Intervista a Eduardo Olmi

di Simona Leo

Eduardo Olmi, nato a Firenze nel 1984, è iscritto alla laurea specialistica in Storia Contemporanea presso l’Università di Firenze, dove ha collaborato con giornali universitari autoprodotti. Attualmente collabora col gruppo artistico Collettivo-mensa e con l’omonima rivista.

L’intervista di oggi verte sul libro di poesie da lui scritto, Il porcospino in pegaso.

Come per i libri, vorrei iniziare questa intervista dal titolo della tua raccolta di poesie: Il porcospino in pegaso. Senza dubbio molto suggestivo. Alla luce dei tuoi versi ho interpretato in questo modo la tua scelta: gli aculei del porcospino permettono di difendersi, di prendere le distanze dalla violenza, dal lusso e dai modi della borghesia e da altre ignominie della società; pegaso, invece, grazie alle sue ali permette di “volare” tra le tue poesie, che toccano tematiche differenti. È questo il suo vero significato?

Beh, penso che il “vero significato” di una raccolta di poesie non esista, ma che ne esistano o ne possano esistere tanti quanti i corpi e le menti che la leggono. Oppure che possa anche non averne nessuno. Anche chi l’ha scritta ha sì un proprio senso dell’opera ed del suo titolo, ma se è davvero un senso autentico è perché va oltre il mero significato, tanto più trattandosi, appunto, di poesia.

Comunque sì, la lettura che hai dato si avvicina al senso che ho de Il porcospino in pegaso e ne è un’interpretazione originale. E’ una trasformazione, anzi direi una vera e propria evoluzione, e come ogni altra evoluzione ha lasciato le proprie tracce, che sono divenute poi un libro. Sono le orme di due animali, due simboli privi di ogni caratura mitologica per acquisirne una vitalistica (non a caso pegaso va con l’iniziale minuscola). E’ il grido di un roditore che lotta nella foresta della vita per sfuggire le trappole del potere e dei suoi cacciatori, senza però riconoscersi mai pienamente in nessun branco. Ed anzi ricercando una proprio sviluppo originale che sappia andare oltre quelli che sono stati fin qui i paradigmi ormai classici del mondo così detto “alternativo”, senza per questo tornare indietro. Quello in un cavallo alato libero e selvaggio. Dopo aver alzato le difese, imparando – come hai colto molto bene tu – a passare all’attacco.

Nella tua raccolta ci sono poesie che abbracciano tematiche diverse. Non mancano versi di carattere amoroso, tuttavia la donna o le donne alle quali sono dedicate non sono da te delineate. Emerge, in compenso, un’intensa passione. Come spieghi questa scelta? Ti sei ispirato a qualche modello della letteratura?

Ispirato a qualche modello della letteratura non direi, se pensi che il mio primissimo “modello letterario”, quello dal quale se non fossi passato forse non sarei arrivato a questo libro ed alle sue poesie, è stato un certo Charles Bukowski. Uno che nei suoi scritti le donne della propria vita le delineava a tal punto – a volte anche in maniera discutibile – da aver dedicato loro un intero libro.

Ad ogni modo sì, è una scelta voluta. Credo dipenda dalla consapevolezza più generale che una poesia non è una carta d’identità, un’ etichetta che si appiccica addosso a qualcuno/a. Ciò che un certo rapporto ci suscita in un dato momento non è più quello che ci suscita in un altro, quando magari può animarci qualcosa che in passato uno diverso ci aveva animato. E nessuno scritto può delineare totalmente una persona, oppure quello è già uno degli infiniti modi possibili, parziali e comunque relativi o soggettivi in cui la si può delineare. Forse più che non delineare direi che non identifico. Non lo faccio con le donne che ispirano i miei scritti come con nessun altro dei personaggi che inconsapevolmente vi entrano dentro. Se vuoi è anche una forma di rispetto. Ma non è certo il paragrafo di un manifesto letterario, perciò non è detto che debba per forza essere sempre così e che in futuro non possano esserci delle eccezioni.

Quanto alla passione, il mio augurio è che trasudi da ogni singolo verso di tutto il libro, perché in ogni singolo verso da me è trasudata. Come diceva Rimbaud, il poeta non è l’artefice di giochetti letterari bensì un veggente dei sensi. E come ha detto Friedrich Nietzsche a riguardo dei suoi scritti “Non conosco problemi puramente intellettuali“.

E poi vale quello che ti ho espresso prima: una poesia non ha un “vero significato”. O se ce l’ha, il suo fascino risiede proprio nel saperlo celare. Nel momento stesso in cui viene “spiegata”, un’opera d’arte muore.

Molto forti sono quelle poesie che con tono sprezzante si rivolgono alla borghesia e molto spesso compare la parola “anarchia”, in diverse forme grammaticali, o anche se sottintesa è evidente la tua posizione. Qual è il tuo messaggio? Con questa raccolta di poesie vuoi denunciare qualcosa?

Guarda, l’ultimo esponente della Beat generation, nonché tra i massimi poeti viventi, tale Lawrence Ferlinghetti, ha detto che il poeta è l’ultima resistenza nonviolenta contro lo Stato, e che anche in tempi difficili come questi egli riesce comunque a farsi sentire ed ascoltare. Se oggi col mio libro io riuscissi ad essere questo, sarebbe già davvero molto. Quindi direi che in effetti Il porcospino in pegaso vorrebbe essere anche, ma non solo, un piccolo pezzo di carbone in una fucina per tornare a (ri)forgiare con fuochi rinnovati quello che comunemente viene definito “impegno sociale”.

Mai in maniera ideologica però. Non necessariamente per rifiuto dell’ideologia in sé, ma perché la poesia è un altra cosa. Tanto più che come ti sarai resa conto, le mie posizioni non si esprimono mai ideologicamente. E anche quando a taluni orecchi possono sembrare di farlo, per me si tratta invece di sperimentazioni di linguaggio poetico, se così possiamo definirlo. Perciò anche la loro evidenza non è qualcosa di oggettivo ma che lascio comunque interpretare liberamente a chi legge.

Penso che per arrivare ad una società e ad una vita tendenzialmente giuste, libere e felici sia necessaria anche una presa di autocoscienza, una rivoluzione mentale. La poesia, e l’espressione artistica più in generale, possono giocare un ruolo importante in questo processo.

Viviamo un presente difficile per le nuove generazioni. Il sistema è in crisi, c’è molta difficoltà a trovare i propri spazi (non ultimi quelli editoriali per chi scrive), farsi una vita autonoma. La morte delle ideologie e sotto molti aspetti anche dei valori, se da una parte ha superato molti modelli decadenti, dall’altra ha lasciato un vuoto che può arrivare a toccare tutti gli aspetti della vita e dell’esistenza, e che ancora si fa molta fatica anche solo ad iniziare a colmare. Forse oggi ancora più di ieri sperimentiamo sulla nostra pelle i brividi dell’abisso del no future. Qualcuno ci ha definiti una “generazione X”. Io penso però che forse se lo siamo, lo siamo proprio come la forma di questo segno alfabetico: da un lato chiudiamo lo spazio-tempo verso un punto di implosione, di niente, di non ritorno. Ma lo facciamo per aprirne dall’altro uno nuovo e come l’Universo, in espansione. Proprio noi che nel nostro apparire spesso troppo passivi di fronte a tutto ciò, ci sentiamo a volte inermi ed impotenti nel trovare una via d’uscita. Credo che questi siano tutti aspetti che emergono, pur contraddittoriamente, nel libro.

Quale criterio hai adoperato per ordinare le tue liriche all’interno della raccolta?

Come ti ho detto prima, Il porcospino in pegaso sono le orme di un processo evolutivo. L’ordine dei testi all’interno della raccolta cerca di restituire il senso di questo processo. Tuttavia esso non è cronologico, ovvero non va dalla poesia più vecchia a quella più recente (ed anzi paradossalmente la più vecchia della raccolta è proprio l’ultima), anche se in questa logica avrebbe potuto starci ed in effetti ci avevo anche pensato. Ma il fatto è che questo processo non è stato un processo lineare, bensì un percorso in cui linearità e ciclicità del tempo si sono intrecciate continuamente senza mai sovrapporsi o annullarsi a vicenda. Che ha giocato col tempo stesso e con lo spazio, uscendo e rientrando in più punti. Come del resto continua ad essere diversamente tuttora, il che vuol dire probabilmente che questo processo non si è ancora arrestato né penso e spero si arresterà mai nel suo differenziarsi.

Se dovessi provare a paragonare questa raccolta di poesie ad un album musicale, la avvicinerei senza dubbio ad un concept-album.

Cos’è per te la poesia? Cosa ti spinge a scrivere poesie?

Domanda da 100.000 dollari…eh eh! Sicuramente penso che la poesia non sia riducibile a ciò che manualisticamente od enciclopedicamente può essere definita tale. Ovvero un componimento letterario in versi. Conosco poeti che fanno poesia senza mettere niente in versi, soprattutto senza fare letteratura. Penso dunque che in una poesia autentica contino ben poco gli aspetti tecnici classici quali la metrica, la rima, ecc. E che in definitiva vi sia poco o niente di strettamente intellettuale. Facci caso, tutto ciò che è o diviene classico, tende sempre ad essere istituzionale o istituzionalista, e quindi conservatore. La vera arte ha bisogno di tutto il contrario, di una sperimentazione permanente, di superarsi continuamente, proprio come la vita.

Io la poesia l’ho scoperta, o forse sarebbe meglio dire che è stata lei a scoprire me, sul finire dell’adolescenza come un vero e proprio raptus esistenziale, mi verrebbe da dirti a volte quasi trascendentale, se non fosse che prima ancora di poterlo afferrare come tale si è trasformato in un nuovo raptus vitale, vitalistico.

L’essere umano, o l’animale-uomo che dir si preferisca, si caratterizza anche per la produzione di significati. Una sua dimensione esistenziale specifica, indispensabile alla sua stessa sopravvivenza, che è veramente tale però solo se egli la sa declinare alla vita, e in essa la rende sempre superabile. In un ciclo continuo e cangiante di senso e nonsenso dalle venature potenzialmente infinite. Guarda, penso che alla fine sia prima di tutto una questione di ritmo, di musicalità, di orecchio, di olfatto, ma anche di subconscio. Di percezione mista a psiche. Per provare a dirla con alcune delle parole del mio libro Direi la definirei/una necessità impellente:/il vaso che trabocca/dopo la cabala/dell’ultima goccia.

Al momento stai scrivendo altro?

Continuo a scrivere poesie ovviamente. Ho nelle corde una nuova raccolta che spero essere pronta al massimo entro un paio d’anni. Ho iniziato anche un romanzo. In generale scrivo anche di attualità e di filosofia.

Ho in testa anche una drammaturgia, ma è qualcosa che per adesso sta al futuro. Attualmente sono attore in uno spettacolo realizzato interamente con testi miei (da Il porcospino in pegaso) e di Chiara Amplo Rella, sua la regia e la drammaturgia, in scena siamo io e lei, dal titolo MaRio, corna di pavone, guerre d’oceano amore.

Secondo le parole della regista, “si tratta di un esperimento sulla parola senza discorso; parola come suono e come corpo snodato e sinuoso, in cui il senso, che pure è presente nei vari temi sfiorati –  temi capitali a livello esistenziale/estetico/sociale – non è il sovrano della scena, ma la attraversa intrecciandosi agli altri elementi (spazio-musica-movimento…respiro). Lo spettatore è trovato solo non cercandolo come scopo. Niente messaggi o insegnamenti, dunque, ma la necessità di esperire la metamorfosi spirituale attraverso l’operazione chirurgica del Teatro. Consideriamo questo lavoro alla stregua di un viaggio, programmato quanto basta per lasciar possibile l’improgrammabile: l’incontro autentico con l’Altro in quanto molteplicità aperta nel vortice della vita”.

La prossima data sarà il 18 settembre in p.za S. Spirito a Firenze nell’ambito di una giornata di arte e letteratura indipendente. Per maggiori informazioni sta tutto sul mio blog: cornadipavone.wordpress.com e sul mio myspace: www.myspace.com/eduardolmi.

In bocca al lupo per tutto Eduardo e alla prossima!

Potete trovarlo anche su Facebook: http://www.facebook.com/eduardolmi.


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