Intervista a Paolo Ciampi

di Carlotta Susca

La prima intervista che temperiamo sul nostro blog è a Paolo Ciampi, scrittore fiorentino. Ci piace parlarne come uno scrittore perché, nonostante sia anche – e scusate se è poco – un giornalista professionista, noi lo abbiamo conosciuto attraverso tre suoi libri che ci sono piaciuti molto, e che abbiamo recensito sul nostro sito: Beatrice, Una famiglia e Una domenica come le altre.

Ciampi è anche autore di altri testi, come Il poeta e i pirati – Le straordinarie avventure di Filippo Pananti, schiavo ad Algeri (Polistampa 2005), Gli occhi di Salgari – Avventure e scoperte di Odoardo Beccari, viaggiatore fiorentino(Polistampa 2003), Firenze e i suoi giornali – Storia dei quotidiani fiorentini dal 700 ad oggi (Polistampa 2002); ha lavorato come giornalista per Il GiornaleIl ManifestoTirreno.

Sul suo blog si definisce così:
Vivo di parole, per lavoro e per passione. Parole come viaggi, parole come memoria, parole come ponti che ci uniscono

Benvenuto nel nostro salotto virtuale! Per iniziare vorremmo chiederti se hai qualche abitudine di scrittura (un luogo fisso, tempi precisi)

Non ne ho alcuna in particolare, non ne posso avere, perché scrivere libri è un’attività che strappo al mio “primo” lavoro di giornalista. Il computer può essere lo stesso, ma tempi ed energie entrano spesso in conflitto. E poi tra la disposizione mentale per costruire un articolo o un comunicato stampa e quella necessaria per scrivere un libro c’è molta più distanza di quanto presupporrebbe la comune sostanza della scrittura. In genere riesco a scrivere anche nei ritagli di tempo e in situazione di grande confusione. Con la musica alta ma anche tra una telefonata e l’altra. Mi piace avere tutti gli appunti necessari nel mio computer, perchè so che i fogli sparsi andrebbero subito persi. Semmai ho bisogno di poter contare su alcuni libri che so dove trovare nella libreria di casa.

E come scegli i soggetti?

Non so se è una posa da “autore” metterla così, ma sono abbastanza convinto che non sei tu che scegli i soggetti, sono loro che ti vengono incontro e ti scelgono. Semmai proprio in quel momento, non prima, non dopo, tu sei pronto a raccogliere e fare tuo un determinato stimolo, più o meno casuale. Un libro che ho pubblicato alcuni anni fa - Il poeta e i pirati - è nato da una nota in fondo a una pagina sulla storia delle esplorazioni nell’Africa dei secoli scorsi. Mi aveva incuriosito e ne è venuto fuori un libro su un poeta semidimenticato dell’età napoleonica, fatto prigioniero dagli ultimi pirati del Mediterraneo. Dopo che ho pubblicato Un nome - la storia di una professoressa ebrea morta suicida per sfuggire alla deportazione – mi sono arrivate tante storie e tante proposte di altri libri, perchè non è vero che il passato è passato. Però solo una ho deciso di “abitarla” e di farla mia: ed è venuto fuori il libro Una famiglia.Quello che mi piace è raccontare storie autenticheperché penso che la realtà non abbia niente da invidiare alla fantasia, anzi, a volte sia molto più fantasiosa di ogni immaginazione. Storie autentiche che non appartengono alla Storia con la esse maiuscola, ma la incrociano, con effetti a volte drammatici

E Beatrice? Come ti è capitato di imbatterti in questo personaggio?

Beatrice è uno di quei personaggi che sui libri puoi incontrare solo se sei un “addetto ai lavori”, se per esempio ti occupi di tradizioni della montagna o di poesia improvvisata. Ma incontrandola così rischi di congedarti subito e perdere per strada un personaggio che non è solo meraviglioso, è anche di straordinaria attualità. Io invece ho avuto la fortuna di incontrarla perché da qualche anno ho una piccola baita non lontano dai luoghi dove Beatrice è nata e ha vissuto. Respiro la sua aria, contemplo le sue stesse cime, d’estate mi capita di ascoltare gente che nelle feste condivide ancora i suoi canti e i suoi versi. Beatrice è una storia vera che meritava di essere sottratta agli studi locali. Le ho restituito voce lasciandola parlare in prima persona, perché ha molto da insegnarci, questa pastora analfabeta: l’amore per la montagna, l’amore per la poesia. La forza della parola che scava in profondità, cura, lenisce. È utile, in tempi in cui siamo circondati da oceani di parole (pensiamo a tutti gli sms, i blog, le email), ma queste stesse parole quasi sempre hanno perso profondità, capacità di esprimere davvero cosa ci portiamo dentro.

In Una domenica come le altre citi molti libri, si capisce che hai un rapporto profondo con la lettura; quali sono i tuoi Autori preferiti? Ci sono alcuni scrittori a cui invidi lo stile, dei modelli per la tua scrittura?

In realtà ho tagliato molte e molte citazioni, non volevo sembrare troppo pedante… anche se in realtà non è così, almeno spero. Cito molto, ma credo che la citazione possa essere anche parte viva di un libro, di un romanzo. Sempre che questa citazione non sia esibizione, sempre che sia qualcosa che ha lasciato un segno, aperto una finestra, destato un’emozione. Allora non c’è discontinuità tra la citazione e la mia parola. Nella mia vita ci sono sempre stati libri, libri e ancora libri, di tutti i tipi: libri che forse un tempo mi hanno separato dal mondo ma che con gli anni poi mi hanno riportato al mondo, mi hanno aiutato a vivere meglio. Per questo non possono non essere anche nelle mie pagine. Leggo di tutto, dal saggio al giallo, dal grande classico all’esordiente della piccola casa editrice (tutto questo ovviamente compatibilmente con i tempi, ahimé, le pile dei libri “in attesa” crescono di settimana in settimana). Non ho modelli, non ho autori da imitare. Vorrei semplicemente essere ne stesso, una voce genuina. Da tutti ho da imparare, perché non c’è libro, bello o brutto, che non possa insegnare qualcosa. A volte penso alla Biblioteca di Babele di cui parlava il grande Borges (mi sa che se si continua a chiacchierare i nomi vengono fuori). A volte provo quello stesso brivido di fronte al mondo infinito di pagine e pagine che so che non riuscirò mai a leggere. Ed è un gran peccato.

Una domenica come le altre tratta di una grossa perdita, quella della propria madre: è stata utile la scrittura nell’elaborazione del dolore? Nella recensione del libro accenno all’idea di Borges (L’Aleph) per cui l’aspetto più sconvolgente della perdita di qualcuno sarebbe il modo indifferente in cui il mondo va avanti dopo la sua scomparsa; pensi che la scrittura sia un modo per impedire l’oblio (aspetto che emerge già in Una famiglia)?

Dunque, innanzitutto direi che Una domenica come le altre è un libro che racconta cosa succede nei giorni immediatamente successivi a un grave lutto, e tuttavia più che del lutto si occupa dell’elaborazione del dolore. Modo un po’ contorto per spiegare che non è un libro sulla morte, ma semmai della vita che prosegue dopo la morte, della vita che scopre nuova vita anche dove dovrebbe esserci solo la morte. E poi sì, è straordinariamente vero, proprio in queste circostanze ho potuto provare a fondo lo straordinario potere taumaturgico della parola. La parola scritta più ancora della parola letta e persino pronunciata. La parola scava, trova ragioni, allevia. La parola, sicuramente, trattiene la memoria, contro ogni tentazione di oblio. E la memoria non riguarda mai il passato, è un patrimonio investito per il presente e il futuro.

Prima di salutarci, che ne pensi della narrativa italiana contemporanea? Ritieni che sia di alto livello? Cosa potrebbero fare gli editori per promuovere i testi degni di attenzione?

Beh difficile tentare un giudizio complessivo, nell’editoria italiana c’è di tutto e il contrario di tutto, e in questo tutto è larghissima l’offerta di buoni e ottimi libri. I problemi sono altri. Siamo un popolo di scrittori più che di lettori. Si pubblicano cose che meriterebbero attenzione che non riceveranno mai.Ci sono autori ed editori strangolati dalla distribuzione. Problemi che arrivano da lontano, lo so. Penso che la battaglia per la “bibliodiversità” sia una buona battaglia da combattere, penso che questa battaglia non possa essere combattuta solo dagli editori. Scuole, librerie, associazioni hanno ruoli importanti. Tutto va bene. Io credo molto nel ruolo del web, Internet non sottrae solo alla lettura, può anche promuovere, indirizzare, far conoscere, mettere in rete. E credo alla lettura come fatto sociale, come possibilità di costruzione di relazioni, di comunità. Vorrei che in ogni quartiere di Italia nascessero presidi del libro, gruppi di lettura.

Salutando Paolo Ciampi ci rendiamo conto che davvero internet può promuovere la lettura, perché consente di conoscere scrittori bravi e gentili come il nostro primo intervistato!

5 commenti a “Intervista a Paolo Ciampi”

  1. Giovanni says:

    Complimenti per questa prima intervista (a Carlotta, ma anche all’autore)!

  2. Angela says:

    Un sentito grazie a Paolo Ciampi: queste parole sono davvero profonde ed esprimono un sincero amore per la lettura e per il potere della parola.

  3. Lottie says:

    Conoscere gli autori al di là dei loro libri è davvero interessante!

  4. Gle says:

    Grande Ciampi!

  5. Simo says:

    Davvero senza parole… a dir poco estasiata!

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