Intervista ad Aldo Ceci

di Simona Leo

L’ospite di oggi è Aldo Ceci, appassionato di teatro e autore di Un passo dall’inizio, il romanzo che ha rappresentato il suo esordio letterario e che abbiamo recensito qui.

La tua penna ha una capacità descrittiva a mio parere unica. Le tue parole sono state dei dipinti. Leggevo e avevo chiara l’immagine davanti ai miei occhi o provavo le emozioni, i sentimenti, i legami presenti in questo romanzo. Per poter descrivere al meglio dei luoghi, delle emozioni in determinate circostanze, a volte è necessario averle provate sulla propria pelle. Quanto della tua vita c’è in queste pagine?

Da che mondo è mondo l’uomo ama raccontare storie, come se si trattasse di una sua esigenza primaria. Difficile dire quanto, di quelle storie, appartenga alla sfera del vissuto personale e quanto sia solo frutto dell’immaginazione. Io credo che tanto più un narratore privilegi questa seconda opzione, quanto più sarà riconoscibile – e riconosciuto – il suo talento.  Immaginare è perdersi in percezioni “fuori dell’ordinario”, che sono spesso in conflitto con gli eventi del mondo reale. Questo pur avendo l’obiettivo di descrivere proprio quel mondo e di ambientarvi situazioni. I fatti della vita sono innumerevoli e vanno descritti dopo averli debitamente osservati. E quando dico “osservare” non intendo esclusivamente adoperare gli organi della vista: si può osservare il mondo  con l’udito, con l’olfatto, col gusto, col tatto. Tale operazione non è affatto semplice, né tanto meno può essere attuata in modalità random.  Per scrivere una storia credibile e appassionante bisogna estrapolare da quell’informe polpettone che si presenta quotidianamente ai nostri occhi i pochi eventi meritevoli di essere raccontati. In altre parole “…la vita è caos, la scrittura è ordine” e lo scrittore deve saper scegliere cosa raccontare. E’ ciò che, in genere, io cerco di fare. E, una volta individuato l’argomento, provo ad entrarci dentro , a viverlo appieno, a immedesimarmici.  Con partecipazione.  Con sincerità. Solo così – ritengo – si può forgiare la chiave capace di aprire lo scrigno che custodisce l’attenzione del lettore. E se costui riesce, a sua volta, a immedesimarsi nella vicenda (o anche solo in parte di essa), significa che sono empaticamente riuscito a “stabilire il contatto”. Che scrittore e lettore sono diventati complici. Perciò, e qui rispondo in maniera diretta alla tua domanda, non penso tanto che sia necessario aver provato sulla propria pelle certe emozioni, quanto comprendere il meccanismo che rende possibile provarle.

In molti potrebbero accostare la figura di Ludovico all’autore, nonché a te. Entrambi originari di Ancona, entrambi amanti della scrittura, della poesia, della musica, dell’arte in generale. Quando si scrive un libro è inevitabile inserire esperienze personali. Credo, però, sia opportuno chiarire. Chi è realmente Ludovico?

Ludovico, come afferma lui stesso verso la fine del libro in una sorta di testamento spirituale, è un uomo normale, come tanti altri, con le sue fobie, le sue incertezze, il suo desiderio “incancrenito” di capire. E’ un personaggio figlio dei tempi moderni, certe volte scettico e razionale, certe altre romanticamente istintivo e anacronistico: un personaggio nel quale è indubbiamente facile rispecchiarsi. Insoddisfatto della propria vita, spinto anche da un evento ai limiti del razionale, con un atto coraggioso e al tempo stesso vile, Ludovico decide di mollare tutto – lavoro, amicizie, interessi personali, fidanzata – e partire per un viaggio che sarà al contempo interiore ed esteriore. Un viaggio che rappresenta la metafora della vita stessa. Un’esperienza “on the road” che lo porterà a vivere momenti  coinvolgenti ed emozionanti. Ludovico è un uomo tutto sommato semplice, anche se molto curioso, che scoprirà lungo il cammino una complessità inaspettata. Una sensibilità psicologica, una capacità d’introspezione, una profondità d’animo che lo porteranno a vivere un’esperienza catartica e ai limiti dell’assurdo. Che lo condurranno a comprendere dolorosamente il rapporto dell’uomo col senso della vita.

A un passo dall’inizio è un romanzo intriso di poesia, sia che questa esca  apertamente alla luce del sole, sia che lavori sottotraccia. Più proseguivo con la lettura e più mi rendevo conto di leggere una poesia in prosa. Quale è il tuo rapporto con questa branca del sapere?

Se andiamo ad analizzare l’etimologia dei termini “poesis” (latino ) o “poiesis” (greco), possiamo notare che il loro significato è “fare”, “creare”. Tuttavia, per me, la poesia non è soltanto questo. E’ qualcosa di più e qualcosa di meno. E’ guardare, osservare, cogliere gli aspetti inusuali della quotidianità. E’ farsi travolgere, superare un livello percettivo di base e andare oltre, scollinando al di là delle vette della superficialità. Molti letterati si sono sbizzarriti nel tentativo di classificare la poesia. Benedetto Croce l’ha definita “un’intuizione cosmica“. Per Frank Kafka la poesia “…è malattia“.  Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, la paragona a una bestia, perché proprio come una bestia è irragionevole. Per ciò che mi riguarda, la poesia non è soltanto una composizione in versi o in rima, ma è tutto ciò che ci fa sorridere, piangere, sbattere i pugni sul tavolo. Potrebbe essere uno sguardo, un avvenimento, una frase pensata e non detta. Oppure incontrare un amico che non vedi da venti anni e riconoscere te stesso, negli occhi dell’altro, venti anni prima. Il poeta Valerio Magrelli ha detto: “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, piuttosto che quello di non scriverne“. Di contro, un famoso aforisma crociano recita così: “Fino a 18 anni tutti scrivono poesie, dopo… solo i poeti e gli imbecilli“. Ecco, visto allora che nel mio romanzo ci sono pagine in cui si parla dell’argomento (Ludovico che, di tanto in tanto, si cimentava a buttare giù qualche strofa, Eleonora che era una poetessa, i due protagonisti stessi che si sono innamorati cominciando a parlare di poesia…), spero di non risultare troppo imbecille agli occhi dei lettori.

Da quel che ho letto direi proprio di no… tutt’altro. Anzi, ho trovato le sezioni poetiche molto toccanti e affatto banali. A tale proposito, potresti approfondire i concetti che hai appena espresso dicendoci, magari attraverso un breve aneddoto, cosa è veramente per te la poesia?

La domanda capita a proposito in quanto, non più di una settimana fa, navigando su internet, mi è capitato di imbattermi su un sito della beat generation che parlava proprio di poesia e che mi ha aperto gli occhi. E’ successo leggendo un brevissimo racconto, che cerco di riassumere ancor più brevemente. Il racconto faceva così: c’è un poeta seduto alla sua scrivania con davanti a sé un foglio bianco. Vorrebbe scrivere qualcosa, ma è alle prese col classico “blocco creativo”. Annoiato, guarda fuori della finestra. Dall’altra parte della strada, sul marciapiede, vede arrivare un tipo stra-no, un fricchettone, che si ferma davanti alla vetrina di un negozio. Il tipo guarda la merce esposta. Guarda gli addobbi. Guarda la gente che passa. Poi, di colpo, scoppia  a ridere. Si guarda intorno e ride. Riguarda la vetrina e ride. Infine tira fuori un gessetto dalla tasca, scrive qualcosa sul muro e se ne va, sempre ridendo. Incuriosito, il poeta prova a leggere, ma data la distanza non ci riesce. Allora scende di corsa le scale, attraversa la strada e va davanti a quel muro, dove legge questa frase: “CERCHIAMO CONTINUAMENTE MOTIVI CONCRETI PER CREDERE NELL’ASSURDO”.

Ecco, questo per me è la poesia: una scintilla che accende e illumina la vita. Una scintilla che ci fa uscire dallo squallore della normalità, o – perlomeno – della consuetudine.

La prima parte del viaggio è di tipo ascetico. Si configura proprio come un viaggio interiore e i personaggi che Ludovico incontra sul suo cammino (Vladimir, Ahmet, Petru Razvan) lo portano a riflettere. Possiamo parlare di una fase di purificazione? Un liberarsi dalla vita caotica e frenetica per cercare il silenzio, il dialogo con se stessi?

Possiamo e non possiamo. Nel senso che è vero che il viaggio di Ludovico, fin quasi da subito, si configura come un’esperienza prettamente introspettiva e gli incontri con certi personaggi “cari-smatici” non sono poi così casuali come potrebbero sembrare a una prima – poco attenta – osservazione. Ma è altrettanto vero che le parentesi ascetiche si aggrovigliano e si fondono con accadimenti ben più frivoli e comuni. Non solo. A cavallo dei vari capitoli un cataclisma di pensieri, ricordi, emozioni, sogni, apparizioni, paesaggi e quant’altro confonderanno e arricchiranno il protagonista, facendogli presagire una grande verità: l’impossibilità di portare a compimento un percorso totale quale è la ricerca esistenziale. Puntualizzato ciò, possiamo – sì – asserire che inizialmente Ludovico dialoga a più riprese con se stesso e il suo passato, e appena può non perde occasione di farsi risucchiare dal silenzio, un fantastico “piede di porco” che gli permetterà di scardinare la saracinesca che custodisce i suoi dubbi.

Inizialmente gli incontri sono tutti maschili (Vladimir, Ahmet, Petru Razvan ,Arturo, Vince), poi, invece, si incontreranno o emergerà il ricordo di sole figure femminili (Adriana, Jezebel, Ottla, Joshepa, Lena, Beatrice, Monica, Eleonora). Possiamo parlare di una seconda parte del viaggio? Quella contraddistinta dall’amore, dalla ricerca dell’anima gemella, dal rapporto con le donne?

Ci sono solo incontri al maschile all’inizio? Se così è, non è una cosa voluta. Pensandoci  bene, però, è vero soltanto in parte: nei primi capitoli c’è l’interazione tra Diana – la nonna – e Rachele – la nipote -. Poi Ludovico si scontrerà con Claudia – la fidanzata -, andrà a trovare, col ricordo, Monica – il suo primo amore – e a Lefkada vivrà una fugace avventura con Sophie, la turista francese. Tutto questo prima ancora di incrociare un essere di sesso maschile. Comunque sia, ideologicamente, confermo l’esistenza di una ipotetica “seconda parte del viaggio”: quella che si svilupperà da un certo punto in poi, dopo che Ludovico avrà subìto una profezia che si avvererà passo passo.  La sua nuova consapevolezza lo porterà così a tendere verso quel sentimento ideale che era già presente, a livello inconscio, nel profondo dell’anima, ma che non aveva mai avuto la forza di uscire allo scoperto.

C’è molta attualità nel tuo libro, che però leggiamo come passato (siamo nel 2035). Non ti limiti a mostrare terre meravigliose, ma anche a mostrare ciò che non si vede o che si fa finta di non vedere. I bambini delle fogne, il popolo Saharawi sono alcuni esempi. Qual è il tuo messaggio?

Quella di far raccontare l’attualità da una terza persona, dal futuro, non è altro che un artificio letterario utile a rendere la narrazione più coerente e credibile.  A questo modo, mantenendo un certo voluto distacco, l’io-narrante può fare commenti personali, ma può altresì, di tanto in tanto, entrare nella testa dei vari personaggi del romanzo e far loro esprimere pensieri, sensazioni, emo-zioni, ricordi, vuoi in forma diretta, vuoi attraverso l’uso dell’indiretto libero. Riguardo alla crudezza di certe scene, invece, al dolore e alla disperazione di alcune realtà sociali e personali incrociate da Ludovico lungo la strada, il messaggio è duplice: di consapevolezza e di speranza. Consapevolezza è informare in maniera adeguata il lettore, perseguendo fino in fondo la verità. E’ portare a conoscenza quante più persone possibili della tragicità di determinate situazioni. Quando poi “si sa” non ci sono più scuse e non si può più mettere la testa sotto la sabbia. O meglio, lo si può fare, ma per una propria precisa scelta. La speranza invece, seppur labile, deriva dal fatto che tra le tante persone “che prima non sapevano e ora sanno” forse qualcuna potrebbe muovere anche soltanto un dito per cercare, umanamente, di intervenire in qualche modo. Secondo coscienza. Cambiare si può perché, come dice Adina (operatrice Unicef di stanza a Bucarest) a pagina 302 del romanzo “…anche fare poco, in certe realtà, è già tanto“.

Quando hai iniziato a scrivere avevi già in mente la storia (il suo inizio, il suo sviluppo, la conclusione) o man mano che scrivevi nella tua mente si facevano strada i vari personaggi, i vari racconti, le varie emozioni?

Ho iniziato a scrivere avendo presente, fin da subito, la trama del romanzo. Soprattutto il finale. Questo, in un certo senso, mi ha – per così dire – facilitato il compito, in quanto scrivendo la storia a ritroso (come fanno i giallisti che conoscono a priori l’assassino e ripercorrono, a passo di gambero, tutte le vicende che hanno portato alla realizzazione di un determinato, tragico, evento) ho potuto manipolare i personaggi a mio piacimento e creare un intreccio “ad hoc”, senza correre il rischio di cadere in errore o addirittura in contraddizione. Esempio: se io so che, all’incirca verso il capitolo 65 capiterà una certa cosa, nel capitolo 30 ne farò succedere un’altra che costituirà l’antefatto. Così quando l’evento si concretizzerà, il lettore – memore di quanto era accaduto in precedenza, penserà : “Ecco perché Tizio si era comportato a quella maniera! Ed ecco perché Caio aveva pronunciato quella strana frase”. In altre parole, quando scrivevo, sapevo già in partenza dove sarei andato a parare, anche parecchie pagine più avanti. C’era solo una cosa che mi mancava per terminare l’opera: la lettera iniziale. Sapevo di doverla scrivere, ma non mi veniva niente. Mi sono scervellato per mesi, senza risultato, finché una notte mi sono svegliato di soprassalto, mi sono messo a sedere sul letto e ce l’avevo lì… davanti a me, nella sua interezza, così come ora appare nelle prime due pagine del libro. Evidentemente il cervello umano lavora anche mentre si dorme, in maniera autonoma, e ciò che vogliamo venga elaborato… lui lo elabora. Basta soltanto crederci.

Hai un nuovo progetto per il futuro? Un nuovo libro già in cantiere?

Sì, direi molto più che in cantiere. Nella testa ho già quasi per intero il nuovo romanzo, e sulla carta ho già buttato giù una quindicina di capitoli. Ora l’ho momentaneamente accantonato per promuovere A un passo dall’inizio, ma sono certo che ci rimetterò le mani a breve. Non posso dire molto di più, è risaputo che gli scrittori sono gelosi dei loro lavori ancora in embrione. Posso anticipare soltanto, ignorando la scritta “TOP SECRET” che campeggia sul frontespizio, che ho scelto  un titolo crudo, ma molto accattivante, e che la trama verte su quattro storie parallele, le quali, pur muovendosi in autonomia, di tanto in tanto si incrociano, per poi riallontanarsi di nuovo.

In attesa del suo nuovo elaborato, ringraziamo Aldo Ceci per la sua disponibilità e a lui rivolgiamo il nostro più sentito in bocca al lupo.

Potete trovare informazioni riguardo al libro e/o all’ autore nei seguenti link:

http://www.deastore.com/…aldo-ceci…/9788860680853.html
http://www.ibs.it/libri/ceci+aldo/libri+di+aldo+ceci.html
http://www.unilibro.it/find…/a_un_passo_dall_inizio_.htm
http://www.ibs.it/code/9788860680853/…passo-dall-inizio.html
http://www.ciao.it/A_un_passo_dall_inizio_.Aldo_Ceci_2832474
http://www.unilibro.it/find…/a_un_passo_dall_inizio_.htm
http://www.fogliomondo.it/?p=221
http://www.biblioteca.comune.pesaro.pu.it/

Commenta Intervista ad Aldo Ceci