Francesco Amato, autore de Il borgo d’Oltremare (Mursia), è un architetto napoletano. Ha già pubblicato due raccolte di poesie ed il romanzo Il profumo dell’onda. Apprendiamo dal suo sito che si occupa di attività teatrali e musicali (da interprete e autore), “privilegiando testi di contenuto magico-religioso o desunti direttamente dalla tradizione popolare”.
Benvenuto su Temperamente, per prima cosa vorremmo chiederti quanto di autobiografico ci sia nel tuo protagonista, che ha dovuto rinunciare alle aspirazioni artistiche per diventare docente: anche tu sognavi di fare della scrittura o della recitazione la tua attività principale?
Non proprio, però avevo un’idea precisa del personaggio principale del mio romanzo. E, quando ho iniziato a caratterizzarlo, per alcuni versi mi ci sono anche rispecchiato: un architetto che avrebbe voluto fare l’attore o lo scrittore non potevo che essere io, visto che da giovane mi sono dilettato in queste attività, seppure a livello amatoriale. Ma poi è accaduto ciò che capita a chi scrive. Mi sono svegliato una mattina alle 5,00, come sempre, e ho scoperto che era nato qualcuno dentro di me che mi guidava sullo schermo del computer e, rigo dopo rigo, mi raccontava le esperienze di un personaggio che ormai non ero più io.
Come è nata l’idea di strutturare il testo su vari livelli di percezione che sembrano escludersi fra di loro?
L’idea è nata da un sogno speciale, una di quelle visioni oniriche che, inaspettatamente, vengono a farmi visita nel dormiveglia. Un livello diverso da quella che comunemente chiamiamo realtà, ma che ha una sua autonoma essenza che si diversifica dal sogno ordinario. Un’esperienza diversa, in cui mi ritrovo a varcare una soglia sconosciuta dove della mia realtà non c’è quasi più traccia e, se ancora c’è, appare trasfigurata. Proprio in questa dimensione mi è capitato di incontrare un vecchio amico che si è proposto di farmi da guida in un luogo straniero, il luogo che poi, nel romanzo, avrei chiamato Oltremare.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Qualcuno mi ha detto che la mia scrittura ricorda uno dei più grandi scrittori americani, Ray Bradbury, (Fahrenheit 451) raffinato indagatore dell’essere umano e dei suoi universi paralleli, a cui va il merito di aver rivoluzionato la letteratura fantastica del ’900 mettendovi al centro l’uomo. L’accostamento mi lusinga, ma non mi considero ancora uno scrittore, piuttosto mi sento un naïf della scrittura. Per il passato ho amato molto Gabriel García Márquez e Hermann Hesse; oggi leggo volentieri Carlos Ruiz Zafòn.
Nella recensione paragono la struttura del testo ai film di David Lynch: pensavo a Mulholland Drive o a Strade perdute; ci sono influenze dirette?
Purtroppo non ho visto i film citati nella recensione, però l’accostamento mi incuriosisce, vuol dire che la prima cosa che farò sarà quella di vederli. Ho visto altri film di Lynch: Dune e Elephant Man. Devo dire che anch’io, come fa un regista, scrivo cercando di dare forza all’immagine, proprio come fosse un film. Cerco di trasmettere suggestioni con le immagini che, a mio parere, svolgono un importante ruolo nella narrazione. Le immagini costituiscono un’esperienza a livello profondo, sicuramente non paragonabile alla pura ricostruzione temporale degli avvenimenti. Non so se nel mio libro c’è una visione freudiana della personalità del protagonista o il doppelganger, temi tanto cari al cinema di Lynch. Forse è lo stesso, ma nel mio libro ci sta l’altro aspetto di sé stessi, il proprio doppio, la continua ricerca di raccontare l’inconscio, trasmettendo un’esperienza a livello profondo degli eventi attraverso una forte suggestione visiva. Cerco di materializzare i sogni, rendendoli palpabili al punto da confondere realtà e mondo onirico, come se, così facendo, il mio protagonista trovasse una via di fuga per sfuggire o almeno per rimandare il passaggio “al di là d’Oltremare”.
Nelle descrizioni ambientali ed architettoniche si percepisce la mano di un esperto: è stato divertente creare l’urbanistica di Oltremare e la stanza circolare di Villa Letizia? Quanto ha influito il tuo mestiere nella scrittura?
Mi sono avvicinato alla scrittura allo stesso modo di come affronto la progettazione architettonica. Dell’isola d’Oltremare, per esempio, ho fatto diversi disegni di preparazione: piante, sezioni e spaccati assonometrici con la struttura urbanistica ed i particolari dei monumenti. Tra l’altro una descrizione puntuale dei luoghi è possibile solo se effettivamente li hai visti, se poi li immagini è necessario progettarli graficamente, come nel mio caso. In tutto questo sono stato aiutato dalla mia passione per la storia dell’arte. Non ti nascondo che sono stato preso dall’idea di alternare nelle pagine del libro gli schizzi dell’isola d’Oltremare.
Salutando in nostro ospite siamo incuriosite da questi disegni, e speriamo che vengano pubblicati – almeno sul suo sito – . Alla prossima!

















Interessante quest’intervista: è proprio vero che la conoscenza “diretta” (grazie internet!) di un autore fa venire la voglia di leggere il suo libro.
E quindi un grazie a Francesco Amato, che con le sue parole dà la possibilità di immaginare la difficile fase del processo creativo. A tal proposito, considero degna di nota la frase “Ma poi è accaduto ciò che capita a chi scrive. Mi sono svegliato una mattina alle 5,00, come sempre, e ho scoperto che era nato qualcuno dentro di me che mi guidava sullo schermo del computer e, rigo dopo rigo, mi raccontava le esperienze di un personaggio che ormai non ero più io.”
… allora è proprio così che nasce un personaggio? E’ come essere impossessati da qualcun altro che guida la nostra mente?
Spero di provarlo, un giorno.
Ciò che a me ha colpito di questa intervista è la spontaneità con cui l’autore parla di questi diversi livelli di percezione; pensavo fossero “una creazione” ma ora credo invece che siano un modo di approcciarsi alla relatà.