“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” – Philip K. Dick

Come si fa a non essere incuriositi da un titolo come Ma gli androidi sognano pecore elettriche? L’autore, ma credo lo sappiate già, è uno di quelli che adoro, ossia l’immenso Philip K. Dick. Di suo avevo già letto e conseguentemente recensito Ubik (e qui potete leggere anche la recensione de Le confessioni di un artista di merda). La stravaganza dei titoli, come è evidente, è uno dei timbri del genio di Dick.

La location di questo romanzo è un futuro (al momento della prima edizione, infatti siamo nel 1992) distopico, dopo una guerra totale. Il conflitto ha introdotto strane tempeste di una sabbia velenosa che ha ridotto drasticamente la popolazione mondiale e reso quasi necessaria l’emigrazione di massa verso altri pianeti.
Le facoltà mentali dei pochi rimasti sulla Terra viene intaccata da questa speciale palta, riducendole notevolmente.
La tecnologia è, come nella migliore tradizione fantascientifica, super avanzata, e il genere umano è giunto a saper costruire degli androidi tali e quali agli umani.
In linea teorica sono stati progettati e costruiti per servire i biologici, ma ogni tanto capita che i robot sfuggano dalle colonie extraterrestri e tornino sul pianeta patria per vivere in libertà.
L’unica cosa che differenzia gli uomini da questi androidi è la possibilità di provare empatia nei confronti dei propri simili e delle altre creature viventi, e cioè i pochi animali rimasti dopo la lotta armata.
Il lavoro del nostro caro protagonista cacciatore di teste è quello di testare ed eventualmente ritirare e disattivare i fuggitivi.
Lo strumento principale di Rick Deckard, il primo attore di questo lungo romanzo, è un test psico-attitudinale basato sull’analisi delle reazioni a specifiche domande, a forte impatto emozionale.
Vi ricorda qualcosa? Sì, avete indovinato: questo libro ha ispirato il film cult di Ridley Scott, Blade runner (nel cui merito non entrerò, altrimenti dovrei scrivere recensioni su recensioni a parte).
Indimenticabile la scena dell’esame del non-umano, quando gli si chiede come si comporterebbe se si trovasse di fronte una testuggine a zampe all’aria. Come al solito le righe di Dick sembrano prevedere di diversi decenni la piega che ha preso l’evoluzione, quello che vediamo tutti i giorni. Basta essere un minimo interessati ad argomenti quali l’intelligenza artificiale e la robotica, per sapere che stiamo facendo passi da giganti, a velocità folli. Stiamo facendo sempre di più assomigliare oggetti inanimati all’uomo: ma ha senso? A che scopo?
Vale anche l’inverso: anche l’uomo sembra sempre di più avvicinarsi ad una macchina senz’anima, in un perverso gioco di specchi che avvicina inesorabilmente le due creature.
Il celeberrimo sottofondo di pessimismo di Philip Dick è presente anche (e forse soprattutto) in questo romanzo e non riesce a mascherare in alcun modo lo sfondo di nichilismo che l’autore prospetta per la nostra specie.

Questo libro, per quanto si legga velocemente per via della scorrevolezza data dalla brevità dei capitoli, richiede in realtà una lettura concentrata, perché molte e complesse sono le tematiche messe in gioco. Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è un capolavoro letterario ma non solo, potrebbe essere considerato un vero e proprio saggio di sociologia.
Concludo con un ultimo richiamo al titolo: in quest’universo narrativo possedere un animale vero è motivo di prestigio e consolidato status sociale per i terrestri superstiti. Gli animali sono quasi tutti estinti, perciò un periodico mensile, il rinomato “catalogo Sidney”, ne riporta i prezzi aggiornati, mentre si sprecano le riproduzioni i ferro e plastica. Detto questo non vi rimane che immergervi nella lettura ed appassionarvi fino all’ultima pagina, sempre che non possiate provare emozioni, perché androidi…

Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, 1968, € 13,60

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