“Cercò di guardare bene, le serrande della casa erano chiuse, come le persiane del palazzo scrostato e come quasi tutte le finestre dei condomini intorno. Aprite, disse, perché non aprite?”. È quando uno scrittore ti ruba le parole, che racchiudi un intero libro in una frase, o meglio, in un’immagine; è proprio l’impossibilità di bussare, di urlare e di rompere il vetro che mi ricorda la storia di Lorenzo e dell’ombra di suo padre.
Ho terminato di leggere Sono comuni le cose degli amici in una settimana, respirando all’inizio un inebriante profumo di fiori illuminati dal buio della notte estiva, mentre tutti pensano a qualcuno che hanno perduto. Lorenzo ci porta inquieto per mano, in un miscuglio di ricordi, fra incontaminate spiagge della Grecia, case straboccanti di sensazioni, piazze festose e odori di cucina; in un giorno di infinita tristezza, Lorenzo ci fa assaggiare dei biscotti fatti in casa e un ottimo tè aromatizzato al passato.
Leonardo è l’ombra chiara, è colui che Lorenzo potrebbe diventare senza accorgersene, ma quelle finestre non si aprono, quell’urlo è silenzioso e tutto rimane irrisolto: l’amore, l’amicizia, il sesso, semplicemente la vita. La storia corre lentamente verso una fine che ci lascia assetati. Lorenzo supera la lacerante veglia del primo capitolo e vorrebbe essere quel vento del secondo che trasforma tutto, perché tutto cambia, perché tutto deve cambiare; invece Lorenzo sbatte contro il volto del suo migliore amico, in quale non ha mai potuto perdonarlo. Ma quel volto è il suo, perché è con se stesso che si scontra ed è così che il lettore comprende che sono davvero comuni le cose degli amici. Grazie al primo romanzo scivolato dalla biro di Matteo Nucci.
Glenda Gurrado
Matteo Nucci, Sono comuni le cose degli amici, Ponte alle Grazie, 217 pp., 14,50 euro
















