Intervista ad Alberto Majrani

di Carlotta SuscaMajrani

Intervistiamo oggi Alberto Majrani, autore di Chi ha ucciso i Proci? Ulisse, Nessuno, Filottete, intrigante saggio che propone una nuova lettura dell’Odissea.

Come è nata l’idea di stravolgere la comune interpretazione dell’Odissea? Ha letto il testo molte volte prima di scorgere le tracce della lettura indiziaria che ha condotto?

A dire il vero l’intuizione è arrivata quasi subito, poco dopo la prima lettura. Poi ho riletto più volte i poemi omerici, utilizzando diverse traduzioni per essere sicuro di non farmi ingannare da qualche interpretazione fuorviante, e continuando a scoprire una miriade di indizi che andavano a confermare l’intuizione iniziale. E il bello è che ancora adesso scopro nuovi elementi a favore della mia ipotesi. Per dirne solo un paio, che nel libro non ci sono: gli unici che si salvano dalla strage dei Proci sono il cantore Femio (proiezione dello stesso Omero) e l’araldo Medonte, che non aveva nulla a che fare coi pretendenti; mentre nell’Odissea Medonte è un fedele amico di Telemaco, nell’Iliade Medonte è nientemeno che il nome del “vice” di Filottete, cioè di colui che prende il comando della spedizione degli arcieri, quando questi viene lasciato sull’isola di Lemno (II, 727), e che verrà ucciso da Enea nel finale del poema (XV, 332-334).
Anche se “Medonte” poteva essere un nome abbastanza comune (in effetti c’è anche un troiano che si chiama così), non si può fare a meno di pensare che anche questa coincidenza non sia casuale. In effetti egli svolge a Itaca il ruolo di araldo, un mestiere abbastanza insolito per un’isoletta dove non dovevano accadere particolari avvenimenti da molti anni; e inoltre si rivolge alla regina Penelope con un tono piuttosto deciso, cosa strana per uno che avrebbe dovuto essere solo un portavoce dipendente dagli ordini dei suoi sovrani.

Quindi abbiamo tutti i motivi per pensare che in realtà non sia morto, che la sua presenza sull’isola non sia casuale, e che magari sia stato mandato in avanscoperta da Filottete, oppure che sia stato lui stesso a consigliarne l’ingaggio da parte di Telemaco. O anche, semplicemente, che Omero abbia introdotto questo personaggio per richiamare ancora una volta alla mente la vicenda di Filottete.

Sempre nell’Iliade, in due occasioni, nel secondo e quarto libro, Ulisse si riferisce a se stesso come il “padre di Telemaco”: di solito i protagonisti dei racconti epici fanno riferimento a qualche personaggio autorevole come un eroe o un sovrano; oppure si vantano di essere “figlio di” qualcuno, così Achille era detto Pelide perché figlio di Peleo, mentre Agamennone e suo fratello Menelao erano gli Atridi, cioè i figli di Atreo. Quindi è  un po’ strano che Ulisse usi come modello quello che all’epoca doveva essere solo un bambino che non poteva aver ancora compiuto niente di notevole. Tutto ciò fa  pensare che l’Iliade sia stata modificata a distanza di anni dagli avvenimenti, proprio per dare maggiore enfasi ai protagonisti dell’Odissea.

Ha ritenuto un limite la distanza linguistica dal testo? Non è sempre più difficile rintracciare significati nascosti con il passare dei millenni?

Le versioni giunte fino a noi dei poemi risalgono a epoche medievali e rinascimentali, e furono copiate da manoscritti andati in gran parte perduti, se si esclude qualche frammento di papiro. Di norma si pensa che le molteplici copiature di un manoscritto finiscano con l’alterarne l’autenticità, introducendo numerosi piccoli errori che tendono a sommarsi nel tempo; non mi sento di condividere pienamente questa affermazione. Nell’antichità copiare un documento era un’attività che richiedeva parecchio tempo e concentrazione; è logico pensare che un buon copista, prima di intraprendere il suo lavoro, cercasse il documento originale che si presentava nel migliore stato possibile di conservazione e leggibilità, e che ponesse molta attenzione nella sua opera, limitando al minimo gli errori di trascrizione. In special modo se si trattava di copiare un capolavoro immortale di primaria importanza, che doveva quindi avere delle edizioni particolarmente ben curate, destinate ai ricchi e potenti. Del resto, il fatto stesso che i frammenti ritrovati siano riconoscibili come parte di poemi noti, indica che non ci sono state grosse alterazioni; oltretutto, spesso i frammenti rappresentano le copie peggio riuscite, che in quanto tali sono state riciclate per altri scopi, come per esempio quello di imbottire le mummie, e proprio per questo si sono conservati fino ai nostri giorni! Quindi si può ragionevolmente pensare che la copia giunta fino a noi dei poemi non sia poi tanto diversa, nella sostanza, da quella originale.

Se così fosse per i testi copiati (magari!) la Filologia non esisterebbe…
Interpreta il testo come un enigma, ma non crede che la fase di trasmissione orale possa aver intaccato una struttura concepita in questo modo? Non ci sarebbe bisogno di una stesura accuratamente rivista per nascondere degli indizi?

In effetti, nella lunga appendice del mio libro spiego come i poemi omerici siano plausibilmente delle saghe nordiche giunte fino al Mediterraneo lungo la via dell’ambra, come già proposto da altri studiosi. Poiché le prime tracce dei poemi si trovano nel Mediterraneo intorno all’ottavo secolo avanti Cristo, e a quell’epoca il mondo descritto da Omero non esisteva più, si è stati costretti ad ipotizzare un lungo periodo di trasmissione orale dei poemi, prima che qualcuno li mettesse per iscritto. Ma spostandone l’origine nei mari nordici tutto cambia: l’età del ferro nel Nord Europa è cominciata intorno al VI secolo a.C., quindi non c’è da stupirsi se le armi descritte da Omero sono di bronzo. I poemi potrebbero essere arrivati anche poco prima della fine dell’ottavo secolo, quando ci sono le prime tracce scritte in Grecia. In questo modo non c’è più neanche la necessità di immaginare un lungo periodo di tradizione orale, oltretutto con un bellicoso “medioevo” in mezzo, prima che i poemi fossero messi per iscritto: tutto può essere avvenuto pochi anni dopo l’arrivo del cantastorie Omero, o di qualcuno della sua “scuola”, in Grecia. Quanto alla lingua, il Greco presenta molte più affinità con le lingue germaniche e scandinave che con quelle mediterranee;  la Grecia ha subito parecchie invasioni da nord nel corso della protostoria, e quindi i poemi possano essere giunti assieme a una di queste invasioni. Oppure, si può anche ipotizzare che il greco omerico rappresentasse una specie di “lingua franca” in uso lungo la via dell’ambra. E poi si può sempre pensare che i cantastorie girovaghi, che costituivano in un certo senso l’élite intellettuale dell’epoca, conoscessero l’uso della scrittura, a differenza della grandissima maggioranza degli altri uomini antichi. Mi sembrano ipotesi molto più logiche rispetto a quella di una “tradizione orale” durata secoli, di cui non si trova alcuna traccia, e che dà luogo a infinite contraddizioni.

Lei è un fotografo naturalista: in che modo trovano un equilibrio la passione per la natura e lo studio dei libri, che si svolge invece al chiuso?

Mah, più che fotografo naturalista, preferirei essere considerato un naturalista e fotografo. Sono laureato in scienze naturali, e ho sempre continuato a leggere e studiare anche dopo la laurea. La preparazione scientifica mi è poi servita sia per il mio lavoro di fotografo e giornalista, sia per trovare finalmente una spiegazione logica a un problema come la questione omerica, che richiede inevitabilmente un approccio multidisciplinare e non solo semplicemente letterario.

Per maggiori informazioni www.filottete.it

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“Intervista ad Alberto Majrani”
  • Mi è venuta in mente una citazione del famoso grecista Ettore Romagnoli: “La seppia è, come tutti sanno, uno scaltrissimo animaletto. Provocata e inseguita, spruzza dalla sua borsa un liquido nero come l’inchiostro, e intorbida le acque, in guisa da rimanere invisibile e inafferrabile.
    La filologia è come la seppia. Essa, in un travaglio oramai secolare, ha accumulato un prodigioso tesoro di parole tecniche, di segni convenzionali, formule, abbreviazioni, sigle, riferimenti, ed anche peculiari stranissimi atteggiamenti di pensiero: tutto un gergo ostico ed incomprensibile ai profani. Provate a toccarla con la punta d’un dito, ed essa schizza intorno a sé nero e nero, senza parsimonia. Nessuno ci capisce piú nulla; e appena i filologi si mettono a discutere, i non filologi scappano.”
    E così, mi sono fatto amico pure i filologi! Eppure dovrebbero ringraziarmi, dato che con la mia interpretazione riesco a risolvere in modo semplice un problema complicatissimo, facendoli uscire da un labirinto nel quale continuavano inutilmente ad addentrarsi.

  • Ringrazio per questa interessante intervista,
    vorrei riassumerne le conclusioni, per vedere se ho capito bene.
    1. dopo secoli di rompicapo, il signor Majrani sulla base della lettura di Iliade e Odissea in traduzioni moderne (il greco antico non serve per leggere i poemi di Omero) capisce alla prima lettura che essi sono un prodotto secondario delle “saghe nordiche”, le cui prime attestazioni scritte sono del X secolo d.C., mentre dei poemi si ha conoscenza fin dall’VIII a.C.
    2.Questi poemi sarebbero arrivati in Grecia dopo un viaggio tortuoso lungo la via dell’ambra, i cui commercianti erano noti per il loro amore per la cultura e la loro precoce alfabetizzazione, in un’epoca in cui il commercio librario fioriva in tutto il mondo anche senza l’invenzione degli E-Book.
    3. non solo secoli di filogia, ma pure duecento anni di studi linguistici sono messi a malpartito: il greco di Omero è “lingua franca”, l’english-maccaroni dell’epoca per intenderci, che alcuni buontemponi come Aristotele, Epicuro, Platone hanno utilizzato per intendersi meglio, ignorando del tutto di comunicare in un semplice e primitivo dialetto germanico.
    La derivazione del greco antico dall’indoeuropeo, lesue somiglianze con l’armeno antico (altro dialetto bastardo della Grande Germania del 1000 a.C.) sono ipotesi fantasiose che non reggono il confronto con la paziente analisi dei documenti originali compiuta dal signor Majrani.
    4. mai visto persone che scappano terrorizzate davanti a una seppia. Nella mia piccola e sempre più ignorata università di Parma, quando i filologi parlano di solito l’uditorio ascolta. Almeno per cortesia.

    Scusatemi, ma l’ironia era inevitabile. Mi è uscita all’improvviso, per fortuna che non sono (ancora) una seppia.

  • Ciao Jacopo, qui siamo tutti liberi di esprimere la nostra opinione, proprio perché l’obiettivo è il confronto pacifico.
    A proposito dell’analisi compiuta dal sig. Majrani, credo proprio di trovarmi d’accordo con te: mi riesce difficile pensare che si possano mettere in discussione secoli di studio diretto, che ha interessato non solo l’analisi filologica ma anche quella prettamente linguistica, e giungere così alle conclusioni del sig. Majrani.
    Detto questo, tutto può essere! Tra l’altro non posso permettermi di addentrarmi troppo nella questione, perché non ho letto il libro.

  • Cara Angela,
    ci mancherebbe! E l’ironia serve proprio a questo, a smorzare i toni e mantenere ogni dibattito nella sua giusta dimensione.
    Forse non avrei scritto nulla, evitando di commentare un libro di cui sinceramente ignoravo l’esistenza fino a questa intervista. Lo studio dei collegamenti fra Grecia antica e Nord Europa di quell’epoca può rivelarsi fonte di sorprese interessanti, all’opposto di quanti vedono la civiltà classica come un mondo a sé, perfettamente evoluto e senza debiti verso le culture confinanti.

    Eppure non potevo mancare di rispondere al signor Majrani (e allo studioso da lui citato, Ettore Romagnoli) che pretende i ringraziamenti da parte degli studiosi e spara a zero su filologia e discipline varie di studio. Che la maggior parte della gente ignori gli studi specialistici e approfonditi è cosa risaputa, ma questo non vuol dire automaticamente che questi studi siano inutili e noiosi.

  • Cari i miei cefalopodi… e leggere il libro, magari, prima di sparare giudizi? Dopo quasi tremila anni di attenti studi, cosa hanno concluso tanti sapientoni? Che c’è una “questione omerica” e non si sa come risolverla, se non con acrobatici sforzi d’interpretazione e continue forzature. Caspiterina, complimentoni! E tanto per rispondere al punto 1, un oggetto come il carro solare di Trundholm è una delle tante dimostrazioni che certe mitologie esistevano già nel XIV secolo avanti Cristo nel Nord Europa. Le traduzioni di traduttori professionisti con decenni di esperienza sono senz’altro più affidabili di quelle di chiunque altro. Tutte le altre risposte sono nel libro; non credo che Ettore Romagnoli potrà replicare, visto che il famoso grecista (e filologo) è morto nel 1938. Altri filologi che erano partiti con l’idea di stroncarmi hanno dovuto ricredersi, chissà come mai… Salutatemi il polpo Paul.

  • I miti non nascono dal nulla, ma da avvenimenti reali poi trasfigurati dalle interpretazioni e dai continui passaparola successivi: il difficile è riuscire a risalire alle vicende e alle collocazioni originarie. Il bello del mio libro è che finalmente si riesce a far concordare tutti gli indizi di tipo archeologico, climatico, antropologico, linguistico, topografico, mitologico, astronomico e… gastronomico!
    Per chi volesse leggerla, la recensione di temperamente si trova qui http://www.temperamente.it/contemporanei/chi-ha-ucciso-realmente-i-proci-ulisse-nessuno-filottete-alberto-majrani/

  • Premetto di essere ignorante sull’argomento e quindi non me ne vogliate se dirò qualche “castroneria”.
    Mi sento di dare ragione a Majrani, per un semplicissimo fatto: come già detto, i miti non nascono dal nulla, sono rimaneggiamenti di fatti realmente accaduti cristallizzati in una realtà ideale e – vi aggiungo io – hanno radici in una memoria comune ancestrale.
    Detto questo, perchè vi sembra così strano che il mito Omerico abbia origini nordiche??
    Date un’occhiata ai miti cinesi – è solo un esempio, ma calzante in quanto la Cina è lontana geograficamente – e allora riscoprirete Atena, Ulisse e molti altri. Cambiano i nomi, i particolari, ma non la sostanza. L’esempio che Alberto ha fatto del carro solare di Trundholm è solo uno dei tanti che dimostrano l’esistenza di questa “memoria comune ancestrale” che si ripropone in diverse culture.

    E’ simpatica la storia del greco come “lingua franca”, ma non la condivido. E’ simpatica anche l’idea di ironizzare su questo per sminuire l’idea di base che da Alberto. Magari quei poemi sono stati “tradotti” in greco, sembra strano anche questo?? A me no, ma non è questo il punto.
    I miti sono indubbiamente affascinanti e lo sono ancora di più se confrontati tra loro, sia nel contesto della loro nascita, sia in se messi in relazione con miti di altre società.

  • Giusto, Francesco, in effetti se chiedessimo a molta gente di declamare l’inizio di un poema omerico, attaccherebbe con “Cantami o diva del Pelide Achille…” nella versione poetica del Monti, in italiano. Anche se con la mia interpretazione mi sembra che ci sia troppa “coerenza” nel poema, per pensare a una traduzione antica, che avrebbe inevitabilmente finito con lo snaturare certi passi. Basta pensare al gioco di parole con Outis (Nessuno) che ha assonanza con Odysseus, su cui è basato tutto l’episodio di Polifemo, e che si perde inevitabilmente in una traduzione.

  • Carissimo Majrani, i miti non nascono dal nulla, giustamente! Certo non ignori che molti elementi presenti nell'”Iliade” sono rintracciabili nell’epica irlandese: vi sono studi che risalgono a quasi cinquant’anni fa sulle somiglianze tra Achille e Cú Chulainn. Ma questo dipende dal fatto che vi sia un substrato comune tra le due culture o dal fatto che i copisti irlandesi (tra il VII e il XII secolo) conoscessero Omero? L’una cosa in realtà non esclude l’altra, e il carro di Trundholm non solo ha attinenze con il carro di Helios del mito greco, ma anche con quello di Surya in India. Il punto è che alla base dei miti greci (e celtici, e germanici, e indoiranici…) vi sono dei comuni motivi indoeuropei, cosa pacificamente ammessa da decenni di studi linguistici e filologici. Stiamo parlando di popoli che hanno un’origine linguistica comune, che molti studiosi ritengono poter collocare forse in Ucraina o in Anatolia intorno alla metà del III millennio a.C.
    Ma far discendere gli Elleni direttamente dal mar Baltico, come fossero una filiazione diretta dei Germani, mi sembra un voler ignorare un secolo di indoeuropeistica. Più che risolvere la questione omerica, mi sembra volerla saltare a pie’ pari…
    In ogni caso, mi sto basando soltanto su quanto ho letto in questo post. Non ho letto il tuo libro e, se ti faccio un torto, chiedo scusa.

  • Eh sì, dovresti chiedermi scusa! L’idea che una grande civiltà si sia sviluppata nel Nord Europa, durante l’età del bronzo,diffondendosi poi dappertutto, era tranquillamente accettata dagli archeologi e dagli antropologi di settant’anni fa. Poi è stata usata come base ideologica del nazismo e questo ha provocato un moto di repulsione da parte del mondo culturale, portandolo a rifiutare questa idea in toto; per cui alla fine l’impressione è che si sia buttato via il bambino con l’acqua sporca! Non sarebbe ora di cominciare a guardare le cose per quello che sono, senza pregiudizi ideologici? Tutta la Scandinavia è piena di migliaia di graffiti che mostrano guerrieri in battaglia e grandi navi con centinaia di uomini a bordo. Non viene il dubbio che magari lì ci fossero guerrieri e navigatori? E come ci è arrivata fino in Grecia e in India tutta quell’ambra baltica? E tutti quegli individui bianchi, biondi, con gli occhi chiari? E come mai, per esempio, l’antica astronomia indiana prende in considerazione solo le stelle visibili nell’emisfero nord, e ignora tutte le altre? E questi sono solo un esempio, ma si potrebbe continuare per centinaia di pagine. Tutto un caso? Quando invece con le spiegazioni tradizionali non funziona niente, tanto da far dire che “Omero è un poeta e non un geografo”?

  • Mi scuso, ma ti prego di non sviare dall’argomento.
    Nessuno nega che nel Nord Europa non sia vissuta gente, tra il tardo neolitico e l’età del bronzo, e nemmeno che l’ambra sia arrivata in Grecia attraverso il Baltico. Sappiamo bene che è andata così.
    Ma quale popolazione, secondo te, viveva da quelle parti, poniamo, un tremila anni fa?

    Indoeuropei? No di certo.
    Gli antropologi filonazisti di settant’anni fa, che citi, avevano ripreso la ipotesi esoterica di Tilak, che poneva l’Ur-Heimat degli indoeuropei nel nord Europa. Avevano torto.
    Nel Baltico di tremila anni fa viveva gente, ma gli Indoeuropei (cioè gli antenati di Anatolici, Elleni, Italici, Germani, Celti, Slavi, Indoiranici, etc.) sono venuti da sud-est, dall’Anatolia e/o dalle steppe dell’Ucraina.
    Per quanto non se ne possa essere sicuri al cento per cento, i primi abitatori del Baltico erano probabilmente gente di lingua ugrofinnica, i quali NON erano alti, belli e biondi, ma bassi e bruni, più affini agli odierni lapponi.

    Facciamo un esperimento semplice semplice.
    Andiamo ad esaminare il lessico del greco antico.
    Troverai che buona parte delle radici sono (ovviamente) indoeuropee. Sono radici che ritroviamo diffuse dall’India all’Irlanda, e che appartengono alla diaspora che dicevamo prima. È la parte più antica del lessico.
    Un’altra parte del lessico è formato dal substrato pre-ellenico della Grecia, acquisite dagli Elleni quando sono entrati nella penisola balcanica. Per esempio, le famose parole in -inthos.
    Vi sono molti termini giunti dall’Anatolia. L’intera “Teogonia” di Esiodo mostra degli avvincenti parallelismi con i miti hittiti.
    Altri termini addirittura testimoniano un contatto con popoli semiti (il più famoso esempio è *woinos, vino).
    NON vi sono però termini di origine finnica.
    Se gli Elleni fossero venuti dal Baltico, parte del loro lessico avrebbe dovuto presentare termini finnici, soprattutto per quanto riguarda ambiti tecnici, tipo religione, navigazione, zoologia, botanica e via dicendo. Non ce n’è nemmeno uno.
    Se ce ne fossero, risulterebbero all’istante, data l’estrema diversità delle lingue.

    Inoltre, viceversa, se gli Elleni fossero venuti dal Baltico, avrebbero lasciato una gran quantità di radici e termini nel lessico dei popoli finnici. Invece non ce n’è nemmeno uno.

    Al contrario, i Finni hanno assorbito un gran numero di termini germanici, perché hanno subito l’espansione di questi ultimi attraverso la Scandinavia, prima e dopo l’epoca vichinga. E un gran numero di termini slavi sono ugualmente passati in finlandese e in estone in epoca più tarda, per la stessa ragione.
    Inoltre, la mitologia finnica presenta enormi punti di contatto sia con quella vichinga che con quella slava. Molti nomi di divinità e personaggi mitologici germanici e slavi li ritroviamo tra i Lapponi. Attinenze con la Grecia, nessuna.

    Per concludere, l’archeologia linguistica ci mostra che gli Elleni non sono mai stati in contatto con Germani e Finni, per quanto la loro origine è comune a quella di tutti gli altri popoli indoeuropei (e i Finni non lo sono).
    Per conto mio, è un problemone da risolvere.
    A te la palla, Alberto!

  • Guarda che io non ho mai parlato né di Indoeuropei, né tantomeno di Finnici! Gli Ugrofinnici sono arrivati in Finlandia in un secondo tempo, quindi non c’entrano niente. Nel Baltico e nel Mare del nord ci sono e c’erano un bel po’ di popolazioni, mica solo i Finnici. Cito dal mio libro “Anche le mappe genetiche dell’umanità, recentemente pubblicate da Luca Cavalli Sforza e dal suo gruppo delle università di Stanford e Pavia, mostrano che nella storia dell’Europa c’è stato un continuo andirivieni di migrazioni da sud a nord e viceversa.
    Del resto è logico: con la fine dell’ultima grande glaciazione, circa 10000 anni fa, le popolazioni cominciarono a spostarsi dal sud (il Medio Oriente) verso nord, man mano che i ghiacciai ritirandosi aprivano spazi a nuovi pascoli e terre coltivabili. Poi, con la fine dell’optimum climatico, si assistette al movimento inverso, e così via per le altre oscillazioni climatiche calde e fredde. Da notare che, mentre il movimento da sud a nord era generalmente abbastanza pacifico, il movimento inverso poteva essere particolarmente bellicoso, perché il freddo portava ad una diminuzione dello spazio vitale.
    Ovviamente lo spostamento nord-sud non era perfettamente lineare, ma subiva delle deviazioni a causa della presenza di ostacoli naturali, come catene montuose e grandi fiumi. ” La lingua greca è imparentata con le lingue germaniche e scandinave (Finlandia esclusa), basta pensare alle declinazioni, le mitologie pure, anche se con nomi diversi, in Grecia c’è un sacco di ambra baltica, un sacco di eroi e dèi biondi, tutte le fonti storiche parlano di invasioni da Nord ecc ecc ecc

  • Grazie per la dettagliata risposta, Alberto. Tuttavia, riprendo quanto dici…
    1)
    Dici: “Gli Ugrofinnici sono arrivati in Finlandia in un secondo tempo, quindi non c’entrano niente. Nel Baltico e nel Mare del nord ci sono e c’erano un bel po’ di popolazioni, mica solo i Finnici.”
    Dunque. Qui ti sbagli. Gli Ugrofinni sono arrivati in Finlandia per PRIMI. O più precisamente, si ritiene che popoli di lingua ugrofinnica e/o uraloaltaica abitassero il nord della Russia e della Scandinavia fin dal 4000 a.C. (è la famosa cultura delle ceramiche a pettine). Ovviamente non ci sono prove diretti di quale lingua parlassero popoli così antichi, ma i toponimi più remoti portano tutti radici finniche. La loro lingua è facilmente individuabile: è di tipo agglutinante, priva dell’opposizione sorda/sonora, con fenomeni di armonia vocalica
    Ancora in epoca vichinga (1000 d.C.) i Germani erano diffusi soltanto nel sud della Scandinavia e sulla costa norvegese: l’interno era tutta zona finnica, così come ovviamente la Finlandia. Gli Slavi sono arrivati nel nord della Russia e sulla costa meridionale del Baltico soltanto dopo il 500 d.C., occupando la zona precedentemente abitata dai Finni. Ancora oggi, molti piccoli gruppi di lingua Ugrofinnica sono sparsi a macchie di leopardo in tutto il territorio della Russia, a ovest degli Urali.
    (2)
    “La lingua greca è imparentata con le lingue germaniche e scandinave”.
    È verissimo. I ceppi linguistici ellenico, italico, germanico, celtico, slavo, armeno, indoiranico, anatolico sono tutti imparentati tra di loro. Si tratta di lingue flessive, dotate di declinazioni molto simili, con un lessico corradicale e fonologia legata da precise regole di riferimento. La ragione è che tali lingue, definite convenzionalmente “indoeuropee”, hanno un’origine comune. I popoli che le parlano hanno anche mitologie comparabili. Ma ciò non vuol dire che, ad esempio, Germani e Greci siano mai venuti in contatto tra di loro. Semplicemente, discendono da uno stesso ceppo, così come due cugini si rassomigliano perché hanno uno stesso nonno. Non vi è alcun bisogno di postulare un contatto diretto tra loro per spiegare affinità linguistiche e mitologiche.
    (3)
    “Le mappe genetiche dell’umanità, recentemente pubblicate da Luca Cavalli Sforza”…
    Ecco, quelle mappe segnalano due migrazioni principali in Europa, avvenute in due tempi diversi. Una dall’Anatolia, che Cavalli-Sforza identifica, sulla base delle ipotesi di Renfrew, come la migrazione che seguì la diffusione dell’agricoltura, avvenuta (mi sembra) 4000 anni fa. L’altra, dall’Ucraina verso ovest, che viene identificata con l’espansione dei Kurgan, tanta cara alla Gimbutas, e avvenuta (non vorrei sbagliare, ma trovi in qualsiasi libro) un migliaio di anni dopo.
    Certo, ci sono state un sacco migrazioni minori, e tutto lo scenario va sicuramente definito nei dettagli. Ma al momento è difficile pensare che gli antenati degli Achei, provenienti dall’Anatolia o dall’Ucraina, siano arrivati nel Baltico, incontrandovi i Germani con un anticipo di almeno mille anni, per poi scendere di nuovo in Grecia.
    (4)
    “Un sacco di eroi e dèi biondi”
    In quanto all’essere alti e biondi, che cosa significa? Quale legge impone al nord di produrre gente alta e bionda? Anche gli invasori indoeuropei dell’India, i famosi Arya, sono descritti alti e biondi. Ovviamente costoro arrivarono in India da nord, come anche gli Achei arrivarono in Grecia da nord (per via terra è impossibile il contrario), ma i Germani arrivarono in Scandinavia da sud (e sono le loro stesse fonti a dirlo).
    Hai ragione nel dire che la pelle bianca va bene in una latitudine dove il sole è basso e poco forte, cosa che potrebbe valere anche in Ucraina. Ma l’altezza? I climi freddi selezionano corpi grassocci, tarchiati e con gli arti corti, ché disperdono meno facilmente il calore. Guarda come sono fatti i popoli del nord: Siberiani, Lapponi, Eschimesi, Algonchini. Tutti alti e biondi, vero?
    (5)
    Qui ti cito integralmente perché è un punto interessante:
    “Del resto è logico: con la fine dell’ultima grande glaciazione, circa 10000 anni fa, le popolazioni cominciarono a spostarsi dal sud (il Medio Oriente) verso nord, man mano che i ghiacciai ritirandosi aprivano spazi a nuovi pascoli e terre coltivabili. Poi, con la fine dell’optimum climatico, si assistette al movimento inverso, e così via per le altre oscillazioni climatiche calde e fredde. Da notare che, mentre il movimento da sud a nord era generalmente abbastanza pacifico, il movimento inverso poteva essere particolarmente bellicoso, perché il freddo portava ad una diminuzione dello spazio vitale.”
    La storia delle migrazioni preistoriche, in un’epoca tanto antica, è effettivamente ancora in buona parte da scrivere. Gli studi genetici di Cavalli-Sforza, comparati con quelli sulle superfamiglie linguistiche (Starotsyn, i Nostraticisti, Greenberg e Ruhlen) stanno portando un po’ di luce – e anche parecchie diatribe – in questo campo davvero affascinante!
    Sicuramente c’è molto del vero in quanto affermi! L’arrivo dei primi uomini in America, attraverso lo stretto di Bering, risale come giustamente hai detto all’epoca post-glaciale (e vi sono state almeno tre migrazioni distinte, ma ok, sto divagando…). L’espansione degli antenati di Altaici ed Ugrofinni nel nord dell’Eurasia avrà avuto cause analoghe, anche se non so dirti il periodo preciso in cui può essere avvenuta (comunque pare che nel 4000 a.C. fossero già in loco).
    Tuttavia, se parliamo di Elleni e Germani, non possiamo andare così indietro nel tempo. Questi popoli hanno assunto la loro fisionomia in tempi assai più recenti: non prima del 1200 a.C. per gli Elleni, non prima del 500 a.C. i Germani. Le loro origine va sicuramente ricercata nelle espansioni indoeuropee parlavamo prima. Questi popoli si sono irraggiati in tutte le direzioni, proveniendo dall’Anatolia e/o dall’Ucraina. Verso ovest e sud (Elleni, Italici), verso ovest (Celti), verso nord (Germani e poi Slavi), verso sud-est (Indoiranici).
    ***
    Negli ultimi anni, con gli sviluppi della genetica e della paleolinguistica, il mondo delle migrazioni preistoriche ha cominciato lentamente a venire alla luce. È tutto davvero così affascinante! C’è ancora tanto da conoscere e probabilmente scopriremo anche che un sacco di teorie, oggi date per scontate, dovranno cambiare radicalmente.
    Forza e coraggio, Alberto! ^_^

  • Ovviamente non posso trascrivere qui tutto il mio libro, comunque vedo che cominci a venire dalla mia parte. Rispondo brevemente ad alcuni punti
    1 “si ritiene che”… appunto, non c’è niente di sicuro
    2 e 3 Guarda bene le mappe genetiche PRINCIPALI dell’Europa: la prima, la terza, la quinta vanno in direzione sud-nord; la seconda, la quarta, la sesta in direzione nord- sud. E così via
    4 lapponi, eschimesi ecc vivono in un clima estremo. Ma tedeschi, svedesi, danesi, inglesi sono spesso alti e biondi. Stiamo parlando dell’età del bronzo.Il bronzo è una lega di rame e stagno, molto più dura e resistente dei due metalli da cui prende origine; il principale minerale di stagno, la cassiterite, si trova in abbondanza solo in pochi luoghi al mondo, come le antiche miniere della Cornovaglia inglese. Quindi i popoli nordici avevano un accesso molto più agevole al prezioso metallo, ed erano pertanto in grado di costruire armi molto più efficienti di quelle in uso presso altri popoli, riuscendo così a batterli e a sottometterli. Le guerre si combattevano corpo a corpo, e i nordici erano fisicamente molto più forti dei mediterranei, ed anche più avanzati tecnologicamente
    5 La storia delle migrazioni preistoriche, in un’epoca tanto antica, è effettivamente ancora in buona parte da scrivere. E comunque esisteva nella preistoria una “via dell’ambra” che portava la preziosa resina fossile dalle spiagge del nord Europa fino all’Italia, alla Grecia e all’India. E dove c’era una via, c’era evidentemente gente che la percorreva: non solo mercanti, ma anche popoli che migravano, guerrieri invasori, e naturalmente… cantastorie, che potevano viaggiare da soli oppure aggregarsi alle tre categorie anzidette. Alla fine tutto quadra.

  • Scusa, Alberto, non sono mai stato contrario per principio alle ipotesi di Vinci e tue, ma sempre disposto a discuterne. Il guaio è che il metodo non mi ha mai convinto, e forse il problema è proprio nel “si ritiene che”.
    Se premetto “si ritiene che” è perché, per correttezza, non affermo nulla come atto di fede. Nei miei articoli abbondano i “probabilmente”, “forse”, “con buona probabilità”, “si ritiene che”, etc. Ogni affermazione, in campi come questi, richiede una certa dose di cautela e prudenza. Se riporto un’ipotesi, affermo chi ne sia l’autore ed esprimo un giudizio sulla sua validità.
    Sei laureato in discipline scientifiche, se non sbaglio. Io tra l’altro sono antropologo. Sai bene che in scienza, una “teoria” non è un’ipotesi campata in aria, ma un impianto molto solido che conferma con sufficiente precisione i dati a nostra disposizione.
    Nonostante il mio “si ritiene che” stiamo parlando di un modello costruito mettendo insieme centinaia di dati tratti dall’archeologia, dalla genetica e dalla linguistica. Certo, ci sono dettagli da definire e rimane sempre la possibilità che nuove scoperte riportino a riguardare l’insieme. Ma per quanto, come tu dici, non c’è niente di sicuro, si tratta comunque di una teoria molto solida, risultato di un secolo di ricerche multidisciplinari, che non può essere scalzata o superata con un vago “non c’è niente di sicuro”.
    (2-3) Mi dici “Guarda bene le mappe genetiche PRINCIPALI dell’Europa: la prima, la terza, la quinta vanno in direzione sud-nord; la seconda, la quarta, la sesta in direzione nord- sud. E così via”.
    Scusami, non ho ben capito a quale libro ti stai riferendo. Non ho trovato nulla del genere nelle pubblicazioni di Cavalli-Sforza. In ogni caso, per risponderti, dovresti dirmi a quali migrazioni si riferiscono le cartine, quanto siano antiche e quali popoli coinvolgano.
    In ogni caso, ti invito a controllare le cartine paleolinguistiche di “Geni, popoli e lingue”. Cavalli-Sforza individua i popoli Uralici in Russia, Finlandia e Scandinavia già nel 5000 a.C. (chi vi sia stato prima di loro è piuttosto dubbio: Greenberg parla di un substrato euroasiatico, intendendo con questo un gruppo linguistico mesolitico le cui tracce superstiti sarebbero il basco e le lingue caucasiche, da cui dipende anche l’etrusco, ma su questo punto davvero ci sono più discussioni che certezze). Per vedere arrivare gli Indoeuropei (Germani e Slavi) bisogna aspettare almeno il 500 d.C.
    (4) A dire il vero non mi risulta che i nordici fossero più avanzati tecnologicamente dei mediterranei, almeno se parliamo di epoche antiche. Mi risulta piuttosto che il bronzo venisse usato in Medio Oriente, in Cina e nell’Egeo, assai prima che nel nord Europa. In quanto ai nordici alti e biondi, ti ricordo che così erano anche i Tocari, popolo indoeuropeo vissuto nel Turkestan a partire da due millenni prima di Cristo (i loro corpi, a causa del clima della regione, si erano perfettamente conservati). I loro antenati erano migrati ai confini della Cina proprio partendo dal centro d’irradiazione dei popoli indoeuropei (Ucraina o Anatolia).
    Ok, mi fa davvero piacere discutere con te, Alberto! Trovo le tue obiezioni piuttosto stimolanti, anche se ti sto punzecchiando un po’.
    PS. Ho ordinato il tuo libro.
    A presto!

  • Intanto complimenti per aver ordinato il più bel libro mai scritto negli ultimi 3000 anni! Speriamo che tu non sia l’unico!
    Riguardo alle tue osservazioni, le mappe di Cavalli Sforza si trovano , non in fondo, ma in diverse pagine all’interno dei suoi libri, subito dopo la mappa della distribuzione dei megaliti (potete vederle anche sulla pagina di facebook dedicata a Ulisse Nessuno Filottete).
    Quanto all’indoeuropeistica, avrà fatto passi da gigante, ma continuerà a “zoppicare” (già che siamo in tema di Filottete) se si ostinerà ad ignorare la presenza e le vicende dei popoli nordici, magari proprio a causa di un “razzismo antirazzistico”, che è ancora pesantemente condizionante. Leggiti un paio di siti cercando le parole chiave “pelle bianca origine” e te ne potrai rendere conto.
    Quanto al bronzo, non è tanto importante sapere chi l’ha usato prima, ma chi l’ha saputo usare meglio! E soprattutto chi ne poteva usare in gran quantità

  • A definire i popoli “indoeuropei” come tali è innanzitutto un criterio linguistico. Sono “indoeuropei” tanto i biondi svedesi quanto gli scuri singalesi, anche se l’ovvia ragione è che, nel corso dei secoli, le lingue portate dagli invasori sono state adottate anche dai popoli autoctoni. Stabilire un’affinità etnica su concetti come il colore di pelle e dei capelli non è un metodo molto rigoroso (Omero parla degli “Achei dai biondi capelli”, ma nella Völsunga saga, a dispetto dell’iconografia moderna, si dice che Sigurðr/Sigfrido avesse i capelli neri).
    Ho trovato le mappe che dicevi, mappe che indicano la densità nella frequenza di alcuni geni nelle popolazioni europee. Indicano probabilmente delle antiche migrazioni, ma non necessariamente. L’interpretazione di queste mappe – che comunque sono costruite a partire da rilevamenti genetici effettuati sulle popolazioni odierne – è piuttosto delicato e viene compiuto in tandem con apporti dalla linguistica e dalla archeologia.
    (1) La prima indica un gradiente che ha il suo picco nel Medio Oriente, raggiunge l’Anatolia e quindi degrada lentamente verso il nord, raggiungendo il minimo nel sud della Scandinavia e nelle isole britanniche. Secondo Cavalli-Sforza – e mi sembra un’ipotesi probabile – rappresenta la migrazione dovuta all’espansione agricola. Siamo quindi alla fine del neolitico.
    (2-5-6) La seconda, che è anche quella che hai riportata su Facebook, dove vi è uno spiccato gradiente da nord a sud, indicherebbe, secondo Cavalli-Sforza, la frequenza del tipo uralico, che avrebbe il suo picco in Lapponia, Finlandia e nel nord della Russia. La quinta e la sesta sono legate rispettivamente al basco e alle lingue caucasiche, lingue non indoeuropee, e quindi relitti di popoli neolitici coperti dalle migrazioni più recenti.
    (3) La mappa che Cavalli-Sforza associa alle migrazioni indoeuropee (secondo Gimbutas) è la terza, in cui il picco si trova appunto in Ucraina e che mostra un gradiente da est verso ovest. Anch’esso presenta i suoi minimi in Lapponia, in Spagna, nel sud Italia e in Grecia (ma se pensi alla storia recente della Grecia è ovvio).
    (4) La più interessante, ai tuoi fini, immagino sia questa quarta cartina, che Cavalli Sforza non riesce bene a spiegare. Il gradiente è minimo in Grecia e diminuisce verso nord-ovest, raggiungendo il suo picco nelle isole britanniche e in Irlanda, ma poi diminuisce ancora tornando a nord-est e si abbassa sensibilmente in Lapponia. Torna quindi ad aumentare verso sud-est, e si alza nel Medio Oriente. Si tratta di un anello centrato in Grecia e, nel caso rappresentasse una migrazione, dovrebbe essere stata molto antica e comunque proveniente dai Balcani, anche se è possibile il contrario.
    Tutto questo è molto interessante e allo stesso tempo molto fragile. La linguistica offre dati più sicuri ma, ovviamente, le risposte migliori vengono da una sintesi di tutte le discipline.
    Intanto aspetto il tuo libro e poi ti saprò dire…

  • Non stiamo discutendo da dove arrivi l’ambra, ma su CHI la raccogliesse effettivamente. Gente di lingua finnica? Probabile. E sembra ragionevole presumere che il traffico dell’ambra coinvolgesse i molti popoli che abitavano lungo le rotte commerciali, nel tardo neolitico e nell’età del bronzo, senza che questo indicasse necessariamente delle imponenti migrazioni.

  • Sì, hai ragione sul fatto che, in questo contesto, certamente non si può parlare di imponenti migrazioni!

    Tuttavia, attenzione. I Germani sono arrivati sulla costa sud del Baltico (intendo qui tutto ciò che si trova tra la Polonia e San Pietroburgo) soltanto con le invasioni dei cavalieri Portaspada, all’inizio del XIII secolo. A quell’epoca, questa regione era occupata da popoli di lingua baltica (Prussiani, Lituani, etc.), arrivati al seguito delle migrazioni balto-slave, intorno alla metà del millennio precedente, e poi di lingua finnica (Livoni, Estoni e affini), residenti in loco da tempo immemorabile.

    All’epoca di Tacito, quindi più o meno a cavallo tra il I e il II sec., la zona di cui parliamo era contesa tra Germani e Finni. Non sappiamo dove si trovasse il confine tra le due etnie, ma è probabile che fosse intorno alla foce della Vistola, ma poteva anche essere più ad est, a quel che sappiamo. Gli Aestii citati da Tacito, a dispetto del nome, erano forse Germani stanziati sulla via dell’ambra, per quanto non se ne possa essere sicuri.

    Ma se torniamo indietro di un 1500 anni, all’età del bronzo nordica, le cose si fanno un poco più aleatorie. I Proto-Germani erano sicuramente già sul posto, formatisi dalla fusione di elementi indoeuropei con popoli autoctoni (Finni? probabile di sì). E per “sul posto” non intendo qui tutto il lato sud del Baltico, ma soltanto la sua propaggine occidentale: quindi la Danimarca e la costa meridionale della Scandinavia. Il resto doveva essere tutta zona finnica. L’espansione dei Germani sul continente sarebbe iniziata soltanto a partire dal 500 a.C.

    In un’epoca tanto antica, l’ambra doveva venir raccolta sulle coste del Baltico da gente di lingua finnica (ma anche, credo, dai Proto-Germani stanziati sulla costa orientale della Scania) e da lì, scambiata lungo le coste e poi lungo il continente, arrivava dappertutto…

  • I poemi omerici siano i saghe antiche albanese che si chiamavano ” eposi i kreshnikeve” nella lingua italiana epos di eroi. Queste storie sono state venute fino a nostri giorni bocca a bocca, generazione dopo generazione. Il nome Omer nella lingua albanese e – o mjer – nella lingua italiana- poveraccio Ricordiamo che Homero era cieco.
    Anche molte e molte nomi di eroi nel Iliada poema si spiegano tra la lingua albanese.

    Homero albanese italiano
    Prijam- prijam capo
    achilehti akilehti facile ( facile come vento)
    Kasandra ka andra ha sogno ( lei previsto la caduta di troja)
    Ulisse udhesi viaggiatore
    medonte medonte caro, amore
    Paris pari primo ecc
    Questo documento_ Iliada appartiene sec. 9 dopo Cristo, mentre Homero ha vissuto nel sec. 2 avanti Cristo. La lingua che Homero ha cantato e la lingua pelasgica , no la lingua greca. In questo tempo questa lingua non esiste.
    Scusatemi per gli errori gramaticali.

  • Flora, è interessante quello che dici, ma anche gli albanesi possono avere fatto parte di quello stesso movimento di popoli che ha coinvolto la Grecia. Omero è sicuramente anteriore al VI secolo avanti Cristo. Episodi dell’Iliade e dell’Odissea (vasi con scritte e immagini) risalgono al VII – VIII secolo, quindi è probabile che anche i poemi fossero ben noti già a quell’epoca

  • La lingua albanese è la lingua di Omero
    Nel tempo preistorico, molto tempo fà, prima di Omero c’erano alti poeti greci che credevano nei loro dei e molto prima che si scrivesse la lingua greca c’era un popolo che si chiamava Pelasgi dove la storia li cita molto tempo prima della civiltà greca. Il loro impero si estendeva dall’Asia minore fino al mar Adriatico e al nord fino al fiume Danubio.In questa etnia forte preistorica rimane solo il popolo albanese. E inutile cercare gli Dei greci nel etimologia della sua lingua. Nella lingua albanese questi nomi ed il loro significato sono molto chiari ed il loro significato molto importante.

    Ecco l’Elenco.

    E vranos, zana e reve = E vranet
    Zeus= Zees,Za,Zot (Dio)
    Athena= E thena , Premtimi (Giuramento)
    Moisi oppure Moisos = Mesues (Professore)
    Aphrodite,Aferdite = Afer Dite , Agim (alba)
    Agamemnon= Aigemndon,ai qe mendon (il pensatore)
    Ajax(Ajaxs)= gjaks
    Priam(re di Troja)= Pri am, Pri jam, jam prijes
    Akilli- Achilles -I qielles, oppure in Ghego “i kjelles”
    Odisea oppure Odhisea = Udhesi,Udhetari (il Viaggiatore)
    Tallia(museo della commedia)= Tallja (Humor)

    Molte altre si possono aggiungere a questa lista nei commenti.
    Non è un mistero per loro che studiano la lingua albanese e molti studiosi dicono che l’albanese èl a lingua dell’Omero.
    Lo stesso il nome Omero si puo paragonare con la lingua albanese
    Homer= O mire oppure nel dialetto Gego “O majr” poezia e Mire (la poesia buona )
    I greci hanno preso dai Pellagi tutte le canzoni eroiche.
    L’albanese era la lingua ufficiale di Alessandro il Grande che conquistò il mondo
    Pirro del Epiro.Uno dei generali piu grandi che la storia ricorda come l’ultimo eroe che affrontò l’Impero Romano.
    Queste fonti e molte altre stanno deffinendo che gli albanesi oggi vivono sulla terra dei loro predecessori(i nonni dei nonni dei bisnonni )
    Quata non è una grande novità infatti fino a pochi anni fà i turchi e i greci non hanno avuto tanto piacere di notare tutte queste scoperte.
    Le scoperte si stanno portando avanti con tante università europee e statuntense

    Guardate anche queste descrizioni su Wikipedia

    Zacharia Mayani
    L’autore francese Zacharia Mayani ha proposto la tesi che la lingua etrusca e quella pelasgica abbia dei collegamenti con la lingua albanese. Anche se questa teoria è stata già avanzata da altri autori (Falaschi, Catapano, Marchiano, D’Angely, Kolias, Pilika), la maggior parte degli studiosi ha ritenuto gli argomenti di Mayani estremamente fragili.

    Nermin Vlora Falaski, nel suo libro “Patrimonio linguistico e genetico” (scritto anche in lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche (come la Stele di Lemno) con la lingua odierna Albanese, la sola lingua con la quale, tuttora, si possono tradurre quelle iscrizioni. Tutto questo proverebbe che gli Albanesi siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, uno dei popoli più antichi.

    http://youtu.be/5LybloI4Yu8

    Albanese del dialeto Tosc Omerio bizantino Greco di oggi perche il greco antico odierno era uguale alla lingua albanese Pellasga.

  • Fin dalla più remota antichità gli Albanesi sono sempre stati denigrati e poco considerati in maniera sistematica dagli Elleni, i quali, dopo avere innalzato il proprio idioma a lingua ufficiale nell’insegnamento e nell’arte, ed averlo assunto come lingua liturgica in tutte le funzioni religiose, fecero si che la lingua albanese, che è stata a sua volta lingua liturgica addirittura prima del greco, passasse in secondo piano, invece di essere considerata quella principale come meritava, visto che la lingua albanese ha dato origine alla lingua greca, che senza di essa non sarebbe nata.

    Uno studio più approfondito sulla lingua albanese, greca e latina ci darebbe la possibilità di vedere chiaro che il legame che collega queste tre lingue è quello della madre per l’albanese e delle figlie per il greco e latino. Noi non abbiamo paura di esporre delle considerazioni così categoriche per definire l’affinità che lega nella realtà dei fatti queste tre lingue (e anche altre), perché, in effetti, abbiamo a che fare con una relazione di questo tipo. In verità diversi filologi e linguisti pretendono che per quanto riguarda le relazioni fra le lingue, quella fra madre e figlia non si può applicare, perché, sempre secondo questi studiosi, le lingue si evolvono.

    Secondo il nostro punto di vista, se dovessimo accettare un’affermazione simile, dovremmo dire che il greco antico e il latino sono un’evoluzione della lingua albanese. In realtà, abbiamo a che fare con l’evoluzione o il cambiamento di una lingua in un’altra; però, secondo le nostre considerazioni, questo vuol dire dare un nome al risultato di questa evoluzione; evoluzione che, nonostante pareri contrari, ha, di fatto, instaurato una relazione di parentela che unisce queste tre lingue, che è intervenuta ed esiste: per cui definiremo la lingua greca e quella latina evolute dall’albanese. E anche se la lingua albanese ha subito qualche cambiamento, non avremmo ragione di chiamarla la madre di questa evoluzione, visto che essa è stata, se non in toto, almeno in parte, la base di partenza di questa evoluzione?

    Così, noi crediamo di avere ragione quando pensiamo che i termini madre per la lingua albanese e figlia per ciascuna delle altre due lingue (il greco e il latino), siano le definizioni che meglio si adattano alla realtà della questione.

    D’altro canto, c’è da fare un’importante considerazione riguardo alla differenza fra gli Elleni e i Pelasgi, e tra i Greci e gli Albanesi. Dalla guerra contro gli Atlantidi all’epoca di Platone intercorsero circa novemila anni. I Pelasgi, abitanti dell’Attica, regione della Grecia con Atene città principale, per via della fama derivante dalla vittoria che ottennero comandando tutti i Pelasgi d’Europa contro gli Atlantidi, anche in tempi più recenti continuarono ad avere un ruolo di primo piano in ogni occasione. Dopo l’arrivo degli Egizi di Danao e dei Fenici di Cadmo, una parte di essi accettò di mescolarsi con gli invasori per creare la classe dominate del momento, e successivamente presero il nome di Elleni. Proprio questi Elleni si attribuirono tutto il merito di aver fondato la civiltà pelasgica, che più tardi si chiamerà civiltà ellenica, e fecero si che si eclissasse ogni memoria della loro appartenenza anche parziale al grande popolo pelasgico.

  • ciao Albana ,non e colpa loro perche non sano che la lingua di omero era la lingua pellazgica o meglio dire Albanese ,perche vedo tanto comenti che quanto hano sentito che la lingua etrusca e l albanese sono sorelle non cicredevano perhe e stato un lungo periodo comunista che eravamo chiusi e non ha parlato nesuno per questo ,in fati cisono stati autori come Johan Thunman (tedesco) 1774 e fine dell revoluzione di Mathieu Aref, franco-Albanese che hano scrito per la storia antica dei popoli e la civilizazione della Europa,per non dimenticare in Italia nermin vlora falaschi che ha traduto la scritura di piacenza e la stella di lemnos nella lingua Albanese, Giusepe Catapano ,”Tat parlava Albanese” 1989 Giusepe Crispi 1831 ect…

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