Intervista a Vittoria Delsere ed Elena Maffioletti

di Carlotta Susca

Siamo liete – fuor di moine superficiali – di conoscere meglio le due autrici di Bisclavret. Soria luminosa di tempi bui, recensito qui.Aimone

Gentili donzelle scrivane, per prima cosa ardirei chiedervi come s’è svolta la divisione dei compiti nell’intraprender la fatica dello scriver d’Aimone e della sua ricerca. In che modo avete incontrato la storia di Bisclavret, che ha ispirato la vostra?

Ebbene, il novellar d’ Aimone non sarebbe nato se Vittoria non avesse mai fantasticato d’esser lupo, ché tale visione la perseguitò fin dall’infanzia, riaffiorando anche in tempi meno remoti.

Volendo alfine prendere il toro per le corna, e incontrato fra le amate letture il lai di Maria di Francia titolato Bisclavret (secolo XII), vi si dedicò (…) con particolare ardore.  Una sciagurata giornata di mezzo autunno, la nostra lupacchiotta decise di  affrontare la prova del fuoco: parlare di questa storia a Elena che con lei passeggiava sulle romantiche sponde di un rivo lombardo. Folgorata sulla via di Villa d’Adda  e con un sorriso che le illuminava gli acuminati canini, quest’ultima propose un sodalizio artistico che narrasse le vicende di Bisclavret, il cavaliere-lupo,  partendo da dove il racconto di Maria si concludeva.  La qual cosa si rivelò tutt’altro che difficile, considerato che detto cavaliere aveva più di una volta  visitato le Nostre sotto forma di gradevolissimo sogno. (…)

Per quanto attiene alla divisione dei compiti di scrittura, ci viene più facile spiegarlo con una metafora: Vittoria, medievista per diletto, aveva gli ingredienti ed Elena, scrittrice per professione, aveva le dosi. Insieme ci siamo divertite a cucinare lasciando sobbollire il tutto assai lentamente.

L’artifizio d’estraniar lo sguardo per parlar anche dell’oggi dal punto di vista d’un cavalier medievale è oltremodo efficace e Aimone, nonostante assista a mirabili stranezze e a comportamenti da criticare, ne ricava una parola su tutte: ‘pacatamente’. È dunque la pacatezza, l’attitudine al costume morigerato che mancano in questi tempi?

Nel Medioevo, virtù cavalleresca per eccellenza è la misura. Difficile per noi tradurla in termini moderni, diciamo che la si potrebbe intendere come senso dell’opportunità, della modestia e del confine sociale che non ha da esser travalicato pena lo sgretolamento del tessuto civile. Pacatezza è sorella alla misura,  ma come Aimone ben sa, non è da confondersi con l’infingardaggine. Essendo il nostro cavaliere spettatore, nel romanzo, di svariati accadimenti che a lui si presentano in forma di visione e che molto hanno in comune con la nostra epoca, l’interrogativo che ai suoi occhi candidi di uomo medievale subito s’impone potrebbe essere così riassunto: “Ma chi l’ha detto che stanno solo dalle mie parti i tempi bui?”

Parlereste al pubblico di lettori delle figure femminili che Aimone incontra? Mi par che in questo racconto la loro immagine acquisti piena importanza,e cancelli la subalternità sociale cui pare fossero destinate nel periodo di mezzo.

Sebbene nel Medioevo la mobilità sociale fosse assolutamente inferiore a quella odierna,  e prevedesse un ruolo subalterno per la donna, nelle classi più agiate si contavano diversi esempi di donne potenti e colte tanto da diventare consigliere di imperatori (ad esempio, Roswita di Gardensheim, Matilde di Canossa). Inoltre le castellane, con motivo dell’assenza degli uomini sempre in giro a menar fendenti, finivano col diventare le reali amministratrici dei feudi. Le figure femminili del nostro romanzo, Raksha, Ayla, Adrastea, Ling Yun Yu, Cornelia, Topazia e persino Tordella, hanno tutte un tratto che le accomuna: l’indipendenza. Anche quando sono mogli o madri devote, la loro capacità di pensare e discernere autonomamente resta palese.  Perciò esse si dimostrano valide compagne di viaggio, capaci di intuire il rovello di Aimone e di sostenerlo nella sua ricerca.

Ora che il nostro sentiero si divide vi chiederei, augurandovi buona sorte, di congedar i lettori con un consiglio sulla ricerca ch’ognun dovrebbe intraprendere, pur non essendo errante né tantomeno cavaliere.

A parte il ricercar le chiavi di casa che si smarriscono sempre, e per quanto dare consigli non ci piaccia troppo, per prima e ultima cosa suggeriremmo a ciascuno di indagare quanto i modelli sociali condizionino  il proprio desiderio, l’utilità dell’agire e i gesti verso gli altri, e ciò al fine di costruire relazioni umane soddisfacenti ed elevare la qualità della vita, la quale non essendo eterna meriterebbe almeno d’esser pienamente vissuta.

Aimone di sicuro approverebbe.

Un commento a “Intervista a Vittoria Delsere ed Elena Maffioletti”

  1. [...] Delsère (storica medievalista autrice con Elena Maffioletti di Bisclavret. Storia luminosa di tempi bui) mi ha fatto un grande regalo scrivendo queste impressioni riguardo a “Dall’Altopiano [...]

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