Indipendentemente Festival dell’Editoria e delle Arti

Il weekend appena trascorso si è tenuto Indipendentemente, festival dell’Editoria e delle Arti, all’interno del bellissimo castello medievale di Belgioioso (PV). Da venerdì 6 ottobre a domenica 8, dalle 10:00 alle 21:00, nelle sale del castello si sono succeduti scrittori, attori, musicisti, storici e archeologi, per una manifestazione culturale intensa, tutta dedicata al pensiero indipendente.

Indipendentemente nasce dall’idea e forza di volontà di Fabio Ivan Pigola, il direttore artistico, che un po’ stoicamente e molto controcorrente (del resto, che così fosse lo si poteva intuire dal nome del festival) ha deciso di dar vita a questa tre giorni.

Tre giorni intensi, vivi, impegnati. Lo dico in prima persona, da collaboratrice del festival – perciò prendete questo articolo per quello che è: non una recensione, non un reportage, non una critica, ma il post di un blog – e lo dico con il sorriso sulle labbra. Perché a volte (spesso) fa bene fare più cose, prendere treni, spostarsi e arrivare in un luogo che non sapevi neanche che esistesse e immergerti in un’altra realtà, che vive dell’eterea materia dei sogni e della cultura, che vorrebbe avere la C maiuscola, e in alcuni casi ce l’ha.

Ho conosciuto autori di cui avevo solo sentito parlare e di cui ancora non avevo letto nulla, ho rivisto amici e conosciuto di nuovi, ho incontrato tantissime persone (giovani e donne, soprattutto, e sono molto contenta di entrambe le caratteristiche) che ci credono, dove quel “ci” rappresenta l’editoria indipendente, il difficile mondo del teatro contemporaneo, più in generale, credono nel settore della cultura, nella sua vitalità e nella sua forza. Ragazze che negli occhi hanno tanti sogni più o meno avverabili, una buona fresca dose di genuinità e purezza e tanta strada da fare ancora. E spero che la facciano, tutta e in fretta, raggiungendo tutti gli obiettivi che si sono poste.

Confesserò subito che il momento epico per me di questo piccolo festival è stata la presentazione di Raul Montanari: una vera e propria esibizione, in cui lo scrittore ha imitato Aldo Busi in modo esilarante e preciso, regalato pillole di saggezza sulla scrittura, stuzzicato la mia curiosità di lettrice (memo: comprare i suoi libri).
Ho ascoltato l’intelligenza vivace di Francesco Muzzopappa (e ho preso ancora un altro doppio memo), ho assistito alla dolcezza di Ivano Porpora incantatore di gatti, ho visto sporgersi coraggiosamente, guidata dal sapiente deus ex machina Rosario Palazzolo (che sarà a Milano questa settimana, ovviamente si va a vederlo) delle persone in uno spettacolo teatrale, regalando a noi spettatori il fremito dell’assistere a qualcosa di unico e irripetibile come solo il teatro può essere, e proprio in questo risiede il suo verismo e la sua potenza; ho chiacchierato con tanti editori e lungamente con uno in particolare, Pietro del Vecchio, che stimo profondamente perché fa quello che vorrei fare io se avessi più risorse, e lo fa stupendamente bene, supportato dal grandioso braccio destro di Paola del Zoppo, moderatrice attenta e sagace.
Sarei curiosa di andare a vedere quanti hanno depositato il loro manoscritto inedito nel box apposito; e sarei curiosa anche di leggerli e vedere se tra di loro c’è qualcuno che mi piace e magari qualcuno che troverà accoglienza presso gli editori indipendenti.
Ho ascoltato rapita ed entusiasta il racconto del lavoro di Stefano Maggi e Cesare Zizza, rispettivamente archeologo e storico dell’Università degli Studi di Brescia, i quali coniugano con intelligenza la loro conoscenza dell’antico rapportandolo al moderno e al concreto in un lavoro attualissimo, che si traduce (fra le varie cose) in una serie di laboratori destinati ai bambini delle scuole elementari e ragazzi del liceo, e che ribalta completamente la folle distopia secondo cui gli umanisti non servono più a niente (parlate con loro due e poi vedrete). Mi sono seduta a sentire Giorgio Scianna, che con la preoccupazione di un padre cerca di entrare nel mondo degli adolescenti, scrivendo qualcosa che sia per loro e parli come loro (La regola dei pesci, Einaudi). E mi sono accorta che anche lui cerca di tradurre le generazioni future e contemporanee, angosciato dall’idea che avremo un futuro incerto, forse peggiore e più duro di quello che invece era stato prospettato loro.

Non lo so che futuro avremo, io e quelli dopo di me; so per certo che quando vedo una bella manifestazione, seppur piccola e non così celebre o perfetta, sento che ci sono delle speranze per una visione positiva. Del resto, il futuro è incerto per definizione, no? Mentre l’arte, quella vera, rimane ed è sicura.

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