Intervista a Davide Longo

di Simona Leo

Davide Longo, originario di Carmagnola, è regista di documentari, autore di testi teatrali e radiofonici,così come si apprende sul sito www.davidelongo.com. Inoltre insegna scrittura presso la Scuola Holden di Torino. Nel gennaio 2010 è uscito il suo terzo romanzo, L’Uomo Verticale, e proprio su questo suo nuovo scritto lo abbiamo intervistato.

Benvenuto nel salotto virtuale di Temperamente. Da premettere che il suo libro L’Uomo Verticale, recensito sul nostro sito, ci ha sin da subito rapite. La sua presentazione tenuta da lei e da Mario Desiati alla Feltrinelli di Bari ci ha portato all’immediato acquisto del suo elaborato e le grandi aspettative non sono state per niente deluse, anzi.

È un libro davvero ben scritto. Periodi brevi ma incisivi, una grande capacità espressiva e una terminologia capace di suscitare immediatamente l’immagine di ciò che si sta descrivendo. C’è qualche scrittore o più di uno che ammira e che cerca di imitare per poi raggiungere un suo stile personale?

I miei maestri italiani sono senz’altro Fenoglio, Primo Levi, Stern, Parise e Biamonti. Quelli stranieri McCarthy, Berger, Coetzee, Philip Roth, Agota Kristof. La mia scrittura è passata senza dubbio attraverso i loro modelli. Grande importanza nella mia formazione di narratore hanno avuto anche il cinema e la canzone d’autore.

Chiaramente L’uomo verticale non ha come scopo l’intrattenimento, piuttosto cerca di spronare la riflessione. Qual è il suo messaggio?

Il genere apocalittico nasce da un tentativo di guardare il futuro e intuire le traiettorie, le conseguenze di certi gesti iniziati nel presente. Ha in se le caratteristiche della parabola, del presagio e dell’avvertimento. In questo senso il libro è un riflessione sul coraggio, sui tratti essenziali che definiscono un uomo in termini di humanitas e sul legame padre-figlio o figlia. In generale mostra quello che accade a una società che smarrisce il senso del progetto, della disciplina, della fatica e del futuro. Una società dove i padri e le madri cominciano a pensare sia troppo faticoso e poco divertente esserlo. La barbarie dilaga sempre in un paese pigro e privo di fantasia.

Un filo conduttore è sotteso in tutta la storia: l’apocalisse. Tuttavia non è intesa come fine di qualcosa, la distruzione di tutto, come si è abituati a pensare. Nel suo libro rappresenta più che altro un punto di partenza per un mondo migliore. Da dove deriva questa sua concezione?

Apocalisse in senso etimologico significa rivelazioneLa storia dell’Uomo verticale non è la storia di una fine, ma di una trasformazione, del ritorno ad una purezza originaria. Ciò avviene attraverso un passaggio doloroso, attraverso molta sofferenza, come capita a tutti noi, nella vita, di trovare il rinnovamento, scoprire nuove risorse e cambiare quando gli eventi ci schiacciano e ci mettono alla prova.

I personaggi che più mi hanno affascinata sono gli animali, mi riferisco a Bauschan, all’elefante e alla capra. Li ho definiti personaggi del suo romanzo perché mostrano grande umanità, diciamo superiore agli uomini o mi sbaglio?

Nel libro la natura assiste immobile al disfacimento della società degli uominiNon ne è macchiata né contagiata. In questo senso gli animali, che le appartengono, continuano ad agire secondo la logica millenaria imposta dal loro dna, quella a cui gli uomini si sono ribellati mettendo a rischio la loro stessa sopravvivenza come specie. Per questo gli animali appaiono più saggi, più “uomini” degli uomini. In loro sopravvive il fuoco originario della vita che ha il suo senso nel continuarsi. Per questo non fanno cose stupide.

Alla presentazione ha definito l’Uomo Verticale un uomo dotato di una corazza morbida ma impenetrabile, quell’uomo che non viene toccato dal male. Tuttavia Leonardo, il protagonista, non è coraggioso e piuttosto arrendevole, ma sul finale ha modo di riscattarsi. L’Uomo Verticale, dunque, è una meta a cui tendere?

È un uomo apparentemente inetto, disadatto ad affrontare la barbarie che si sta affacciando: troppo mite, incapace di cattiveria, passivo. Tutti direbbero che è la vittima sacrificale per eccellenza. Lui stesso ne è convinto. Scoprirà invece in sé una forma altissima di coraggio e di resistenza: quella di chi riesce a non farsi toccare dal male, di non divenirne mai complice. Il libro è una riflessione sul coraggio. Su come possiamo opporci alla barbarie, al naturale ciclo di crescita e distruzione di quegli organismi viventi che sono le civiltà.

Un saluto al nostro ospite e a voi lettori. Alla prossima!

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