Diamo il benvenuto a Chiara Lacirignola, autrice di Italo Calvino e i cavalieri fantastici (Stilo). Iniziamo con una domanda solo apparentemente soft: qual è il tuo libro preferito di Italo Calvino?
Sicuramente Il castello dei destini incrociati. Il capitolo che gli dedico – il VI – all’interno del mio libro è stato quello su cui ho dovuto maggiormente penare, e di conseguenza quello di cui sono ora più soddisfatta. Il castello è un “meta-romanzo” articolato e complesso. Lo scrittore ci accompagna nel meccanismo ad incastri del “quadrato magico”, salvo poi perdersi egli stesso.
Considerando il fatto che alla base dell’opera c’è l’idea oulipiana della scrittura come gioco combinatorio e che la materia narrata non si dipana seguendo un corso istintivo ma viene imbrigliata in una griglia stabilita a priori, si tratta di un romanzo indubbiamente macchinoso e apparentemente freddo. In realtà la sua elaborazione è stata per Calvino molto sofferta: venne lasciato e recuperato a più riprese fino alla pubblicazione avvenuta quasi per sbarazzarsi definitivamente di quella che rischiava di diventare una ossessione. Ho amato questo libro proprio perché, sotto l’apparente freddezza della riflessione teorica sulle possibilità della letteratura, emerge chiaramente l’inquietudine dello scrittore, dell’uomo Italo Calvino. Mi riferisco alle pagine in cui l’autore tira in ballo le figure di San Giorgio e San Girolamo come metafore della duplice natura dell’uomo: quella eroica e quella riflessiva. Duplicità che manifesta ancora una volta la mai sopita riflessione sull’interiore lacerazione dell’uomo e dell’intellettuale moderno, sulla difficoltà e sul prezzo di sentirsi completi e coerenti con se stessi. È qui che risiede il senso dell’ “agire morale” secondo Calvino, è attorno a questo fulcro che vorrebbe – ma non riesce – a mettere ordine. Tutti dovremmo avvertire la medesima necessità.
In che modo si è formata in te l’idea di ricercare come filo conduttore della narrativa calviniana la figura del cavaliere?
La figura del cavaliere in qualche modo l’avevo già trattata nella tesi triennale in Letteratura spagnola su Don Chisciotte (per la precisione mi sono occupata della presenza del Cavaliere della Mancia nella canzone d’autore italiana). Parlando con la mia relatrice, la Prof.ssa Lea Durante, insegnante di Storia della Critica e della Storiografia letteraria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, lei mi disse che anche tra le pagine di Calvino era nascosto Don Chisciotte, così come lo erano altri importanti cavalieri (quello di Queneau, i paladini di Ariosto…) e ciò perché il “cavaliere” per Calvino è l’archetipo imprescindibile di molti dei suoi personaggi. Lo dichiara egli stesso nel Midollo del Leone del 1955. Partendo da questo presupposto mi sono messa alla ricerca dei personaggi calviniani che racchiudono le principali qualità cavalleresche e parallelamente ho cercato di individuare le fonti rinascimentali e moderne a cui l’autore ha attinto e che ha sapientemente rielaborato.
Riporti nel libro la definizione di “scrittore-ladro” con cui ci si riferisce alla tendenza postmoderna di trarre spunti da altri testi. Se già il duca d’Auge di Queneau e il cavalieri ariosteschi erano elaborazioni ironiche del modello cavalleresco, credi che l’operazione di Calvino sia quella di una ironia al quadrato?
Sì, penso che lo si possa dire senza dubbio. L’idea di una letteratura elevata al quadrato maturerà nella mente dello scrittore e negli anni ’60 troverà riscontro nei principi dell’Ouvroir de Littérature Potentielle, accademia che punta l’attenzione sulle capacità della scrittura come meccanismo combinatorio e raffinato artificio, appunto sulle “potenzialità” della scrittura, considerata anche come gioco di specchi e di rimandi colti che il nostro scrittore condisce con una delle sue “armi” stilistiche preferite: l’ironia. È attraverso l’ironia che si può permettere, ad esempio, di rovesciare parodicamente il nobile viaggio lunare del cavaliere Astolfo per recuperare il senno di Orlando in una rocambolesca e comica gita di gruppo in cerca di poltiglia lunare…
La presenza della luna nelle Cosmicomiche e dei personaggi ariosteschi nel Castello sono chiari riferimenti all’Orlando furioso, ma la scelta del cavaliere è basata sull’irrequietezza ontologica di questa figura, ansietà simile a quella dell’intellettuale contemporaneo: ci sono quindi numerose stratificazioni nell’uso calviniano del cavaliere? Sono possibili molti livelli di lettura a seconda della profondità dello sguardo del lettore?
Sì, la figura del Cavaliere si carica di più significati nel corso del tempo, evolvendosi parallelamente ai cambiamenti storici e personali dello scrittore. Nel 1955 – anno di pubblicazione del primo degli scritti “battaglieri” di Una pietra sopra, ossia il già citato Midollo del leone – Calvino auspica la nascita di romanzi in cui domini la presenza di una personalità morale forte che si auto realizzi affrontando prove ed ostacoli. È questa una fase in cui nutre fiducia nella forza costruttrice ed esemplificativa della letteratura, la quale aveva il compito di presentare ai lettori un modello di uomo coraggioso e volubile, un nuovo “mito” positivo ed eroico. Nel ’55 si sta formando una nuova società, nata nulle macerie del secondo conflitto mondiale, una società per cui c’è bisogno di un uomo nuovo e la letteratura deve contribuire a formarlo rinnovando se stessa, le sue storie e i suoi personaggi. Non deve alienarsi, fuggire dalla realtà, né – dal canto opposto –ingabbiarsi nella sola rappresentazione neorealistica della stessa.
Tuttavia, racconto dopo racconto, questo slancio si affievolisce. Tanti cambiamenti (tra cui ricordiamo l’uscita dal PCI, il trasferimento a Parigi, l’incontro con l’avanguardia strutturalista e linguistica francese) lo portano ad allontanarsi dalla Storia e a proiettare i suoi personaggi su sfondi cosmici e labirintici dove non conta più l’autorealizzazione morale ma predomina la dinamicità, la molteplicità, ciò che è infinito ed indefinito. Dunque, se in generale possiamo dire che in Calvino quello del Cavaliere è in primo luogo un’attitudine esistenziale, esso passa dall’essere emblema di carica morale e coraggio intellettuale, a rappresentare quell’inestinguibile bisogno di movimento che altro non è se non il riflesso esterno di una tensione interiore.
Grazie, Chiara!















