Carmelo Sardo è giornalista e volto del Tg5. Vento di Tramontana (recensito sul nostro sito qui) rappresenta il suo esordio letterario. E proprio sul suo romanzo, edito da pochi mesi, noi lo abbiamo voluto intervistare.
Il nostro più sentito benvenuto va all’ospite di oggi, che nel salotto virtuale di Temperamente ha risposto alle nostre curiosità.
Vento di Tramontana è un titolo molto suggestivo e rappresenta l’elemento che inizialmente angoscia il protagonista, una giovane guardia carceraria, ma che poi gli permette di scoprire un mondo a lui apparentemente lontano. Da dove trae spunto?
A Favonio, l’isola dove e’ ambientato il romanzo, che coincide in tutto e per tutto con Favignana, spesso tira la tramontana e decide il destino di chi, come la giovane guardia protagonista del romanzo, non vede l’ora di tornare a casa non appena il servizio militare glielo permette. Se tira vento il mare si ingrossa, gli aliscafi non partono, e si resta bloccati nell’isola. Per questo all’inizio della storia il vento ha subito un ruolo metaforicamente -e non solo- molto rilevante, specie nella vita del ragazzo che addirittura prega affinché cali e gli aliscafi partano, perché non vuole correre il rischio di passare due giorni liberi dal servizio in quell’isola e in quel carcere da dove all’inizio non vede l’ora di affrancarsi.
Per uno scherzo del destino, che si rivelerà tra le pagine, al ventenne viene assegnato il carcere di sicurezza che si erge sull’isola di Favonio. Inizialmente si sente in gabbia, conta i giorni che lo separano dal congedo, pensa continuamente ai suoi affetti. Poi, però, dopo nove mesi, lascia quel vecchio castello e i suoi “inquilini” con un velo di malinconia. Cosa è cambiato?
Immaginate un ragazzo di 20 anni, strappato alla spensieratezza di quell’età e catapultato in un supercarcere di massima sicurezza, a tu per tu con detenuti “fine pena mai”, ergastolani con un passato da boss, da killers, da “malacarne”. All’inizio non può che sentirsi spaesato. Non può che aspettare e sperare che il tempo passi in fretta. Ma piano piano il fascino aspro dell’isola e la vita del carcere con i suoi codici non scritti, le sue regole particolari, e i drammi di quei detenuti che tentano un riscatto morale dopo una vita bruciata, cominciano ad ammaliarlo, a conquistarlo. Piano piano il ragazzo scopre che ha a che fare non solo con detenuti che usciranno da quelle celle solo alla fine della propria vita, ma con uomini che hanno un anima, che hanno dei valori, per quanto assurdo possa apparire. E che hanno tutto il tempo per capire gli sbagli e tentare un percorso di redenzione. Fatalmente i nove mesi saranno uno svezzamento per quella giovane guardia, un apprendistato alla vita. E l’amicizia, la complicità che nasce con un capo mafia saranno elementi trainanti per la sua crescita.
Il suo romanzo mostra un diverso punto di vista riguardo alla realtà carceraria e rivela la possibilità di sentimenti e affetti sani all’interno di un carcere di massima sicurezza, sentimenti che possono essere propri anche di capomafia. È questo il suo messaggio?
Esatto. Chi non conosce la vita dentro a un carcere non può neanche lontanamente immaginare quanto valore possano avere dentro quelle mura sentimenti puri e sani. E’ assolutamente da sfatare la consapevolezza secondo cui un mafioso che ha ucciso, che ha sbagliato, resti tale e quale anche durante la sua detenzione “fine pena mai”. Il giovane protagonista ammetterà lungo il percorso dei suoi nove mesi , quanto gli siano stati utili gli insegnamenti di alcuni ergastolani per saper distinguere nella vita gli affetti veri, i valori sani. Si rischia di annegare nella retorica, ma e’ la realtà. Basterebbe leggere attentamente la storia dell’amicizia che nasce con il capo mafia, meglio definirlo ex capo mafia, don Carmelo Sferlazza per rendersi conto della maturazione di un ragazzo nel luogo apparentemente più impensabile e meno indicato come appunto un carcere.
Ormai il servizio militare non è più obbligatorio. Lei consiglierebbe a un giovane ventenne di oggi un’esperienza del genere?
Assolutamente sì. Il servizio militare non e’ , non era, come credevo io , un anno buttato via, un anno regalato al nulla. Anzi. Benedetto “militare” posso dire oggi, perché mi ha insegnato a capire la vita, a crescere, e senza peccar di facili retoriche, a diventare uomo. Se poi si ha la fortuna- perché a posteriori posso dire che di questo si e’ trattato- di farlo in un carcere come e’ capitato a me, e’ un’esperienza formativa e molto molto istruttiva, perché non c’è scuola al mondo che possa insegnare quello che impari in un ambiente come questo.
Ritrovare cose che appartengono al nostro passato e che contengono pezzi della nostra vita fa sempre un certo effetto. L’idea, realizzata nel suo caso con grande successo, di farne un romanzo per condividere la propria esperienza con altri l’ho trovata davvero unica. Cosa ha provato quando ha riscoperto quei quattro quaderni? E perché ha voluto condividerli con i lettori?
La storia del mio servizio militare nel carcere di Favignana mi tormentava da tempo. Sentivo l’esigenza di esorcizzarla, ma non capivo come. Pensavo bastasse ritornare nell’isola da adulto, ma per singolari coincidenze, dal giorno del congedo, 27 anni fa, non è più capitato che vi ritornassi.
Poi il destino mi ha lanciato un segno inequivocabile. Riordinando uno sgabuzzino della mia casa agrigentina dove tutt’ora vive mio padre, sono saltati fuori i quattro quaderni che mi portavo dietro in servizio, sulla garitta, e vi scrivevo le emozioni di quei giorni, le confidenze che mi facevano alcuni boss, le loro storie e le loro filosofie apparentemente strampalate e assurde. Rileggendole l’emozione mi ha divorato e ho capito che era giunto il momento di farne una storia, un romanzo. Non tutte le storie che racconto sono vere- e’ un romanzo appunto- la fantasia ha fatto il resto, ma ho attinto molto dai miei sogni, quelli veri, quelli dell’attività onirica. E uno in particolare l’ho esorcizzato nel romanzo dando lo sviluppo ad una intensa e inusuale storia d’amore che c’entra molto con l’esperienza in quel carcere.
La guardia carceraria ha altri progetti per il suo futuro: diventare avvocato o giornalista come il suo amico. Lei com’è diventato giornalista?
Come tutte le cose più importanti della mia vita sono diventato giornalista per caso. Grazie, se così si può dire, a un incidente stradale che subii col mio vespone. Mi soccorse una persona che solo dopo scoprii essere il responsabile delle pagine agrigentine del “Giornale di Sicilia” e soprattutto il neo direttore della tv privata più importante di Agrigento, Teleacras, il quale ascoltando il timbro della mia voce e la dizione senza inclinazioni sicule, mi propose subito di condurre il telegiornale di quella tv privata. Feci un provino alle tre di pomeriggio e la sera alle 8 ero già in onda: avevo solo 22 anni e da meno di un mese avevo finito il servizio militare.
È più tornato nell’isola di Favignana (Favonio nella finzione letteraria)?
Per una inspiegabile serie di coincidenze non sono mai più tornato a Favignana. Ogni estate mi promettevo di ritornarvi, ma succedeva sempre qualcosa che me lo impediva. Forse perché doveva nascere prima questo romanzo. Ora ho in programma una presentazione del libro proprio a Favignana e una visita nel carcere: sarà un’emozione unica, lo sento già.
Ha già in mente un nuovo libro?
Sì. Vi anticipo che sono già al lavoro. Ma non posso e non voglio dire di più. Vi anticipo solo che la Sicilia sarà ancora sullo sfondo, anzi: al centro della scena.
Un saluto speciale va a Carmelo Sardo, ma anche a voi lettori. Alla prossima!
















E’ sempre un piacere poter “conoscere da vicino” gli autori, soprattutto quando i loro libri possono essere considerati dei capolavori.