loro parole bastano a raccontare ciò che è esplicito, e a far intuire ciò che resta implicito. Lo sguardo dell’autore su ciò che descrive è obiettivo, ma al tempo stesso prevalentemente positivo: queste persone hanno toccato il fondo, ma è ancora possibile sperare nel riscatto, se non altro per l’imprevedibilità, la variabilità delle situazioni di fronte alle quali la vita ci pone.
È illuminante, riguardo allo stile di Carver, la postfazione scritta per questa raccolta da Francesco Piccolo. Egli indica e spiega la caratteristica distintiva di un grande scrittore rispetto ad uno scrittore mediocre: la capacità di trasformare il generico in particolare, l’astrazione in reale. In parole povere, non si può parlare d’amore chiamandolo semplicemete ‘amore’: bisogna creare delle immagini concrete, dei personaggi reali che compiano azioni normali e si esprimano con un linguaggio plausibile, adatti a rappresentare l’idea dell’amore. In questo, Carver è maestro. Bisogna precisare che America oggi non è una raccolta voluta e creata da Carver, bensì un volume realizzato riunendo i nove racconti e la poesia che hanno fatto da canovaccio per la sceneggiatura dell’omonimo film di Robert Altman. Nel film, i confini fra i diversi mondi rappresentati nei racconti si sfaldano, i personaggi si mescolano, come se lo sceneggiatore volesse completare l’opera di Carver, mostrandoci come i suoi personaggi appartengano a mondi separati solo in apparenza.
Marina Lomunno
Raymond Carver, America oggi, Minimum fax, 231 pagg, euro 16,00
















Complimenti Marina, una recensione “piccola ma buona”, citando il nostro amato Carver. Io ho letto “Cattedrale” (e l’ho anche recensito per Temp.) e mi sono innamorata della sua penna asciutta, essenziale, eppure eloquente. E tu hai sottolineato con precisione le caratteristiche del suo stile, che rendono questo Autore unico. Carver fa proseliti! :)
Si Iaia, ho letto la tua recensione, anche tu centri in pieno la questione! :) Carver è tra gli autori che meritano pubblicità senza fine… Troppo bravo per essere ancora mediamente conosciuto!!!
Vero, verissimo!