Valeria Giaccio, autrice del thriller La perversione del male (su facebook qui) è ospite oggi di Temperamente, per rispondere a qualche domanda sul suo romanzo.
Benvenuta. Hai ambientato il tuo thriller a New York: conosci bene la “grande mela”?
No, purtroppo non sono mai stata in America, anche se desidero tantissimo visitarla. Ho una passione per gli USA e per tutto ciò che è americano.
Come mai hai deciso di trasgredire la regola che prescrive di trattare solo di luoghi che si conoscono?
Sì è vero in genere si scrive di posti conosciuti, ed io sarei stata certamente più facilitata ad ambientare il libro a Napoli per esempio, ma non riuscivo ad immaginare i miei personaggi in Italia, soprattutto per le modalità del serial killer.
Tuttavia, proprio perché dovevo scrivere di un luogo mai visto e non volevo commettere errori mi sono informata su tutto. Volevo essere concreta e non basare la mia storia sulla finzione.
Così ho fatto sei mesi intensi di ricerche prima di scrivere. Insomma, è stata una bella faticata, ma lo rifarei nuovamente.
Hai tratto spunti anche da film e telefilm statunitensi? Da romanzi? Quali?
La mia scrittrice preferita è Patricia Cornwell, quindi il mio modo di scrivere è stato molto influenzato da lei inevitabilmente.
Come mai hai deciso di insistere sulle descrizioni dei corpi delle vittime? Le modalità dell’assassino si ripetono sempre uguali, è una precisa scelta quella di ribadire per ogni delitto la descrizione della scena del crimine?
Mentre scrivevo immaginavo le vittime e così come mi apparivano le ho descritte. Era come se potessi vivere la scena del crimine e volevo trasmettere questa percezione anche a chi leggeva, dargli la sensazione di trovarsi lì davanti alle vittime.
Sì, le modalità dell’assassino si ripetono, è stata una scelta ben precisa. Il modus operandi di un serial killer in genere è sempre lo stesso, ed è questo che lo caratterizza, poi in particolare il mio uccide sempre uno stesso tipo di donna, quella fragile. Vuole essere un incubo per queste donne, vuole punirle, e per questo tende a rappresentare nei suoi omicidi l’immagine di un quadro, cercando di rimanervi il più fedele possibile. Poi su qualcuna si accanisce anche maggiormente, aggiungendo qualcosa al delitto.
Le donne del testo sono tutte eccezionali, gli uomini mediocri, codardi o efferati: come mai una polarizzazione così marcata?
La nostra società è molto sessista, la presenza dell’uomo primeggia quasi in tutti i campi. Si vedono sempre figure maschili molto forti dov’è la donna ad essere più fragile. Viene messa un pò più in secondo piano, nonostante oggi rispetto al passato la donna si sia maggiormente emancipata arrivando quasi ad un rapporto paritario, ma c’è ancora molta strada da fare. Per la maggior parte l’uomo è il protagonista e devo ammettere che anch’io avevo scritto molto di detective uomini. Poi ci ho riflettuto, e ho avvertito la necessità di rifuggire da certi schemi culturali, decidendo di raccontare di donne, di dimostrare che la donna non è “fragile” ma è forte, risolutiva, che si sa mettere in salvo benissimo da sola. Ritengo che le donne abbiano una marcia in più e questo lo dimostrano nella vita di tutti i giorni: lavorano, accudiscono i figli, conciliano mille impegni senza scoraggiarsi. Le donne del libro fanno i loro errori, hanno i loro problemi e le loro debolezze. Sono donne normali, ed è questa loro normalità a renderle eccezionali.
Stai scrivendo un altro libro?
Avevo iniziato a scrivere qualcosa, ma poi mi sono autoimposta di non scrivere al momento per dedicarmi pienamente all’università.
Alla fine del libro sottolinei quanto sia stato importante per te realizzareil sogno di pubblicare un libro; ci puoi raccontare come è andata?
Ho sempre scritto per me stessa e facevo leggere i miei romanzi solo a poche amiche strette. Tuttavia, sognavo di vedere un mio lavoro pubblicato. Lo sognavo, ma poi non mandavo mai a nessuna casa editrice i miei scritti perchè mi imbarazzava e poi perchè la ritenevo una cosa molto intima. Insomma, era un pò una contraddizione. Poi un giorno partecipai ad un concorso indetto da una casa editrice, volevano farmi un contratto ma non ho accettato. Poi una mia cara amica mi ha portata alla Graus per avere semplicemente un’opinione, da lì mi hanno contattata, e poi ho pubblicato con loro.
Augurandole di viaggiare presto negli U.S.A. salutiamo la scrittrice, alla prossima!
















Intervista perspicace e scrittrice interessante… da approfondire!