Intervista a Lia Tirabeni

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tirabenidi Carlotta Susca

Lia Tirabeni, 30 anni, è al suo esordio letterario con Solitudine estemporanea, qui recensito. Come sapete, non ci lasciamo sfuggire l’occasione di intervistare gli scrittori contemporanei…

La struttura del tuo testo è a tratti metaletteraria: due epiloghi, nemmeno definitivi, una seconda parte che riapre la narrazione, allocuzioni al lettore. Si ricava l’impressione di una difficoltà a concludere: è così? Hai trovato difficile mettere un punto ad una storia che, nella tua biografia di trentenne, non ancora è stato messo?

In realtà nel libro non esiste una fine perché non ho voluto che ci fosse. Quando ero ragazzina e mi stavo avvicinando alla lettura, detestavo che le storie dovessero avere per forza un finale prestabilito. Ho sempre desiderato ci fosse la possibilità di compiere una scelta, che almeno al lettore fosse concesso questo. Nella vita la possibilità di scelta di rado ti è data più di una volta e, se sbagli, spesso non puoi tornare indietro: mi sarebbe piaciuto che sulla carta fosse stato diverso e ho voluto, per una volta, coronare il sogno della ragazzina sopita in me, quella che detestava che le cose dovessero finire in un modo per sempre dato.

Nel libro i finali sono aperti e, in questo senso, il lettore può figurarsi qualunque cosa, egli diventa da semplice spettatore partecipe attivo di quello che accade, un lettore, insomma, che interagisce con chi scrive. Mi è sembrato molto “democratico” come principio.

La narrazione sembra fortemente ancorata alla biografia: non tanto per la coincidenza dei singoli avvenimenti, quanto per la riflessione di fondo sul senso dell’esistenza, sull’incapacità di capire cosa sia giusto, in questa precaria contemporaneità. In quali proporzioni hai mescolato esperienza e invenzione?

Credo si possa parlare e narrare solo di sentimenti e di emozioni che si conoscono, in caso contrario il rischio diventerebbe quello di perdere credibilità, soprattutto quando a scrivere non è uno scrittore affermato che ha già imparato a misurarsi con materiali altri da sé, ma è un giovane autore, come nel mio caso, alle primissime armi. La mescolanza con il materiale autobiografico era inevitabile. Ho avuto bisogno di essere dentro al racconto per sentirlo davvero vibrare e poterlo raccontare. La storia, o dovrei dire le storie sgangherate, che la protagonista si trova a vivere sono in parte episodi da me vissuti, rimescolati e romanzati, in parte storie vissute da altri che in qualche modo mi hanno vista coinvolta come spettatrice e dalle quali ho tratto spunto per inventare e far crescere il vissuto della protagonista.

Alcune persone incontrate lungo il mio personale cammino di vita sono state, con le loro peculiari dinamiche psicologiche, fonte di ispirazione e hanno dato origine ad altrettanti personaggi nel romanzo.

Spesso il tuo personaggio preferisce inventare un racconto alternativo alla propria vita: che ruolo attribuisci alla letteratura? Evasione dalla realtà?

Non credo che la letteratura sia un modo per evadere dalla realtà, anzi! Posso dire, parafrasando Philip Roth, che sia semmai il modo meno patologico di rimanervi ancorati. La letteratura è fonte di riflessione, spunto di analisi e confronto continuo.  È un modo per comprendere più a fondo me stessa e rappresenta anche il tentativo di conoscere meglio il mondo che mi circonda: attraverso i diversi sguardi che un autore propone, sono riportati i differenti “universi” umani in cui egli crede o si figura.

Nel mio libro cito Geoff Dyer, autore brillante che ritiene la letteratura una forma di autocompensazione: per Mahela scrivere è un modo per rimediare a quello che non siamo riusciti a vivere nella vita reale; per me scrivere è una forma di autocompensazione nella misura in cui la propria esistenza e la propria visione del mondo sono comunque sempre parziali; con la letteratura tento di giungere a una utopistica, ma pur necessaria, completezza.

Ti sembra adeguata la conclusione che certe separazioni siano necessarie per poter tornare al punto di partenza, ma arricchiti dalle esperienze fatte nel frattempo? Mahela sbaglia molte volte, ma poi trova la propria strada: era necessario accumulare tutti quegli errori? La conclusione della sua storia è scritta brevemente, ma quali riflessioni ti hanno portata a congedare così il tuo personaggio?

Mahela non trova la propria strada: Mahela pensa di aver trovato la propria strada. Il finale è, appunto, aperto e questo sta anche a significare che una strada, giusta o sbagliata che sia, non esiste: esistono invece le possibilità infinite che la nostra vita ci riserva. Gli errori, se così li vogliamo definire, sono comunque tappe nella propria vita: se ci sono è perché, probabilmente, era necessario ci fossero. Fa tutto parte del bagaglio che ci si porta dietro e che ci aiuta a crescere, come direbbe mia nonna. L’importante è non scambiare il bagaglio per un fardello.

La fine, o meglio, i finali implicano comunque un happy end, una chiusura luminosa, questo perché, sentivo, il libro ne aveva bisogno, era necessario un finale buono che ripagasse le sofferenze della protagonista e poi anche perché nei libri i finali tristi mi lasciano sempre dentro un velo d’ansia che tendo a portarmi dietro nelle settimane successive al termine della lettura. Se vogliamo, non desideravo creare nel lettore quell’ansia.

Spesso usi dei cliché e tu stessa ti scusi del rischio di banalità: credi che spesso alcuni luoghi comuni possano contenere profonde verità?

Ritornando al luogo comune che introduco nella risposta alla tua precedente domanda, ossia “gli errori aiutano a crescere”, posso rispondere affermando: mia nonna ha spesso ragione, e lo dico con la dolcezza nel cuore, nonostante gli anni passati sui libri e il mio malcelato nichilismo; dunque sì, credo che  tale saggezza possieda la sua ragion d’essere nelle autenticità che spesso sottendono a frasi ritenute, da me per prima, banali. Alcuni luoghi comuni contengono delle verità, che sono sempre, tuttavia, parziali perché sempre incomplete sono le nostre visioni della realtà.

Mahela detesta la mediocrità, ma è la prima a incapparvi diventando lei stessa pedissequa nell’ esasperato tentativo di distinguersi e, quindi, di non essere banale. Questo accade proprio perché l’autoreferenziale visione della protagonista è, appunto, parziale.

Le tue letture preferite? I tuoi Maestri di carta?

Ecco una domanda che richiederebbe una vita intera per dare una risposta esauriente, cercherò pertanto di essere sintetica. Amo la letteratura russa, i grandi nomi, Tolstoj, Turgenev, Puskin… Dostoevskij è in assoluto il mio scrittore preferito: autore inimitabile dall’incredibile capacità di entrare nel cuore, in quella che Jung definirebbe l’ombra, dei personaggi, quello spazio nascosto che in pochissimi sono in grado di svelare davvero. Se dovessi definire Milan Kundera con un termine, direi che è straordinariamente accogliente, nella misura in cui il suo stile è un invito allettante all’abbandono, con questa scrittura che sa essere leggera e pesante allo stesso tempo, profonda eppure così facile; Sandor Marai è superlativo ne “Le braci”; impossibile non ricordare, poi, un grande del novecento come Italo Svevo che, con “La Coscienza di Zeno”, è riuscito a imprimere un marchio a fuoco eterno nelle pagine della storia della letteratura italiana; ancora, fra gli autori contemporanei che mi sono entrati nell’anima, annovero P. Roth (“Pastorale americana” è una delle mie migliori letture di sempre), C. Palahaniuk, S. Bellow, Hornby, la Nothomb, questo per citarne solo alcuni, con il rischio di fare un torto a tantissimi altri.

In bocca al lupo per il tuo libro e buone letture!

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