“Great Jones Street” – Don De Lillo

È da un po’ di tempo che volevo leggere qualcosa di Don De Lillo – ricordo anche un’entusiastico apprezzamento del pluricitato in questo sito David Foster Wallace, che lo descriveva come una delle sue fonti d’ispirazione. Girovagando in libreria a caccia di qualcosa di stimolante, ho trovato Great Jones Street in un’edizione abbastanza vecchia del Saggiatore, con addirittura il prezzo in lire (il libro in effetti è stato scritto nel 1973). Il sottotitolo era “il romanzo del rock” ed  ho pensato che fosse un ottimo modo per approcciare DeLillo.
Così mi sono trovata sbattuta nella vita della rockstar Bucky Wunderlick, anima del gruppo rock più amato nell’America post Woodstock, reduce da un tour di oltre duecento date in tutto il mondo, ventiseienne stremato dalla troppa gloria e quindi rifugiatosi in casa di un’amica, sparendo da un giorno all’altro dalla scena, lasciando fans, musicisti , produttori e giornalisti in preda al delirio e allo shock, dando vita così a una miriade di ipotesi su dove sia andato a finire e perché.
Bucky Wunderlick è stato visto rubare calze in un supermercato in Alabama, contemporaneamente uscire da una discoteca in Europa strafatto, viaggiare in incognito in Asia, apparire in una funzione mistica, suonare gratis in un piccolo locale, eccetera eccetera eccetera, allargando i contorni del personaggio in una voragine di finzione, irrealtà e fantasia che calimentano il mito.
Genio e sregolatezza, come si usa dire, guru ribelle e anticonformista, Jim Morrison con minore vena ascetica, un grillo alla Mick Jagger con l’anima cupa e depressa di Kurt Cobain, un ragazzo con l’ombra mistica di John Lennon – anch’egli inseguito da una setta semireligiosa di drogati –, Bucky Wunderlick è una summa di tutti questi idoli (molto poco american). E sin qui ci siamo. Lo diceva anche il sottotitolo, “il romanzo del rock”. Ma non è solo questo, miei cari. In Great Jones Street incontrete molto di più del rock. Esempi? Ci sarà David Lynch con le sue visioni stranianti e incomprensibili, c’è David Cronemberg con sue le macchine vitali e divoratrici, c’è una serie di mostruosi Freaks la cui vita attende di diventare x-files, c’è un Elephant man incosciente e prepotente, c’è un pò del cyberpunk di Gibson e gli incubi postmoderni di Burroughs. Ci sono anche i Simpson – e chi come me ricorda una quantità di puntate a memoria, troverà una connessione sbalorditiva. In questo romanzo ci sono io, la cultura che mi attraversa, la società che mi ha formata, la follia che percorre il nostro secolo, il nostro lifestyle declinato in tutte le sue forme. E c’è un sense of humour spiazzante ed incredibile, che ti scoppia in faccia ad ogni pagina, inseguendo Bucky e i suoi deliri in un tunnel che ti porta giù, giù, sempre più giù, in un mondo assurdo ma molto simile a qualcosa che hai già visto, in cui le tessere sono tutte scomposte e contraddittorie; eppure, nel loro insieme, queste tessere fatte di facce sfatte, canzoni il cui testo è privo di ogni significato (pipi mau mau è l’inno scritto da Bucky), comunità agricole dagli affari loschi, mass market e case discografiche, assumono un senso, perché ognuna è una sua porzione di realtà assurda quanto vera, proprio come il nostro bizzarro mondo all’inverso.
Azzurra Scattarella

Don De Lillo, Great Jones Street, Einaudi, 2009

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