Intervista a Viola Ardone

Una Rivoluzione Sentimentale è il secondo romanzo che scrivi. Da dove nasce questa storia, hai avuto esperienze come insegnante? O magari era un tuo vecchio desiderio?
Proprio come Zelda Desiderato, la protagonista del mio romanzo, sono arrivata all’insegnamento per caso (ma non troppo). Avevo tentato il concorso a cattedre nel 2000, subito dopo la laurea, ma all’insegnamento non pensavo per niente. Avevo tante idee, tanti progetti e non mi immaginavo proprio dietro una cattedra a tu per tu con degli adolescenti brufolosi! Poi è successo che quel concorso l’ho vinto, ma non ho avuto subito la cattedra. Ho inseguito i miei sogni, scrivere, lavorare nell’editoria… finché un bel giorno, otto anni dopo, ho ricevuto la fatidica chiamata dal Provveditorato agli studi di Napoli: ero stata assunta come insegnante di italiano e latino a tempo indeterminato!
Non ci ho pensato due volte: ho mollato tutto e ho incominciato una nuova vita. E non c’è giorno che non ringrazi la mia buona stella (qualunque essa sia!) per avermi portato al liceo scientifico De Carlo di Giugliano in Campania, dove insegno felicemente da tanti anni!

Zelda è molto legata ai grandi classici della letteratura italiana e antica e lo si nota sia nel rapporto che ha con gli alunni che nel suo costante colloquio con il suo diletto. Quest’attaccamento al passato vale anche per Viola Ardone?
Nel romanzo definisco Zelda come una affiliata alla setta dei “cartacei”. Lei è una di quelle che prendono la metro al mattino lamentandosi, tra sé e sé, con Leopardi per la puzza di sudore dei vagoni (“O natura, o natura”…) e con Montale perché il treno ha saltato una corsa (“Spesso il male di vivere ho incontrato”)…
Avevo una professoressa, al liceo, che era proprio così! Una donna coltissima e geniale, era capace di recitare le Bucoliche a memoria… però purtroppo, arrivati all’anno della maturità non ricordava ancora i nostri nomi. Per fortuna Zelda si salva dal suo “monoteismo culturale”. Anzi, sono proprio i suoi alunni a salvarla. Perché l’amore per i libri, per la cultura, per l’arte deve rompere i muri tra sé stessi e il mondo, non alzarli. E questo vale anche per me!

Molta bellissima narrativa prodotta al Sud Italia vede come protagonisti o come sfondo della storia la scuola, i bambini e gli adolescenti (da Ammaniti a De Silva a Starnone fino a D’Orta). Secondo te è un caso o è un segnale?
Al Sud la scuola è stato un fattore di crescita sociale incredibile. Per generazioni ci hanno insegnato che la scuola era il nostro “ascensore sociale”, la porta grande attraverso cui passare per aspirare a fare un mestiere migliore, più gratificante economicamente e più prestigioso di quello dei nostri genitori. Dovevamo solo studiare, andare bene a scuola, prendere un buon diploma, una laurea con la lode. E poi tutto sarebbe andato per il verso giusto.
E questa favola del miglioramento attraverso la formazione era vera, è stata vera fino a poco tempo fa. Ora le cose sono cambiate. Una mia collega è oggi alla quarta laurea e fino a un anno fa era ancora precaria. Qualcosa si è bloccato in questo “ascensore”.
E però, d’altra parte, la scuola rimane un punto di riflessione nevralgico, per il nostro Paese. Un banco di prova a cui nessuno dei governi degli ultimi quindici anni si è voluto sottrarre. Tutti hanno provato a realizzare una riforma della scuola che desse nuova dignità all’insegnamento e all’apprendimento. Ognuno con le sue buone intenzioni e le sue miopie. Come puoi immaginare, non ho soluzioni né proposte. Voglio solo testimoniare che quel miracolo che si ripete ogni giorno in ogni classe di ogni scuola del mondo è una cosa difficile da quantificare, valutare e monitorare. Appartiene al campo delle emozioni, dell’invenzione e degli affetti. Ed è per questo che è materia di scrittori!

Riguardo ai compiti: come mai li hai immaginati tutti (tranne l’eccezionale unico di Tammaro) scritti direttamente verso la professoressa, quasi fossero uno sfogo personale?
Il compito in classe di italiano oggi non si chiama più tema. Si chiama “analisi del testo”, “saggio breve”, “articolo di giornale”. Bisogna insegnare ai ragazzi ad argomentare in maniera neutra, asettica, oggettiva, senza esprimere direttamente le proprie idee, le proprie emozioni, i ricordi, le idiosincrasie, le predilezioni. Il linguaggio deve essere asciutto, tecnico, senza sbavature, senza “io”, senza “a me”, senza “credo che…”.
Tutto giusto. Però loro poi ci riescono sempre, a cambiare le regole! Perché hanno bisogno di comunicare, di lasciarsi un angolino per sé, per farci capire che cosa pensano davvero di un argomento. Ogni “tema” è una lettera alla professoressa (o al professore) in cui l’alunno cerca di infilare un pochino di sé, tra un concetto astratto e una definizione tecnica, tra una tesi e una argomentazione.
La penna che corre sulla carta, come nelle corrispondenze ottocentesche, e il pronome “io” che ogni tanto fa capolino per raccontarci qualcosa in più. Per raccontarci un angolo di vita, di stramacchio, pure dentro a un “saggio breve”.

Se dovessi consigliare dei titoli a degli adolescenti, cosa consiglieresti?
In ordine crescente di età: Calvino, tutto, ma la Trilogia degli antenati più di tutto. Stevenson, Jekyll e Hyde. Dickens, David Copperfield (poi se piace, via con gli altri!). Salinger, Il giovane Holden (nella nuova traduzione di Nadotti e Colombo). Nemirovskj, Il ballo. Kafka, La metamorfosi. Conrad, La linea d’ombra. Radiguet, Il diavolo in corpo. Orwell, La fattoria degli animali.
Non è un canone, intendiamoci. Ma credo che ciascuno di questi libri possa essere la porta per entrare in un mondo di altri libri ad essi collegati per tematica, o genere, o stile di scrittura. La lettura è un labirinto di strade possibili. Chi non ci è mai entrato se ne tiene alla larga per paura di perdersi. Chi ci ha messo piede non ne esce più. Questi libri aiutano a entrare nel labirinto e, con un po’ di fortuna, a perdersi!

Valeria Parrella ha scritto che questa è “una storia profondamente femmina: di false partenze, di conquistati traguardi”. Condividi questa definizione ‘di genere’?
Valeria Parrella ha scritto una cosa fantastica (come tutte le cose che scrive). “Femmina” non è donna, non è una questione di genere. È una categoria dello spirito. C’è una poesia bellissima di Eduardo Sanguineti, «La ballata delle donne», che dice “Femmina penso, se penso all’umano”. Non è una questione di genere, ma una questione di umanità. L’essere “femmina” è essere capace di creare, di spalancarsi nel parto, di nutrire del proprio copro, di rigenerare e rigenerarsi, di seguire i cicli della natura, di sanguinare e di rimarginarsi. Moltissimi uomini sono anche delle grandi “femmine”, nel senso di Sanguineti. E di Parrella.

La passione per la scrittura quando si è manifestata?
Quando ho imparato a scrivere. Mi piaceva il suono della penna che strusciava sulla carta, la pagina bianca che, rigo dopo rigo, non era più tanto bianca e non faceva più tanta paura, e la scrittura che si srotolava lenta come un lavoro a maglia che cresce di poco in poco. Sullo schermo del computer è quasi la stessa cosa. L’unica differenza è che sfilare il lavoro fatto è diventato molto più facile!

Hai mai seguito corsi di scrittura creativa o simili?
Sono stata pigra nello scrivere. O svogliata. O impaurita. Non lo so. So che a un certo punto mi sono fermata. E per molto tempo non ho scritto niente. Le storie venivano e io le mandavo indietro, come una madre alle prese con lo svezzamento fa col latte. Solo che le storie poi hanno vinto. Spingevano e bussavano. Avevo bisogno di un pungolo, un impegno quotidiano. Nulla dies sine linea. Nemmeno un giorno, pensai, deve passare senza che stenda un rigo su carta. Così mi iscrissi a un laboratorio di scrittura on line. Avevo bisogno che qualcuno mi desse dei “compiti” da sbrigare, ogni giorno. E funzionò: ripresi a scrivere! La scrittura non è solo ispirazione, è anche impegno, dedizione e devozione. Una palestra quotidiana dove rifarsi i muscoli della sintassi e dell’immaginazione. Per me, almeno, funziona così. Ancora oggi sono contenta quando mi chiedono di scrivere qualcosa “a tema”. In questo sono come un’alunna. Se ho il vincolo della scadenza, mi si aguzza l’ingegno!

Su cosa stai lavorando ultimamente?
Ho diversi progetti in gestazione. Un romanzo che ha ancora Napoli per protagonista, in cui si intrecciano le storie di tante persone in un momento di massima emergenza, una vera e propria catastrofe. Mi interessa immaginare come le vite, nel loro scorrere quotidiano, fatto di piccole o grandi gioie e piccole o grandi noie, possano trovare una svolta inaspettata, un nuovo punto di luce quando vanno incontro al cambiamento, anche se costrette. In Una Rivoluzione Sentimentale sostengo che la rivoluzione, prima o poi, arriva. Nel libro a cui sto lavorando sto esplorando il desiderio di fuga che c’è in ognuno di noi.

Mi sono chiesta se alla fine almeno qualcuno della V Q è riuscito a prendere più di 4 ad un compito in classe…!
Questo rimane un mistero… a cui soltanto Donnie Tammaro, l’alunno immaginario protagonista del romanzo, potrebbe dare una risposta!

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