Intervista a Chiara Cerri

di Simona Leo

Chiara Cerri nasce a Viareggio nel 1983 sotto il segno dei gemelli. La sua passione per l’arte è intrecciata a tutti i campi della comunicazione che vanno dalla fotografia alla scrittura. Anche i pesci affogano, recensito sul nostro sito, è il suo primo libro.

Anche i pesci affogano è il suo primo libro. Come è nato? E che emozioni ha provato nel vederlo giorno dopo giorno realizzarsi?

Scrivere, lo dico sempre e non mi stancherò mai di dirlo, è un processo misterioso. Le storie capitano e si portano dietro l’urgenza di essere scritte, è difficile se non impossibile spiegare il momento preciso in cui nascono.

Inizialmente avevo scritto un racconto breve, la storia di un ragazzino effeminato che si veste da donna di nascosto e poi viene beccato dal padre, iniziavo con questo flashback e poi la fuga in una nuova città, una nuova vita.

Erano solo tre pagine e in quelle tre pagine c’era quasi tutta la storia, ma mentre le leggevo mi rendevo conto che quelle tre pagine scritte in un linguaggio troppo secco, coinciso, brutale, le avrei capite soltanto io. Quella prima stesura aveva a che fare con la mia pancia, era venuta fuori dallo stomaco, senza filtri, e mi resi conto che aveva bisogno di altre cure.

Così mi sono messa a lavorarci, con molta insicurezza e con la convinzione di brancolare nel buio. Non sono mai sicura di quello che scrivo, ho sempre la continua sensazione che la storia che scrivo mi sfugga dalle mani, che sgusci via.

E io devo riacchiapparla. E nel mentre, riacchiappo anche me stessa.

Forse, è proprio questo il bello.

La vicenda di Rosario è molto attuale. E’ un ragazzo sensibile, non coraggioso, ama dipingere ed è attratto dagli uomini.  E oltre a dover affrontare una società ancora troppo ‘spaventata’ dal diverso, è in conflitto con il padre, che non lo accetta. Qual è il suo messaggio?

Parlare di un messaggio sarebbe un po’ pretenzioso per me. Io credo che nel momento in cui scrivi una storia sei come un tramite, sta poi a chi legge assimilare e tramutare quello che ha letto in qualcosa che rimanga nel tempo. L’unico mio pensiero mentre scrivevo era quello di fare intravedere le fragilità di tutti i personaggi, che si capissero le ragioni di ognuno e non solo quella di Rosario, che ovviamente, è sacrosanta. Essere accettati e compresi per quello che si è.

Ma forse, l’unico “messaggio” che ho voluto lanciare è che ognuno dei personaggi aveva i suoi motivi per comportarsi in quel modo e tutti partivano da un disagio, da un malessere represso. Perché in fondo, anche i cattivi hanno le loro ragioni o no? Perché anche loro, probabilmente, sono state vittime a loro volta.

Devo confessarle che il suo racconto mi ha molto colpito. Non è stato difficile immedesimarsi ed entrare subito in contatto con il mondo di Rosario e ho trovato meravigliosa la metafora ‘marina’. Tuttavia devo ammettere anche che l’ultimo capitolo mi ha lasciata un po’ perplessa. Mi ha dato l’impressione di essere “altro” dalla storia. Mi sono sbagliata? Cosa rappresenta questa conclusione?

L’ultimo capitolo è proprio “altro”, nel senso che è un racconto indipendente dalla storia principale.

E’ la storia di un uomo che perde la compagna e da quel momento rimane immobile, galleggia intorpidito dal dolore e pensa in continuazione alla morte. E’ il suo chiodo fisso.

Però poi alla fine riesce ad intravedere la luce, a risalire in superficie anche lui.

Ho inserito questo racconto come conclusione, perché credo che queste due storie si rafforzino a vicenda. Viene fuori che l’amore e la morte in qualche modo convivono e si nutrono dallo stesso piatto, alle volte sbranandosi alle volte instaurando una convivenza pacifica, quasi necessaria. E che dal dolore estremo quasi sempre, rinasce la vita. O almeno così sarebbe bello fosse sempre.

A quale personaggio è maggiormente legata e perché?

Sono legata al personaggio di Piero, che è il più sofferente, il più sensibile, quello che forse fa una brutta fine. O Forse no. Lui è il più delicato, il più marginale, è quello che però vive la storia più intensamente e in maniera più drammatica. Sono legata a lui perché mentre scrivevo mi sembrava di vederlo accanto a me, mentre si sistemava il ciuffo biondo con le mani tremanti.

Il pesce che affoga per me è lui, non è Rosario. Rosario si salva, lui ha la sua arte che gli ha dato il coraggio di vivere e di conquistarsi quel po’ di egoismo che alla fine lo salva.

Anche al personaggio di Tanino sono legata. La sua ignoranza, la grettezza fanno da contrasto alle insicurezze che ha: un uomo così attento al giudizio altrui, deve per forza essere internamente molto fragile. Anche lui me lo sono immaginato più volte accanto a me, mentre scrivevo, che veniva a dirmi che stavo scrivendo stronzate, che avrei fatto meglio ad andare a lavorare, a fare la lavatrice o a spazzare per terra. Uno come Tanino alle volte mi rimetteva coi piedi per terra.

Ha già in mente qualche altra storia da mettere su carta?

Si, ho iniziato un altra storia, è una storia corale.

Un grosso in bocca al lupo a Chiara!

Per chi vuole continuare a seguirla, questo il link del suo blog: http://chiaracerri.tumblr.com/. La trovate anche su Facebook al link: http://www.facebook.com/pages/Anche-i-pesci-affogano/116263515105362.

Un commento a “Intervista a Chiara Cerri”

  1. Gipsy says:

    Una storia che, stando alle parole di quest’interista, va letta. Mi piace soprattutto la risposta relativa al personaggio di Tanino, che, a quanto leggo, è il più interessnate: la società, ancora oggi, nel 2010, ne è piena.

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