di Carlotta Susca
Oggi ospitiamo (in un salotto che si bagna d’acqua dolce) Cristò, autore di Come pescare, cucinare e suonare la trota, recensito qui. Ci imbarazza un po’ avergli posto la prima domanda, sul suo nome, dato che la risposta è stata questa:
È semplicemente il mio vero nome, quello sulla carta d’identità. Il cognome l’ho omesso perché già il nome basta e avanza.
Meglio passare a parlare del testo. La trota, il fango, la canna da pesca, il pescatore. Gli elementi del Lied di Schubert si identificano nel testo più volte con referenti diversi: gli strumenti, le persone… finché, nel delirio acquatico fatto di “acca” e di “o”, il narratore diventa pescatore. Come avviene questo spostamento di identità lungo il racconto?
La musica è un linguaggio, probabilmente il più antico che l’uomo abbia mai usato, è un linguaggio articolato e complesso con le sue “regole grammaticali” e le sue “questioni di stile”, tuttavia è quasi sempre sbagliato cercare di interpretare la musica in maniera descrittiva. La musica, tranne che in rarissimi casi, non pretende di descrivere delle immagini piuttosto evoca delle sensazioni. Per questo gli elementi narrativi del Lied di Schubert tradotti in pura musica nel Quintetto omonimo non possono essere riferiti precisamente e definitivamente a qualcosa o qualcuno. Piuttosto è il reale che si trasforma e si plasma “attorno” alla musica. Francesco, il protagonista del mio romanzo, cambia il suo modo di osservare la realtà usando come filtro la musica di Schubert e il lettore lo fa con lui.
In un momento del racconto sembra che il protagonista debba dimostrare la falsità dell’assioma per cui al popolo non interessa la musica, ma riesce solo a confermarlo. Anche l’insegnante di musica, la signorina Crespi, suggerisce che nessuno si sarebbe accorto di un errore nell’esecuzione di un brano al pianoforte. È dunque inutile, la musica classica? Per pochi eletti? Solo per chi la suona?
La musica classica non esiste. Mi rendo conto che l’affermazione è un po’ forte però io ritengo che sia necessario differenziare lo studio della storia della musica dalla pratica musicale. Ciò che noi chiamiamo musica classica è un grande minestrone che contiene Bach e Mozart ma anche Gershwin e Ravel, Debussy, Mahler, Wagner, Beethoven, Rossini. Persino Giovanni Allevi sostiene di comporre musica classica. Ennio Morricone e Nino Rota, Astor Piazzola e Philip Glass, Michael Nyman e Arvo Part. È tutta musica classica o, almeno così viene etichettata.
Eppure nel momento in cui la banda di paese suona un’aria di Verdi o di Puccini e la mia nonna quasi analfabeta la canticchia tra sé e sé, quella non è più musica classica ma musica popolare, pop come si dice. Il problema è più generalmente legato alla seriosità con cui la musica classica viene eseguita, a quell’aura di sacralità che accompagna i concerti e i recital. In pochi si rendono conto che l’Overture del Guglielmo Tell di Rossini confrontata con la musica dell’epoca ed ascoltata con le orecchie del pubblico contemporaneo a Rossini ha la stessa forza di un bel pezzo heavy metal.
Rispondendo alla tua domanda: la musica classica non va capita, va solo ascoltata.
Allargando il campo dalla musica all’arte in generale, l’Autore Cristò non rinuncia alla scrittura del libro, a differenza del protagonista, che alla fine rinuncia all’esecuzione. Dunque, in definitiva, c’è uno spiraglio aperto all’idea di diffusione della cultura?
Beh, Cristò non è il protagonista del libro. Una speranza c’è sempre, altrimenti sarebbe inutile darsi tanto da fare. Io penso che lo spiraglio c’è ed è anche bello grosso. Bisogna però che gli operatori culturali si rendano conto che gli strumenti di diffusione della cultura sono profondamente cambiati. La rete è un’ottima opportunità, uno strumento straordinario ma che necessita di un profondo cambiamento di consapevolezza da parte del mondo culturale. È molto importante che si ragioni attorno a questioni come quella del diritto d’autore o della libera diffusione della cultura. Per questo mi sento di dover ringraziare la casa editrice Florestano che ha acconsentito, in fase di pubblicazione del libro, alla mia richiesta di evitare l’uso del copyright in favore di una licenza creative commons.
La diffusione degli e-book reader, per esempio, potrebbe essere un’ottima opportunità per rendere un po’ più “democratico” il mercato editoriale italiano che purtroppo è ancora troppo chiuso rispetto alla pubblicazione di autori nuovi e di nuove scritture.
Ne approfitto per anticipare che a breve il libro sarà disponibile anche in formato e-book.
Durante il breve tempo narrativo i frequentatori del bar imparano a rispettare il protagonista, ma non la sua musica; il protagonista, invece, impara ad essere sfacciato e ad ingurgitare birra: è più facile un apprendimento del genere? O si tratta comunque del confronto fra universi paralleli? È più difficile dunque imparare a suonare o a cucinare la trota?
Francesco, il protagonista del libro, ricalca da lontano la figura storica di Schubert che, lungi dall’essere una sorta di smidollato scrittore di canzonette come è stato dipinto dai suoi coetanei, era in realtà un assiduo frequentatore dei bassifondi e di salotti non proprio “per bene”. Dopo la sua morte i suoi amici e parenti hanno fatto di tutto per nascondere la sua omosessualità e le sue frequentazioni che, invece, erano parte importante del suo mondo artistico. Ma quello di Schubert non è un caso isolato. Ci basti pensare a Fabrizio De André, figlio dell’alta borghesia genovese, che passa le sue notti in Via del Campo e descrive la sua città vecchia fatta di gente “che ha venduto sua madre a un nano” o ancora Pasolini coi suoi “Ragazzi di vita”. L’artista cerca la vita vera, quella senza filtro, perché l’unico modo per descriverla e sentirsela addosso.
In te coesistono l’animo classico e rockettaro: quale prevale?
Per me esistono soltanto due generi musicali: la musica bella e la musica brutta.
La mia formazione da bambino è stata decisamente classica ma poi ho imparato ad ascoltare la musica senza pregiudizi di genere. Adoro ascoltare tutta la musica che ha qualcosa da dirmi e rifuggo da quella che Debussy chiamava “carta da parati musicale”. La musica non deve mai essere un sottofondo, deve stupire, deve incidere sull’umore e sulla creatività. Attualmente i miei ascolti preferiti spaziano dai Radiohead al Banco del mutuo soccorso (probabilmente il miglior gruppo rock italiano di tutti i tempi), naturalmente De André, il mitico Jordi Savall che si occupa di musica barocca e rinascimentale e poi adoro Pergolesi e il suo Stabat Mater e il jazz di Stefano Bollani e Uri Caine. Mi ha molto colpito Il teatro degli orrori, un gruppo che fa un ottimo rock e che propone dei testi di altissimo livello.
In piena ansia da approfondimento musicale, salutiamo Cristò, e vi suggeriamo di cercarlo anche qui:
http://cantodiscanto.blogspot.com















