Con grande piacere nel nostro salotto letterario ospitiamo Paolo Codazzi, autore de Il destino delle nuvole, recensito qui.
Fulvio, protagonista de Il destino delle nuvole, è fiorentino come lei. Ci sono altri punti in comune con la biografia dell’autore?
Amo molto la mia città per cui, spesso e ove possibile e coerente, i miei personaggi sono fiorentini; ciò mi permette di esprimere questo amore e, pur uscendo dai luoghi comuni della Firenze delle “guide turistiche”, mitizzare la città che ha sorvegliato la mia crescita esattamente come molti altri scrittori, classici o meno, hanno fatto e propongono con le loro opere.
Sono convinto che sempre nelle opere di un autore ci siano molti connotati autobiografici: veri e reali, oppure immaginari ma legati a quanto si vorrebbe o non si vorrebbe essere, diversamente da ciò che siamo. In particolare ne Il destino delle nuvole ci sono molti elementi comuni alla mia biografia: sono stato in quel collegio livornese esattamente a quella età e per circa 2 anni; ho avuto a 21 anni un grave incidente d’auto – ritornando da un’esibizione a Rimini, mitica Locanda del Lupo, con la mia band rock – suonavo la batteria (e della letteratura mi interessava ben poco).
Tuttavia per quanto importanti e formativi nella mia vita questi episodi, che avevo in mente di rappresentare nei miei libri da anni, non mi avevano del tutto convinto credendo che ogni elemento delle “vite narrate”, per differenziarsi dai miliardi di esperienze degli umani, debba contenere un minimo (o massimo) comune denominatore che le rende accessibili alle esperienze di molte altre persone. La lettura di un testo, peraltro scritto molto bene (come spesso molti saggi i cui autori non hanno niente da invidiare ai narratori), sui primi studi meteorologici di un inglese (citato nel libro), mi offrirono lo spunto per legare gli episodi della mia vita reale (il resto è pure invenzione) al senso filosofico (o religioso) del destino. Trovato così, secondo il mio modo di vedere, il legame con un universo di lettori mediante il riferimento filosofico al senso del destino, ritenni che quelle vicende, per quanto isole sperdute in un arcipelago infinito, potessero avere se non altro il compito di introdurre il lettore nei labirinti dei destini. E scrissi il libro.
La visione del mondo di Fulvio, così matematica e razionale, corrisponde alla sua? Se no, con che ottica guarda il mondo?
Ho da sempre avuto molta ammirazione per la matematica, non per le sue astruse formule, ma soprattutto per quei meccanismi che la collegano alla filosofia, al pensiero. E per quanto non sia mai riuscito a dotarmi di una conoscenza specifica e approfondita, qualcosa della matematica ho compreso, e soprattutto mi affascinano i grandi matematici che riescono a fondere il mondo dei numeri con il mondo delle lettere, con il pensiero.
Il suo periodare è ricco di subordinate. Nella recensione ho scritto “Come se l’autore volesse tradurre lo sforzo di rielaborare eventi e situazioni del passato, paure sepolte che, inaspettatamente, tornano in superficie mentre persone credute perse appaiono altrettanto incredibilmente”. Condivide?
Condivido in pieno quanto è stato scritto nella vostra recensione riguardo il mio periodare (da alcuni critici definito sinfonico, da altri suntuoso, da altri ancora barocco – ma evidentemente non conoscono a fondo gli aspetti estetici e storici del barocco e qui ci sarebbe da aprire una conversazione interminabile). Aggiungo che compito di uno scrittore, oggi, dovrebbe essere quello di “difendere” lingua e scrittura dall’attacco sguaiato della “comunicazione” che per sua natura mira alla velocità del messaggio e non alla perfezione, né ai contenuti di pensiero. Qualcuno mi ha detto in presentazioni che è una lotta persa in partenza poiché il futuro è la comunicazione, e forse hanno ragione, ma lo stesso Platone avversava la nascita della scrittura (rispetto alla partecipazione emotiva della tradizione orale) pur diventandone il primo grande interprete. Quindi difendere la scrittura e la lingua dalla prepotenza della comunicazione è uno dei compiti che mi propongo scrivendo, e sapere che potrà essere inutile non mi scoraggia di certo dal provarci.
Dal romanzo emerge la similitudine tra il destino delle nuvole e quello dell’uomo. Che idea ha del destino?
La mia idea del destino, che spero non sia emersa dal libro (lasciando ad ognuno di pensare o credere secondo le proprie convinzioni), è riferita al titolo del mio precedente libro, Segreteria del caos, tredici racconti, nei quali i capricci del destino si divertono a sconvolgere o ordinare le vite degli umani (ne Il destino delle nuvole è riportata una frase di Virginia Woolf che trovo molto rappresentative del mio modo di intendere il destino: ciò che è non poteva non essere…).
Ancora una curiosità: cosa intende per comunicazione? Il linguaggio spesso impreciso, superficiale e talvota sgrammaticato dei mezzi di comunicazione soprattutto quelli di nuova generazione come internet (e il vasto mondo delle chat)?
La comunicazione per sua natura tende alla velocità del comunicato, ciò che interessa alla comunicazione (in tutte le sue forme: tv,quotidiani, internet etc.)è il significato (cioè l’oggetto di quanto si vuole comunicare), la letteratura, invece, pur essendo anche di significati contiene anche il valore del significate: vale a dire, sintassi, lessivo e quanto altro offre una lingua per esprimersi compiutamente in scrittura. Oggi molti scrittori si sono uniformati alla “comunicazione” tout court sostenendo che quello sia il futuro; e se anche fosse vero niente potrà impedire a chi ama la “bella scrittura” di resistere…
Lo stesso Platone, che pur fu fosse il primo grande scrittore, avversava la scrittura sostenendo che essa sviliva i valori dalle comunicazione orale, vale a dire stessa partecipazione emotiva tra narrante e ascoltatore che, poi, diventerà esso stesso narrante per nuovi ascoltatori.
Dunque sono consapevole che coloro come me che fanno riferimento a valori del significante più che del significato (le nostre giornate sono dense di significati, l’aria è stantia di notizie), abbiano scelto una strada molto difficile e ardua e tuttavia qualcuno doveva pur farlo poichè la letteratura, quella vera, riesce a far comprendere tutto quanto è celato nella “comunicazione”, nella “notizia”.
Nella speranza che la lingua e la scrittura vengano continuamente salvaguardati, salutiamo Paolo Codazzi e voi lettori. Alla prossima!















