Intervista a Cristina Zagaria

zagariaOggi abbiamo il piacere di ospitare sulle nostre pagine Cristina Zagaria, giornalista della «Repubblica» e autrice di uno dei racconti di Meridione d’inchiostro (Stilo editrice).

Quale significato pensa possa avere raccogliere i racconti di scrittori meridionali?

La squadra di Meridione di Inchiostro è varia per età, professioni, esperienze, luoghi del Sud in cui ognuno di noi vive. Mettere insieme le nostre voci è stato un esperimento, un tentativo per raccontarci prima di tutto e, poi, per raccontare la nostra terra.

Il suo racconto, che si riferisce a un evento reale, accomuna il sacrificio di una madre napoletana a quello di Sakineh, divenuta simbolo della violenza sulle donne: non è poi così distante da noi la pratica della lapidazione?

L’avvocato di Teresa Buonocore, subito dopo l’omicidio, nella fiaccolata a Portici, usò proprio questa espressione: «Teresa è stata lapidata». E Teresa scriveva sul suo profilo di Sakine, la notte prima di essere ammazzata. A parte queste coincidenze, in Italia e nel nostro meridione – in particolare – la donna non ha ancora ottenuto una vera indipendenza e la parità di trattamento nei luoghi di lavoro, nella vita quotidiana… in queste condizioni la violenza gratuita, immotivata bestiale e spesso quotidiana diventa ‘normale’. È un problema culturale. Ecco perché ho voluto accostare la storia di Teresa Buonocore a una storia che arriva dal lontano (o forse non tanto lontano) Medio Oriente e per cui tutta l’Italia (e l’Europa) si è scandalizzata e mobilitata.

La voce narrante sembra dialogare con la protagonista quasi interrogandosi, con lei, sull’accaduto. Come ha scelto la forma allocutoria nella scrittura del racconto?

Ho scelto di narrare la storia di Teresa in seconda persona, per tirare direttamente dentro la storia il lettore, che si sente chiamato in causa: ‘Tu’.
È una vicenda che non può e non deve lasciare indifferenti e la volevo raccontare senza il filtro intimistico della prima persona o il distacco asettico della terza.

Quanto coraggio serve per decidere di raccontare, con nomi e cognomi, la storia di una donna che è stata uccisa per aver denunciato?

Non so se è una questione di coraggio. Certo se si usano nomi di fantasia diventa tutto più facile, anche la narrazione può essere più libera. Ma una storia così ha senso raccontarla se si usano i nomi veri di tutti i protagonisti: vittime e carnefici. Il processo è appena iniziato, e quindi, ho dovuto stare molto attenta a narrare i fatti senza forzature o sbavature, ma il 28 aprile uno dei due presunti killer, Alberto Amendola, ha confermato la dinamica dell’omicidio nell’incidente probatorio. E questo dà ancora più forza alle prime testimonianze, che costituiscono il cuore del mio racconto. Teresa Buonocore è stata ammazzata il 20 settembre 2010 per vendetta, perché aveva denunciato un pedofilo (condannato in primo grado) che aveva abusato di sua figlia. È stata uccisa perché ha amato e difeso la sua bambina e il suo futuro di donna. Una storia così si può raccontare solo con nomi e cognomi.

Grazie mille, e complimenti.

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