Graffia la pelle raschiandola via fino a sfilacciare ogni singolo muscolo. Graffia le ossa, le sbriciola fino a ridurle in polvere. Graffia l’anima, lo spirito e la mente.
Distrugge, anzi uccide: punta una pistola, preme il grilletto e spara. Esplosione. Infiniti frammenti di materia saltano per aria, schizzando esaltati in una danza orgiastica che non ha proprio nulla di osceno.Infiniti frammenti di materia saltano per aria e giocano a rincorrersi, per cercarsi continuamente, perdersi e ritrovarsi. Magia. Un gioco senza fine. Una sofferenza senza fine, fino a che il dolore diventa un piacere indimenticabile: corpi impacciati alla ricerca del proprio pezzo mancante.Perché da soli siamo imperfetti, incompleti, completamente sbagliati.Quando si è imperfetti in due invece è diverso, ci si compensa a vicenda, i vuoti si fanno lievi mancanze e le incertezze stupide indecisioni.
Pronti sull’orlo della terra ad occhi chiusi per gettarsi, mano nella mano, in due, affogare insieme, diventare immortali, rinascere, puliti, lontani anni luce dalla sporcizia degli altri e delle loro stupide cose. Quando però ti colpiscono lì, proprio lì non puoi più chiudere gli occhi, e a schiantarti rimani da solo. Morte. Lei era unica per lui, proprio come Nancy per Sid Vicious: la sua mente era fatta a misura della sua, come i binari del treno. Ma quando un treno deraglia non c’è più molto che si possa fare. Così c’era una volta l’amore, ma ha dovuto ammazzarlo. C’era una volta la vita ma ha dovuto soffocarla, farla saltare per aria, perderla per sempre.
È la storia di Reptil, per gli amici Rep, egocentrico, disperato, orgoglioso,beffardo: l’eroe sconfitto, colpito atrocemente alle spalle che sa elegantemente nascondere la sua ferita grondante sangue sotto la giacca, e con il cuore spappolato in un pugno per la sua stessa incapacità di vomitare fuori quella passione travolgente, se ne va bighellonando per i bar a chiedere pietà ad un bicchiere di birra.
Rap si muove disilluso, ubriaco, stordito per le fetide strade di una città desolata, Bogotà. Senza una meta, alla ricerca del niente, abbandonato dall’unica donna che amava in quel modo disumano che solo lui poteva conoscere. Quella stessa passione gli succhiava il cuore che così franava, collassava lasciandolo privo di palpiti, senza gesti né parole. E quando mancano le parole segue l’addio. L’abbandono. Piacevole desolazione. Nulla più conta se non un amaro bicchiere di birra. Di nuovo soli con la propria chitarra e le sue corde spezzate ad immaginare una melodia, come il piccolo Kurt e la sua chitarra invisibile. Poi di nuovo la materia danzante di una bastarda esplosione. Il resto a voi lettori: musica dei Sex Pistols e dei Nirvana. Buona lettura.
Silvana Farina
Efraim Medina Reyes, C’era una volta l’amore, ma ho dovuto ammazzarlo, Feltrinelli, 173 pagg., 8,50 euro
















grazie!la recensione l’ho scritta io..mi sarebbe piaciuto estrapolare qualche frase ma avrei anticipato qualcosa di questo libro che secondo me è da leggere!;D
complimenti x la recensione, davvero pungente. ma le prime frasi sono tue o estrapolate dal LIBRO?