È con noi l’uomo radice: Tiziano Fratus è cresciuto immerso nella natura della natura lombarda, per poi viaggiare fra Torino, Venezia e Milano ed infine ha ricominciato a mettere radici ai piedi delle Alpi Cozie. Numerose le raccolte e i poemi da lui pubblicati in Italia. La sua poesia è stata tradotta e pubblicata in tutto il mondo: Singapore, Buenos Aires, Lisbona, Cracovia, Bratyislava, Budapest, Edimburgo e Parigi. In America è stata pubblicata un’antologia della sua poesia, presentata dall’autore in università, gallerie d’arte e librerie. Nel 2007 ha fondato le Edizioni Torino Poesia, poi diventate Edizioni della Manifattura Torino Poesia. Temperamente ha pubblicato la recensione della sua raccolta Nuova Poesia Creaturale. Ma andiamo a conoscerlo meglio:
Cosa ami di più della natura? Quali sono le sensazioni che provi quando sei immerso in essa?
Sin da quando ero bambino ho compreso di più il linguaggio naturale, le leggi che regolano l’esistenza animale e naturale, piuttosto che le leggi che definiscono i rapporti nella vita sociale degli esseri umani. Non ho mai capito cosa desiderano gli uomini, cosa vogliono, cosa per loro è importante. Con le bestie è tutto più facile, più diretto, e spesso sono più coerenti, più appassionate, raramente fanno un gesto mossi dalla noia. Ragion per cui direi di amare tutto della natura. Definisco la poesia che scrivo “poesie ambientale” perché tutto quello che si anima nel paesaggio, nell’ambiente, assume una sua importanza. Mi interessa un lavoro di comprensione, di definizione del più piccolo dettaglio unitamente ad un lavoro – necessario – di sintesi. Essendo un cercatore di alberi passo molto tempo nei boschi o in aree protette o naturali per cercarli, scoprirli, descriverli e fotografarli. Per me questo è un processo di pulitura, mi asciuga la mente dai pensieri innestati dalla vita sociale degli uomini, troppo spesso corrosa dalla corsa, dal desiderio di primeggiare. Senza parlare dei mille conflitti, delle incomprensioni, dei narcisismi e delle mille manie che molte persone coltivano o nascondono. Nella natura mi libero, mi alleggerisco.
Qual è l’albero a cui sei più affezionato? Potresti raccontarci la storia che ti lega ad esso?
Ci sono molti alberi monumentali a cui mi sento affezionato: dai grandi ficus del parco Balboa a San Diego ai cipressi di Monterey della costa settentrionale della California, dalle sequoie di Big Sur ai faggi di Entracque, nel cuneese, alle grandi querce all’ulivastro di Luras, in Sardegna. Probabilmente l’albero a cui mi sento più legato è il tasso di Cavandone, un albero di 400 anni che sta nell’alto verbano, e presenta un tronco dal colore di sabbia completamente contorto, arrotato su se stesso, una meraviglia!
Com’è vivere a Torino per un giramondo amante della natura come te?
Fortunatamente non vivo più a Torino. Ci ho vissuto e sono stato bene, la cosa più bella era girare in bicicletta d’estate… ma ho vissuto anche a Milano e a Venezia, ma nelle grandi città non mi sono mai sentito a mio agio. Ora vivo in provincia, in un piccolo paese ai piedi delle Alpi, e devo ammettere che questa piccola ridotta dimensione mi è più congeniale. Comunque anche quando sono in città, anche ben più grosse di Torino, come Chicago, Londra, Parigi o New York, cerco il contatto con la natura, con i parchi e sono andato alla ricerca di alberi anche in questi luoghi che mi affascinano per due giorni ma dopo mi iniziano a stare stretti, a soffocare.
Qual è la città che più ti è rimasta nella pelle?
Difficile dirne una soltanto… Lisbona l’ho amata molto, ma anche Singapore, anche Minneapolis e Saint Paul, nel Minnesota, che costituiscono una sola conurbazione, e poi, di dimensione decisamente più ridotta, Big Sur, in California.
Perdona la domanda inconsueta, ma ti sei mai sentito solo durante i tuoi viaggi? E se sì, hai trovato conforto nella poesia?
Beh certamente, la solitudine è una componente fondamentale del viaggio, così come della vita e della scrittura. No, non direi di essermi mai sentito confortato dalla poesia, dalla letteratura. Anzi: leggere è spesso un confronto con la propria solitudine, la solitudine dello scrittore con la propria.
A quanti anni hai cominciato a scrivere versi?
Tardi. A venticinque anni.
Quando scrivi le tue poesie? Nel momento dell’ispirazione o dopo una profonda riflessione, raccogliendo i momenti più significativi della giornata?
Scrivo in qualsiasi situazione. Dopo dieci anni di lavoro e una ventina di libri pubblicati in varie parti del mondo la mia fucina è, sostanzialmente, sempre aperta. Ovviamente ci sono periodi di maggiore produzione e periodi di raccolta di informazioni, suggestioni, di osservazione. Ma posso scrivere di notte come di mattina, di sera come in treno o in aereo. Addirittura in bicicletta.
Qual è il tuo poeta preferito?
Ne sono esistiti talmente tanti che mi risulta impossibile dare una risposta secca. Troppe esperienze, troppe voci, troppe lingue… posso cercare di segnalare alcuni dei poeti che in questa parte della mia vita contano. Si tratta di Robert Frost, Les Murray, William Carlos Williams, Wendell Berry. Molti poeti scrivono rifacendosi direttamente o indirettamente ad altri poeti. Non credo affatto che sia la mia natura, la mia via. Sono forse più ispirato ad altri scrittori, narratori se vogliamo dirla così, fra i quali Jean Giono, Thoreau, il Melville di Clarel, Hemingway, e anche da alcuni scrittori italiani, la maggior parte de quali morti: Cassola, Biamonti, Rigoni Stern e Corona, l’unico in vita.
Ci spiegheresti il titolo Nuova Poesia Creaturale?
Ho lavorato per anni sul rapporto fra scrittura – espressione - ambiente, ambiente circostante o ambiente interiore. La poesia o scrittura ambientale è per me un concetto basilare: significa studio dei rapporti con gli elementi presenti e diffusi nel paesaggio, come la storia dei luoghi, delle attività degli esseri umani, la presenza di creature vegetali e animali. Uno sguardo sempre accesso su ogni dettaglio del paesaggio. La voce nasce e fiorisce dentro questi confini naturali, fisici, ma senza rinunciare a proiezioni metafisiche, spirituali. Da questo concetto, da questa prospettiva, emerge una poesia creaturale, poesia del creaturare: ovvero del creare creature, e al contempo dello studio delle creature esistenti.
Ringrazio Tiziano Fratus per questo bellissimo confronto: torna presto nel nostro salotto letterario e buona fortuna!
www.torinopoesia.org/fratus.htm
Qui la recensione di Nuova Poesia Creaturale su Temperamente.
















Natura e poesia: un binomio unico. Ringrazio Fratus per questa bella intervista.
Grazie a voi per la vostra gentilezza e per la vostra passione.