Intervista ad Andrea Corona

Ed oggi, un incontro letterario sul nostro sito, trasformatosi in panchina fuori dal ring, in cui cronisti e critici commentano i matches. Fortunatamente, l’ospite Andrea Corona, autore di Giochi ringhistici - Perché il professional wrestling è il gioco per eccellenza, è molto più cordiale del tema cui si è invece appassionato, il wrestler.

Allora, Andrea, parto dalla domanda più scontata ma naturale: quella del wrestling è una tua passione personale – e fisica – o un “capriccio” da studioso?

Mi appassionai al wrestling, istintivamente, da piccolissimo, seguendolo soprattutto in tv, per poi tenermi informato anche con l’ausilio di riviste specializzate e altro materiale. E tuttavia, ad oggi, ancora esito – e continuerò a farlo – a definirmi un vero esperto. Ciò in virtù del fatto che, ad assumere un atteggiamento da “Noi Dotti”, quando si tratta di wrestling, è, a mio parere, un po’ come assumere un tale atteggiamento in campo metafisico… ovviamente, sto anche un po’ esasperando i toni per fare il verso, in modo scherzoso, a ciò che mi si chiede quando si vuol sapere se la mia sia anche una passione “fisica”, ed io allora rispondo che è, tutt’al più, “metafisica” (umorismo da filosofi, non badateci). Nel 2003-’04, comunque, stavo iniziando a scrivere un libro sul wrestling, una sorta di cronistoria delle vicende più famose del wrestling, un lavoro abbastanza semplice e disimpegnato. La mia idea era, infatti, quella di ripercorrere le “storie” del wrestling a mo’ di riassunto di un telefilm, di una soap opera o di una fiction. Ebbene, fui costretto a rinunciare; ma in compenso, mi si aprì un mo(n)do completamente nuovo di considerare ciò di cui fino a quel momento mi ero sentito, e a torto, un esperto. I wrestlers, infatti, notai, agiscono a molti più livelli di quanto non sembri: alcuni interpretano dei personaggi assolutamente “fantastici” (quale può essere, ad esempio, un supereroe mascherato), altri interpretano praticamente il ruolo di se stessi (magari portando sulla scena i loro problemi personali), ed altri ancora sono un po’ come degli ibridi (si pensi ad  un supereroe mascherato che, anziché parlare dei suoi superpoteri, si ritrovi invece alle prese con altre, e ben più umane, incombenze, come il divorzio dalla moglie, l’affidamento dei figli, …). Ciò che sto cercando di dire, è che nel wrestling  lo “scarto” tra “il dentro” e “il fuori”, così come quello tra “il prima” e “il dopo” non segue necessariamente una linea di demarcazione netta, ma può anche arrivare ad essere molto elastico. Ci si renderà conto, adesso, del perché dovetti desistere dal mio proposito iniziale, e dare invece un taglio più “concettuale” al mio discorso. A partire dalla stagione 2004-’05, infatti, mi balzò alla mente l’idea di una tesi di laurea in Teoria del Linguaggi dal titolo “Giochi ringhistici” (le due cose, per inciso, furono assolutamente coincidenti: l’idea di una simile tesi e di un simile titolo mi vennero nel medesimo istante).

E’ corretto, secondo te, vedere un certo parallelismo tra la personalizzazione di vari fenomeni sociali umani, come la politica o l’annullamento della vita privata delle star, con il progressivo mescolarsi di finzione e realtà nella vita dei wrestlers?

Circa il contenuto delle succitate “storie” (in gergo “storylines”), è risaputo che i lottatori di wrestling, allo scopo di suscitare l’interesse del grande pubblico (e quindi anche dello spettatore occasionale, distratto, che segue il wrestling solo melismaticamente) recitano la parte di rivali – in amore, in affari, o altro – che risolvono le loro divergenze sfidandosi ad incontri di wrestling (quasi come si trattasse di moderne varianti dei duelli letterari). E che significa, però, dire che un wrestler ha un rivale? O che è innamorato, fidanzato, sposato? Come vengono rappresentate queste storie? Nel caso di un wrestler sposato, ad esempio, potrebbe significare che:

a) il suo personaggio, nel corso di uno degli episodi precedenti della fiction televisiva, ha sposato la sua valletta, un’attrice che ha recitato una parte, usando un nome d’arte (quindi si è trattato di mera finzione);

b) il suo personaggio, nel corso di uno degli episodi precedenti della fiction televisiva, ha sposato la sua valletta, la quale, però, è anche sua moglie nella vita privata, e che magari non ha usato alcun nome d’arte.

Ma, nel wrestling, potrebbe significare anche che:

c) l’interprete ha semplicemente coinvolto all’interno dello show, di punto in bianco, e senza che negli episodi precedenti si sia mai celebrato alcun matrimonio, sua moglie, la sua consorte nella vita reale, così che adesso anche il personaggio interpretato è sposato;

d) l’intenzione di partenza era quella di coinvolgere la vera moglie del wrestler, ma poi, per una serie di vicissitudini (ad esempio una lunga pausa a seguito di un infortunio), è trascorso del tempo, intanto i due hanno divorziato, e tuttavia, a distanza di un anno, si è presa la decisione di proporre ugualmente la stessa storia che si voleva proporre al pubblico sin dall’anno precedente. In questo caso, dunque, l’interprete ha coinvolto, di punto in bianco, all’interno dello show, non quella che è la sua consorte nella vita reale, bensì quella che… fu la sua consorte nella vita reale, giacché ora, allo stato attuale, i due non sono più marito e moglie nella vita, mentre lo sono sulla scena. Come considerare, dunque, in questo caso, il ruolo dell’interprete femminile? Anche in questa circostanza, infatti, non si è celebrato alcun matrimonio nelle puntate precedenti della fiction. Dunque il suo sarà da considerarsi solo come il ruolo di un’attrice? E che dire, però, se dovesse mostrare al pubblico le foto del loro matrimonio? E se utilizzasse comunque un nome d’arte? Che cosa si sta facendo qui? Si sta spacciando il falso per vero? O forse piuttosto il vero per falso? Le acque, come si noterà, sono assai confuse… Eppure, avviene tutto sotto i riflettori … o no? Insomma, direi che qui si entra nel territorio del “così è (se vi pare)”. Spero la mia risposta ti soddisfi.

Sei stato molto esplicativo. Invece, personalmente, cosa ti piace di più del gioco ringhistico?

La sua “cosmèsi”, intendendo questo termine in senso etimologico, greco, pitagorico (inutile dire che questo concetto non è presente nel libro: l’argomento esula dalla ludologia e, soprattutto, in veste di autore emergente, non mi passava neanche per la testa affermare che “il wrestling è pitagorico”…). Mi spiego con calma: il wrestling, si sa, è un po’ un guazzabuglio, una babele, un blob, una sorta di “bestiario della pop culture”, qualcosa da far invidia all’inconscio di Quentin Tarantino, insomma (e non mi dilungo oltre, ma direi che ci siamo intesi). Ora, per i greci, il disordine era il kaos, mentre l’ordine era il kosmos. Gli Ionici insistevano sul fatto che i fenomeni naturali non erano casuali, ma ordinati. Ed essendo il mondo, per Pitagora e i pitagorici, un ordine geometricamente misurabile e matematicamente esprimibile, ecco spiegato perché noi oggi chiamiamo il mondo “cosmo”. L’universo, la totalità delle cose, veniva chiamata kosmos  perché questa parola indicava proprio ciò che si indica attualmente con il termine “cosmetico”, un aggettivo che usiamo in riferimento “alla bellezza di una sistemazione ordinata che conferisce armonia al tutto”. E si ricordi che l’armonia era un concetto fondamentale per i pitagorici. Non a caso, nelle loro scuole, oltre alle matematiche, gli insegnamenti più importanti erano la musica e la cosmologia, e le armonie musicali erano viste come il modello di quelle universali. “Il bello” è dunque ciò che è armonioso e ordinato, e da “cosmico” a “cosmetico” il passo è breve. Naturalmente, così come non è possibile riordinare una stanza vuota, o già ordinata, ma è necessario, per farlo, che vi abbia regnato prima il caos, ebbene, anche nel wrestling non è possibile ordinare ciò che è già ordinato. Gli incontri di wrestling appaiono dapprincipio come delle rozze simulazioni di risse da strada, dove i colpi sono frenetici, disordinati e casuali, ma, nel loro procedere, appaiono  in realtà molto più simili ad una danza, o meglio ad un rituale, nel quale si compiono sempre gli stessi gesti rigorosamente formalizzati, seguendo una progressione di mosse ordinata, e fino al raggiungimento di una sorta di “furor”, una sorta di stato di alterazione mentale del lottatore, come quello di Achille e degli antichi guerrieri greci. Naturalmente, anche l’inverso è possibile. Citando Roland Barthes, gli incontri di lotta seguono “un’algebra dei movimenti”, eppure, “altri, e certamente tra i più riusciti, finiscono proprio in una gazzarra finale, sorta di fantasia sfrenata, in cui sono aboliti regolamenti, leggi specifiche, censura arbitrale e limiti del quadrato, sfociando in un disordine finale che straripa nella sala e trascina alla rinfusa i lottatori, i secondi, l’arbitro e gli spettatori”. In conclusione, il processo è dunque più simile ad una dialettica di ristrutturazione-caos-destrutturazione… proprio come in molti miti e filosofie elleniche.

A livello filosofico, mi ha stupito vedere quanti autori si sono interessati al gioco. Questo sembrerebbe rafforzare la tua tesi secondo cui il wrestling è proprio il gioco par excellance. Che ne pensi?

La filosofia è, per molti versi, se non addirittura in primo luogo, una questione di definizioni. E il gioco, si sa, mette a dura prova tutte le concettualizzazioni. Gregory Bateson (antropologo di formazione) ha finito per sostenere che il gioco è “indefinibile categorialmente” perché è “un negativo che non identifica neppure ciò che nega”. Il gioco è un iperonimo comprendente al suo interno gli iponimi di competizione agonistica, mascherata, violenza, giostre, ecc (e qui il rimando è, tra gli altri, allo storico olandese Huizinga), ma sempre all’interno di un contesto che sia già in qualche modo giocoso (tirare un calcione a qualcuno per strada è diverso dal tirare un calcione a qualcuno su un campo di calcio, perché se nel primo caso è certamente reato, nel secondo potrebbe anche trattarsi di ciò che il sociologo francese Roger Caillois chiamava “degenerazione dell’agon”). Così il wrestling, il significato dei cui gesti non è estrapolabile da un preciso “contesto d’uso”. Ma qui siamo già passati a Wittgenstein, il filosofo dei “giochi linguistici”, per il quale il significato dei linguaggi – verbali e non – sta nel loro uso. Naturalmente, con ciò non si vuol dire che del gioco non si possa dir nulla, o che esso sia qualcosa di (to)talmente “platonico” da sussistere esclusivamente nelle intenzioni e nella mente di chi gioca (ancora Bateson afferma che l’atteggiamento di chi taglia la legna per hobby è sicuramente diverso da quello di chi deve farlo per lavoro). Ciò che rende tanto interessante il gioco, è proprio il fatto che esso appare come “una soglia” tra pratiche diverse, e dunque, non si lascia inquadrare, incasellare, facilmente. Se posso suggerire una metafora, si provi a immaginare l’aria all’interno di una stanza… con porte e finestre spalancate.

Come spieghi, invece, il recente amore per questo sport, verificabile nell’aumento di programmi, televisivi e non, dedicatogli,  e nel crescente numero di appassionati, giovanissimi e di entrambi i sessi,  che riscuote?

Ci sarebbero da considerare una miriade di fattori e di motivi. Innanzitutto, come dici tu stessa, il wrestling viene conosciuto in primo luogo attraverso il mezzo televisivo, e quindi entra nelle case di tutti, senza distinzione di sesso, età, fascia sociale. In secondo luogo, colpisce la fantasia dei più piccoli a causa di quello che Roland Barthes chiamava l’elemento barocco, e cioè lo sfarzo, l’eccesso, l’esagerazione (nel wrestling, ad esempio, non si parla ma si grida, a cominciare dai commentatori, molto bravi a sovreccitare i bambini). Un altro motivo è poi dovuto all’immagine dei lottatori, per nulla anonimi, ma “confezionati” con costumi alla Batman, mimica gestuale alla Incredibile Hulk, mimica facciale alla Popeye, ecc. Altri motivi: il wrestling è facile da seguire, tutti i colpi vengono portati in modo estremamente amplificato, e non prima di essere ampiamente annunciati, così che le azioni di lotta e le fasi di combattimento risultino perfettamente chiare a tutto il pubblico (a differenza del pugilato, ad esempio, dove si capisce a malapena quanti e quali colpi raggiungano effettivamente il volto dell’avversario). Inoltre, le situazioni sono ripetitive e ben delineate, creando e rispettando dei modelli di prevedibilità (“modelli attanziali”; ma gli stessi personaggi sono stereotipati, attanziali). A proposito della ridondanza, della ripetitività, penso sia doveroso parlare anche di un altro fattore: la “coazione a ripetere”, ovvero quel godimento che i bambini traggono dalla ripetizione all’infinito dello stesso gesto compiuto in modo reiterato e quasi ossessivo-compulsivo. Nel gioco non si dà mai un’ultima partita, ma ci sarà sempre una rivincita, un’ancora una volta, un “one more time”. E il wrestling è un serial infinito, senza pause estive o natalizie, ma soprattutto, ai bambini piace avere conferme, ricevendone rassicurazione, un po’ come dall’ascolto ripetuto di una fiaba alla sera che confermi loro, prima di esser lasciati soli al buio, che alla fine il buono vince e l’orco perisce. Da par mio, posso dire che da piccolo prediligevo proprio quegli incontri dal finale più scontato, quelli in cui ad un wrestler molto quotato era dato affrontare un esordiente, un perfetto sconosciuto, acerbo nel fisico e nella personalità. In questo caso, infatti, già pregustavo tutte le mosse che il mio beniamino avrebbe compiuto, disponendo del suo sparring partner come meglio non avrebbe potuto. Taluni fan di wrestling, tra il pubblico maggiorenne, si lamentano del fatto che ad ogni lottatore sia concesso un repertorio di mosse troppo limitato, ma a mio avviso non è detto che ciò costituisca necessariamente un difetto e non sia piuttosto una virtù: chi va a vedere lo show di lotta esige di vedere dal vivo proprio ciò che ha già visto mille e mille volte in tv, e certo si sentirebbe defraudato se i suoi beniamini non eseguissero le stesse mosse di sempre.

Hai mai assistito a qualche incontro?

Certamente! Ed è molto interessante notare come, proprio nel momento in cui i papà e le mamme si rivolgono ai figli dicendo “lo vedi adesso che è tutto finto?” arrivi un colpo di scena, un piccolo fuoriprogramma dovuto alla verve dei lottatori, i quali, in trance agonistica o chissà cosa, si lasciano sempre prendere un po’ la mano… Ad esempio, fu molto divertente e interessante vedere, qualche anno fa, uno dei beniamini della mia infanzia, Scott Steiner, “strappare” letteralmente il maniglione di una delle porte delle uscite antipanico del palazzetto e colpire il suo avversario ferendolo alla schiena con la barra metallica (se avete presente i maniglioni posti orizzontalmente a mezz’altezza sulle porte, capite a cosa mi sto riferendo). E il tutto sotto lo sguardo attonito del proprietario del PalaPartenope…

Sulla stessa linea, ti chiedo se hai qualche wrestler preferito, e chi.

Sì, certo. Nel corso degli anni ci sono stati diversi wrestlers che mi hanno colpito più degli altri, alcuni per la bravura nell’eseguire le tecniche di lotta, come Bret “Hitman” Hart o Curt “Mr. Perfect” Hennig, altri per aver fatto presa sulla mia fantasia di bambino, come Sting “The Stinger”, altri ancora per la loro “follia”, come Mick Foley, altri per il loro carisma, come Hulk Hogan o Big Bossman, che combatteva vestito da poliziotto, e altri ancora per la loro simpatia, come “Rowdy” Roddy Piper o, per fare un esempio più recente, Santino Marella, a mio avviso uno dei personaggi più riusciti degli ultimi anni. Santino interpreta la parodia dell’italiano vanaglorioso, che cerca in tutti i modi di apparire forte e coraggioso, salvo poi finire ogni volta per rendersi ridicolo e rivelare la sua vera natura di pavido e inetto. Tuttavia, il bello, con il wrestling, è che non sai mai se si tratta di satira o di satira della satira. Quello di Santino Marella (interpretato magistralmente da Anthony Carelli) potrebbe essere un ruolo stupido (prendere in giro il modo di fare dei “terroni”) o geniale (prendere in giro il modo di fare di chi prende in giro i “terroni”).

Su tutti, comunque, il primo posto, nella mia personale classifica, spetta indubbiamente ad un genio, Andy Kaufman, il quale ha saputo assecondare come pochi la capacità di indignazione del pubblico. Secondo l’opinione di molti, Kaufman non sarebbe da considerarsi un vero wrestler, perché proveniente dal mondo dello spettacolo e perché impegnato soprattutto in “incontri-sketch”, molti dei quali contro le donne. Ma chi è, in fin dei conti, il vero wrestler? Dico questo perché secondo l’opinione di alcuni wrestlers del passato, lo stesso Hulk Hogan non sarebbe un vero wrestler ma solo un “trascinatore”; mentre, per altri ancora, il succitato Mick Foley sarebbe solo uno “stuntman” (quando poi la parola “stuntman”, applicata ad un wrestler, non è detto che debba per forza essere usata in senso dispregiativo, anzi), e così via. Ma forse una definizione, seppur rozza, di wrestling potrebbe anche essere questa: “il wrestling è quella cosa che se metti dieci wrestlers in una stanza e chiedi ‘cos’è il wrestling?’ scoppia una rissa”.

Ed anche, naturalmente, se c’è qualche altro gioco che ti interessa quanto il wrestling, che sia più o meno paragonabile ad esso o che ti piaccia per motivi personali.

E’ proprio pensando ad Andy Kaufman che rispondo a questa domanda. Il wrestling mi ricorda molto gli “happenings” di Andy Kaufman (che finì per dedicarsi non a caso al wrestling) ma anche quelli, più attuali, di Sacha Baron Cohen (l’attore comico britannico noto in Italia soprattutto come Borat). Direi che tali “happenings”, che reggono sulla messinscena di finti fuoriprogramma, sono simili per molti aspetti al wrestling. A cominciare dalla condivisione del messaggio che “questo è un gioco”, il quale messaggio non essendo noto a tutti i partecipanti, va a creare immancabilmente delle situazioni confuse, ancora una volta pirandelliane, o anche alla Luther Blissett. Insomma, come abbiamo già visto, la sovraesposizione c’è, ma cosa si sta esponendo davvero?

Ed infine, ti domando: progetti per il futuro?

Come dice Jack Torrance a Wendy: “idee tante, ma buona nessuna”. Da vostro ammiratore, non potevo non notare che Temperamente ha dedicato nei giorni scorsi una recensione a “Shining”. Ebbene, per questo motivo ho voluto risponderti così. In ogni caso, sappiate che, qualora dovessi riuscire a pubblicare anche la mia tesi specialistica (sempre ovviamente in forma rielaborata), voi sareste le prime a saperlo. E questa è una promessa. Vi saluto con un arrivederci!

Ringrazio per la promessa e ribadisco la stima di Temperamente nei tuoi confronti. Arrivederci e buon lavoro ad Andrea Corona!

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