UN LIBRO CHE NON HA CREATO ALCUN RUMORE NELLA MIA TESTA
Non che le intenzioni di Don DeLillo non fossero buone: rappresentare questi tempi tormentati da onde elettromagnetiche, farmaci con molteplici effetti collaterali, catastrofi ecologiche. Ma Rumore bianco ha una trama sfilacciata, è inconsistente, poco interessante; si ha l’impressione che la narrazione proceda stentata: nonostante la minaccia tossica e le case farmaceutiche segrete, nonostante la presenza di una pistola che spara più volte.
Il protagonista, Jack Gladney, è un inetto: direttore di un dipartimento universitario di studi hitleriani, ha dovuto mascherarsi per costruire la propria autorevolezza, è ingrassato e ha adottato il vezzo di portare occhiali neri per darsi una immagine credibile. La sua quarta moglie, Babette, ed i loro figli di matrimoni precedenti (quattro che vivono con loro, altri che arrivano e si fermano per un po’) sono personaggi bidimensionali, che agiscono e parlano come in base al ruolo che è stato assegnato loro: Denise la Responsabile, Heinrich il Polemico. Anche lo studioso di cultura pop Murray, potenzialmente la chiave per svelare i meccanismi contemporanei, risulta saccente ed eccessivamente sicuro di sé e delle proprie Teorie.
È il centro commerciale il vero Personaggio Principale: colorato, molteplice, non viene intaccato dagli avvenimenti esterni, come fosse un paradiso artificiale estremamente rassicurante.
Dunque è questo il Postmodernismo: una disincantata rappresentazione della realtà, nessuna via di fuga, nessun superamento dell’attuale. Nessuna risposta filosofica o culturale alla Paura della Morte che provano Jack e Babette, e per cui sono disposti a sperimentare un farmaco potenzialmente letale (paradosso!).
Se cercate libri di letteratura statunitense sulla contemporaneità non rivolgetevi a DeLillo, cercate piuttosto, non smetterò mai di suggerirlo, il caro vecchio David Foster Wallace. Rivolgetevi alla fantascienza, quella seria, che dice sulla realtà molto più di un romanzo realista. Vonnegut è il vostro uomo.
Carlotta Susca
Don DeLillo, Rumore bianco, Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2003, 350 pagg., 4,90 euro
















beh, io dissento. (non tanto sulla lettura di Foster Wallace, no, no…fantastico ed imperdibile. Mai perdita per la letteratura fu più inconsolabile, secondo me, e non solo…)
Dissento sulla critica a DeLillo. e a Rumore bianco, che sto appunto leggendo.
Sono solo a pagina 108…ma nessuna pagina, fino adesso, m’ha lasciato delusione dentro…
Sarà che io adoro il suo stile. I picchi di lirismo che a volte raggiunge, L’ironia che scoppia improvvisa a sciogliere tensione. Il messaggio, che condivido…
Comunque stasera sono stanchissima, e non ho voglia di dilungarmi troppo, né di essere particolarmente articolata nella difesa di Don.
Dico solo che no. Mi dispiace ma non sono affatto d’accordo.
Ecco.
Ho avuto anche io la netta impressione di trovarmi di fronte a un libro “vuoto”. Si vorrebbe sbeffeggiare l’autoreferenzialismo e l’inconsistenza della cultura americana e i “mostri” che crea, uomini e donne pieni di dubbi e nevrosi a passeggio per supermercati-templi, ma l’autore stesso mi ha dato l’impressione di trovarsi perfettamente a suo agio in questo delirio pop che ottunde e arreca conforto.
Mai una seria critica al modello culturale in questione, ironia che maschera nichilismo, paradossi filosofici sfiancanti e oziosi (facilmente risolvibili con la lettura di qualche classico), alcune frecciatine azzeccate. Poco efficace anche la seconda parte del romanzo, che vorrebbe diventare thriller.
Nel complesso un romanzo furbo, che insiste sul barocchismo di personaggi e ambientazioni chiassosi e vuoti come la stessa cultura che si finge di voler demolire.