Intervista ad Alessandro Silva

Poco tempo fa abbiamo recensito L’adatto vocabolario di ogni specie di Alessandro Silva, edito da Pietre Vive Editore, e così abbiamo voluto sapere qualcosa in più dell’autore.

Perché uno scrittore di Parma sceglie di scrivere sull’Ilva di Taranto? Ma soprattutto, perché in forma di poesia?

Il caso dell’Ilva, fin da quando venne reso noto da telegiornali e quotidiani, produsse in me un’inquietudine talmente profonda da restarmi come ingombro nella mente. All’epoca lavoravo come Dottorando in Biologia e Patologia molecolare all’Università di Parma e mi occupavo di ricerca in campo oncologico. La lotta degli operai, la cui vita veniva bevuta a grandi sorsi da malattie mortali (in primis proprio tumori) o dalla fatica del lavoro, aveva qualcosa di epico e dunque tragico nella sua impossibilità di rovesciare il potere alto, lasciando che esso soggiogasse le aspirazioni di questi uomini e la loro fede in una bellezza quotidiana inarrivabile. Tenni per me queste immagini senza lasciarle confondere al resto di affanni e sofferenze di cui si riempieva il mondo in quel periodo. Sino allo scorso anno, quando capii come poteva essere giunto l’attimo di lasciarle trapelare con la scrittura poetica. Perché la poesia è fare e trasmettere concetti in maniera potente e immediata. E con la poesia Taranto divenne per me un operaio dell’Italia. Uno dei tanti che toglie vita alla notte e dà il suo pezzo di aria al giorno.

Cos’ha significato vincere la terza edizione del concorso “Luce a Sud-Est” della casa editrice Pietre Vive?

Ha significato vincere una sfida. Capovolgere canoni di scrittura e tematiche a rappresentare per me terreni fertili e sicuri di approdo fino a poco tempo prima, per scoprire nuove angolazioni interiori sul ciglio di qualche paesaggio urbano o il caldo di una luce sospesa sui mobili rovinati di un interno, dove la vita di chi lo abita pare ferma e fissa. I luoghi sconosciuti della poesia civile e di impegno sociale, insomma. Alla fine la poesia è anche paura e capacità di scontrarsi con quella paura, è sempre un punto di partenza verso una imprecisata meta finale. Tu puoi averla ben chiara nei tuoi occhi ma ciò che resta quando pensi di aver scritto il verso conclusivo sono sempre nuovi dubbi e insicurezze. E un rinnovato coraggio per proseguire.

Il tuo campo di formazione e di professione è quello scientifico. Come si coniuga l’interesse per la letteratura?

Credo derivi dalla curiosità personale di fare chiarezza nei percorsi misteriosi dell’esistenza umana, sondarla non solo attraverso la capacità penetrativa della scienza e il suo metodo, ma anche tramite il linguaggio poetico. Proprio per le poesie de “L’adatto vocabolario di ogni specie” più che mai si è reso necessario trovare un’armonia tra lingua poetica e lemma scientifico, per spiegare come il dramma dell’ILVA si è ripercosso sulla salute dei suoi operai. Ho cercato di rendere il tutto armonico, di seguire una ricerca stilistica sempre votata alla bellezza e all’eleganza. Per consentire alla mia poesia di essere uno strumento di conoscenza e interpretazione di quella piccola parte di mondo, Taranto, che, seppur mai visitata né vissuta di persona, è stata tramutata in un simbolo di altre realtà industriali e lavorative altrettanto tormentate e presenti nel resto del mondo.

Ci sono stati scrittori che ti hanno particolarmente influenzato?

Sono un lettore piuttosto disordinato che tende ad amare una singola poesia o un racconto, o alcuni paragrafi di un romanzo piuttosto che tutto l’insieme. Ci sono naturalmente dei riferimenti sicuri e, in ambito poetico questi sono rappresentati da Ungaretti, il mio primo amore giovanile, Attilio Bertolucci, Caproni e Amelia Rosselli. Ma anche Derek Walcott e Sylvia Plath, Eliot e Rilke, e la recente scoperta dell’inquietudine scarna ma pungente di Francesco Tomada. E l’arboreto poetico di Tiziano Fratus, un punto di vista sull’universo che merita di essere letto e pensato. Mi fermo qui per non tramutare la risposta in un lungo elenco di nomi. Amo anche e soprattutto le commistioni di generi, le contaminazioni, per cui il gesto poetico da parola si fa disegno, canto o fotografia e genera una nuova potenza espressiva e comunicativa.

Ti sei definito biologo per scelta e scrittore per vocazione. Cosa rappresenta la scrittura per te?

Rispondo con le parole scritte dall’immenso Rilke nella sua “Lettera a un giovane poeta”: “Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a sé stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità”. La letteratura e, nello specifico, la poesia, è catarsi. Anche se, quando lo diviene, occorre sempre filtrarla attraverso l’occhio sacro del mondo e tutto quanto gli appartiene: il disegno dei miracoli buoni e cattivi che crea e il sangue nelle sue parole piantate a terra che l’uomo-poeta deve saper cogliere e raccogliere. Questo è necessario per risvegliare la poesia dal torpore di un’intimità capace di accarezzare e scaldare soltanto noi, ma non chi legge. E, poi, la poesia è tale se diviene necessità. E ti sostituisce il sangue.

C’è una forma di scrittura che privilegi o nella quale ti senti maggiormente a tuo agio?

Accade che io segua un percorso: ogni componimento deve avere una struttura precisa, fatta di un prologo, lo svolgimento del tema scelto e un epilogo. Una poesia deve essere una successione di scene, in uno schema sequenziale. Questa forma mentis piuttosto definita l’ho mutuata dall’ideazione di un racconto e più in generale dalla narrativa, ma non solo: anche il metodo scientifico, imparato negli anni universitari poi applicato in ambito lavorativo, per studio e ricerca, è un processo simile, schematico e ben risolto. Esigo sia chiaro il percorso creato per condurre i passi del lettore e non farlo pensare al peso del proprio corpo. Quale tipo di viaggio egli deciderà di intraprendere rimane poi una sua scelta: lasciarsi bruciare il respiro sulla pelle, sporcarsi di un ricordo o nulla, passeggiare un po’ ovunque senza nessuna meraviglia manifesta.

In uno dei tuoi articoli, affermi che una delle domande più ricorrenti per gli uomini è: chi siamo? Che definizione puoi attribuire oggi all’uomo, anche e soprattutto alla luce di scempi umani ed ambientali come la controversa questione dell’Ilva?

Anche in questo caso risposta mi avvalgo delle parole di chi una risposta l’ha già data, nel modo migliore che io potessi auspicare:

Non capirsi è terribile
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.
 

In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere.
(Evangeij A. Evtušenko)

L’uomo è divenuto un animale incomprensibile a sé stesso che, con l’incomprensione, si mortifica e si abbandona a gesti e miserie a volte indicibili nei confronti dei suoi simili. Ci sono anche le creature mirabili e illuminate che comprendono e lo trovano altrettanto terribile, perché non sanno come porre rimedio a questo sfacelo. I poeti debbono essere acuti osservatori di questo disagio e fornire una nuova primavera che sfidi il bruciore e la cenere fatta. Devono muoversi e saper smuovere, riabituare l’uomo a parole intere e non lasciate a metà, fargli rialzare gli occhi. Poeta è anche chi legge, e affronta di coraggio ciò che non ha mai osato toccare finora: il vero volto degli altri uomini nelle parole. Così da animale incomprensibile torna ad essere umano.

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