“Se niente importa” – Jonathan Safran Foer

Prendete un libro, uno qualsiasi, e apritelo a caso. Guardate il perimetro delle due pagine, lo spazio che c’è all’interno, il rettangolo che va da sinistra a destra. Adesso, immaginate di viverci in quello spazio.

Di viverci con più del doppio del vostro normopeso, di non aver alcun accesso all’esterno, di avere gli arti che ti fanno male, di non sapere se è giorno o notte, primavera o inverno, di avere spesso fame, tanta fame. Certo, sei un animale (pollo, maiale, tacchino, mucca o pesce), perciò la tua vita non vale granché. La tua vita, in realtà, non esiste. Tu in natura non saresti mai dovuto esistere: sei frutto di incroci tra animali selezionati appositamente per le loro qualità – più comunemente, perché la tua carne ha un più alto tasso di conversione in alimento. Se sei un volatile, non hai mai volato – non ce la faresti, con le tue ossa non riusciresti ad alzarti in volo, le tue ali non si possono dispiegare così tanto. Se sei un maiale, hai le gambe troppo corte, hai troppo grasso, il tuo cuore rischia di non farcela se ti affanni troppo. Ed in ogni caso, non puoi riprodurti sessualmente. Non esisti perché non sei più un animale, tu sei fatto soprattutto di acqua, antibiotici, ormoni, grasso, batteri e malattie, e un lago enorme e senza fine di sofferenza. Tu sei una merce e la tua funzione è sfamarci a basso costo, e basta.

Foer ha iniziato a scrivere questo libro perché stava per diventare padre e voleva fornire un’alimentazione eticamente corretta al figlio in arrivo. Non fosse soltanto il problema dei “diritti degli animali”. Potreste dire che “in natura, gli uomini hanno sempre mangiato carne”.  È vero, risponde Foer, ma non è sempre stato così essere un animale. Se sei un animale allevato per diventare nutrimento, la tua vita è soltanto una lunga sequela di dolore e privazioni. Sei stato ingrassato, mutilato, marchiato, pressato, imbottito di farmaci superflui, malato, torturato e bastonato. Ed infine, quando arrivi alla catena di smontaggio, all’ora X, la tua morte non è così liberatoria come ci si aspetta. No. Usualmente, vieni dissezionato vivo. Quando ti iugulano, ti strappano la pelle dai muscoli, ti appendono per un’anca, sei ancora vivo. Alcune scene descritte nel libro di Foer sono raccappricianti e potremmo pensare che sono esagerazioni o strumenti retorici. Purtroppo però, Foer utilizza tutti dati con fonti, riporta spezzoni di testimonianze oculari di ex lavoratori dell’industria della macellazione, e inoltre, lo scempio che si fa agli animali prima e dopo la macellazione è documentato dagli ispettori dell’USDA (dipartimento del governo americano che si occupa di vigilare sul benessere degli animali destinati all’alimentazione).

Ma forse le mie parole non sono (sicuramente) abbastanza, quelle di Foer lo sono eccome (ma per saperlo, dovreste leggere il libro), perciò mi sembra giusto aggiungere un aiuto audio-video.

Carne da macello

Per rispondere alla domanda di prima, io mi chiedo cosa ci sia di naturale in tutto questo.
Aggiungerò un’altra chicca. Anzi due. Mangiare animali è la causa più preponderante del surriscaldamento globale. Ciò dipende dall’enorme inquinamento che il sistema produce (dai gas di scarico al problema di smaltire le deiezioni degli animali) e dalla quantità di cibo – cereali soprattutto – che vengono utilizzati per sfamare gli animali. Ciò significa “più bocche da sfamare” con le stesse risorse, a dispregio dell’insostenibilità dell’impresa. Si formano dei cosidetti “lagoni” per le feci animali, di solito posizionai nelle aeree più povere del paese, le cui esalazioni producono un netto aumento di individui asmatici e un maggior numero di problematiche alle vie respiratorie nelle loro vicinanze territoriali.
Questo è strettamente collegato con la chicca numero due. Ossia, il numero di malattie che chi mangia regolarmente carne prodotta in allevamenti intensivi ha. Il numero di tumori, influenze e infezioni batteriologiche negli ultimi trent’anni è salito vertiginosamente. Sarà forse un caso? O magari è colpa del fatto che mangiamo animali malati, deformi e imbottiti di ormoni? Senza considerare i casi in cui ci si mette l’elemento umano a guastare la carne – come in molti casi documentati di lavoratori dell’industria avicola, filmati mentre urinavano direttamente sui polli lungo la linea di macellazione.

Se tutto questo importa, lo possiamo sapere noi esseri umani – che ci vantiamo di essere così poco animali, tanto da dimenticare completamente cosa c’è dietro quello che mangiamo. Mangiare è un’abitudine sociale, significa ricordare e onorare, rafforzare legami sociali e familiari, costruire la propria identità. Foer non dimentica tutto questo, anzi. Il pregio di questo libro è proprio quello di mostrare, con le sue argomentazioni lucide, le sue riflessioni sottili, le sue prove evidenti, quanto possiamo essere umani e quanto possiamo non esserlo.

Riaprite il libro a caso, guardate di nuovo lo spazio tra le pagine. Questo è lo spazio che normalmente abbiamo relegato nella mente ai pensieri su quello che mangiamo. Allargare questo spazio è possibile, oltre che necessario. E dato che questa recensione arriva con un tempismo perfetto, pensate all’agnello nel vostro piatto il giorno di Pasqua.

Azzurra Scattarella

Jonathan Safran Foer, Se niente importa, Guanda, 2009, € 12.00

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