Intervista a Diego Fontana

FontanaInnanzitutto ci tengo a dirti che Scritto nei sassi mi è piaciuto molto. Avevi delle perplessità nell’iniziare a scrivere di sassi? Quali?

Ciao, mi fa davvero piacere ti sia piaciuto il libro. In merito alla domanda, sarò sincero: l’idea di scrivere sui sassi è nata parecchio tempo fa, in occasione di una mostra d’arte collettiva organizzata da un mensile di cultura e attualità, intitolato, guarda caso, Il Sassolino. Avevo messo insieme una sorta d’installazione narrativa, in cui avevo disposto nello spazio una ventina di sassolini, selezionati uno ad uno, accoppiati a brevissimi testi in cui raccontavo idealmente la loro storia. Solo successivamente, riguardando con altri occhi il materiale realizzato, ho cominciato a pensare che forse, lavorandoci, poteva sfociare in un libro: raccontare di sassi, in fondo, significa confrontarsi con la propria terra, il proprio suolo, le proprie origini e i propri percorsi. Quindi, se di perplessità devo parlare, la perplessità è stata più quella di raccogliere i testi e decidere se era o non era il caso di mostrarli a una casa editrice. Per fortuna ho trovato, da parte di Incontri – piccola ma interessante casa editrice di Sassuolo, il mio stesso paese d’origine – un atteggiamento molto favorevole e propositivo: mi hanno incoraggiato a scrivere altri “sassolini” per creare una raccolta più completa e organica. Ed eccoci qui.

Dalla lettura del libro scaturisce la constatazione di una verità oggettiva: che i sassi preesistono all’uomo e possono anche guardare con ironia il nostro affannoso attraversare la vita; si tratta di un cambiamento di prospettiva che serve a ridimensionare le futili preoccupazioni umane?

Sì e no. Come hai colto, sicuramente nella raccolta c’è in parte questo “distacco”. È un mio modo di vedere le cose, personalmente mi succede spesso di osservare e osservami in terza persona, di sforzarmi di uscire da me per vedermi da altri punti di vista: serve per ridimensionare certi problemi, o per guardare una questione in modo più oggettivo; altre volte è una chiave autoironica che aiuta a non prendersi sul serio. Ma c’è un però, anzi due. Il primo è che credo che i sassi mi attirino tanto anche perché il loro osservaci è distaccato sì, ma non è mai un giudizio. Ci guardano dal basso in alto, non dall’alto in basso. Coltivare il distacco come forma di osservazione va bene, ma mai pensare di poter ergersi a giudice: i sassi sono come mute sfingi in perenne osservazione, non giudici del nostro operare. Il secondo però è che il distacco, in realtà è un po’ come una forma di astrazione: astrarre, tutto sommato, può essere l’unica chiave per entrare in contatto con certi frammenti di realtà. In effetti in certi racconti i sassi, lungi da essere ironici spettatori del nostro destino, sono gli unici a possederne realmente le chiavi.

Oltre ai racconti veri e propri ci sono nel libro dei pezzi enigmistici (come in Rebus) e riferimenti letterari (“Quando si risvegliò, il dinosauro era ancora lì”): è esatto definire il libro una enciclopedia del sasso?

Non ci avevo mai pensato, ma il tuo punto di vista è molto interessante. Mi verrebbe da dire, per continuare con le citazioni, che più che una monumentale, pedante e spaventevole enciclopedia mi farebbe piacere se il libro potesse diventare una sorta di agevole e fruibile “guida galattica per autostoppisti” dove la roccia sostituisce galassie e pianeti. Per dirla con ironia, una guida galattica terra terra, insomma. Anche nel senso – e mi riferisco proprio ai racconti come Rebus – che più che le risposte mi affascinano le domande. Lo stesso Prequel, citazione del celebre testo di Monterroso, è una sorta di divertito antefatto in cui immagino cosa è successo prima di quell’enigmatica e lapidaria proposizione. Eppure, nemmeno il mio prequel spiega del tutto perché il dinosauro, in fin dei conti, è ancora lì.

Sono curiosa: ci parli un po’ degli altri racconti che hai scritto?

Dico alcune cose rapide qui e là, quello che mi viene in mente. Prima di questo libro un po’ sui generis, ne ho pubblicato uno ancora più sperimentale: si tratta di un fumetto scritto e disegnato interamente con la mano sinistra, da me, che non sono certo mancino Si chiama “Lefty”, edito da Cabila Edizioni. Sempre per Cabila è uscita un’antologia l’anno scorso – Storie scellerate – curata da Ettore Malacarne: contiene racconti di autori come Gilda Policastro, Paolo Colagrande, Elena Varvello, Manuela Critelli solo per fare qualche nome. Per me è stato un onore essere inserito nel progetto dell’antologia tra i “tredici autori tra i più interessanti e originali del panorama letterario contemporaneo” con il mio racconto, che parla di un uomo che deve scavare cinque buchi prima di riuscire a seppellire il suo cane. Altri due lavori di cui vado orgoglioso: lI gelataio dei ricordi, racconto illustrato da Maurizio Santucci per Schiaffo edizioni, che narra di un bianchissimo gelataio, così bianco che forse in realtà è l’uomo nero; e Dio in tre pezzi da montare, recentemente pubblicato sulla rivista letteraria Mumble: inizia con un bambino che trova Dio nell’ovino Kinder…

Come è andata la partita a morra cinese fra la carta disegnata di Landini e il sasso?

È stata una gran bella partita, giocata con tanta voglia, e nessuna regola. Ho pensato a Stefano non appena ho realizzato che forse il progetto aveva la dignità di diventare un libro. Stefano Landini, fumettista per DC e Marvel, è di Sassuolo proprio come me, e anche in nome dell’amicizia e del rispetto che ci lega, è stato naturale coinvolgerlo. Lui, dal canto suo, ha accettato con entusiasmo. Non ci siamo dati regole: gli ho raccontato la mia idea, ho cercato di trasmettergli come sentivo i sassi personalmente e poi gli ho detto di non leggere il libro, di sentirsi libero. Odio quando le illustrazioni ripropongono gli stessi temi dei testi. Entrambi abbiamo condiviso che le illustrazioni e i racconti dovessero arricchirsi a vicenda, parlarsi, dialogare, non reiterare gli stessi concetti. Stefano ha realizzato queste magnifiche tavole: enigmatiche, astratte, misteriose, piene di citazioni. Ricordano quasi delle radiografie, o comunque delle tavole anatomiche. Come se il distacco, l’astrazione di cui parlavamo sopra, fosse proprio la chiave per entrare meglio nella dimensione della sassosità.

Salutando, Diego Fontana, di cui sentiremo ancora parlare (scommettiamo?), ricordiamo anche il cortissimometraggio legato al libro Scritto nei sassi e girato con un telefonino, in collaborazione con Marcello Bandierini e Andrea Calderone

http://www.youtube.com/watch?v=2RcQAUIyzTU

L’Autore ci segnala che “esiste” anche su:

diegofontana.com

dfontana.blogspot.com

Grazie, davvero, Diego!

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