Essere “Quasi Signorine”, intervista a Cristina Portolano

A cura di Laura Fontanella

Domenica scorsa, a Milano, quartiere Forlanini, si teneva Gomma – piccolo festival di illustrazione.
Nel contesto bucolico di CasciNet, una cascina immersa nel verde e nel sole, una piccola oasi in questa città d’asfalto e grattacieli, si sono radunati illustratori e illustratrici del milanese per esporre le loro opere. Disegni, sketch, illustrazioni, stampe, xerigrafie, di tutto e di più.
La sera, Cristina Portolano, autrice del graphic novel
Quasi Signorina, ha presentato la sua opera, pubblicata dalla Casa Editrice TopiPittori.  Per Temperamente, dopo aver letto il suo libro, ho deciso di rivolgere qualche domanda. Ci siete? Cominciamo!


Il graphic novel è senz’altro un genere in espansione che sta catturando l’attenzione anche di quei lettori che hanno giudicato il fumetto, in modo aprioristico, come “infantile”.
Come credi che si svilupperà il mondo del fumetto e della graphic novel nei prossimi anni?

Io non lo so come si svilupperà. Il fumetto è un mezzo. Può contenere opere e prodotti indirizzati a un pubblico infantile ma non può essere per sua definizione infantile. Chi si approccia al fumetto in questo modo non capirà mai niente, neanche di letteratura. Poi questo è quello che penso io, che non sono una studiosa e teorica dei mezzi di comunicazione.
Spero che però questa attenzione crescente non tenda a far diffondere prodotti scadenti solo per occupare scaffali di librerie.

La tua pubblicazione è a cura della casa editrice TopiPittori, specializzata in libri per bambini e ragazzi. Come ti sei trovata a lavorare con loro? Avete in programma altre collaborazioni?

Mi sono trovata molto bene. Mi hanno lasciato molta libertà ma allo stesso tempo ero “seguita a vista”. Non abbiamo in programma altre collaborazioni per il momento ma mi piacerebbe molto continuare a lavorarci, magari su picture book e altri tipi di progetti.

Quasi signorinaBenché TopiPittori sia una casa editrice rivolta perlopiù ad un pubblico di bambini e adolescenti, perché di fatto quella che racconti è una storia di crescita, Quasi Signorina svela una sottotrama dedicata al lettore adulto fatta di evocazioni, di riferimenti ai ruggenti anni ’80 e di ricordi che, in qualche modo, accomunano tutti quelli della “nostra” generazione.
In particolare, colpisce per la sua attualità il tema dell’educazione, profondamente diversificata tra bambini e bambine. Cristina dice di voler giocare con i giocattoli di Mario, che sono “più belli delle bambole”, e di voler portare i capelli corti “anche se sono da maschiaccio”.
Come ti faceva sentire, da bambina ma anche adesso, il fatto di non poter fare qualcosa in quanto “signorina”? Credi che oggi si stia andando verso una educazione meno rigida e meno stereotipata?

La sottotrama dedicata al lettore adulto non era programmata ma sono contenta che emerga.
Mentre disegnavo, non ho pensato mai pensato a quelli della mia generazione, riflettevo soprattutto sui giovani e sulle generazioni future.
Da piccola non capivo niente e queste differenze di genere mi erano totalmente incomprensibili, ma non le ho mai vissute come problematiche. Non mi sono mai rassegnata al fatto di non poter fare qualcosa. Ho sempre fatto tutto e non ho mai dato peso al giudizio degli altri, sia maschile che femminile. Adesso ho trent’anni e sono in piena coscienza del mio essere donna; dei  miei limiti come essere umano, invece prendo atto.
Chi è bambino/adolescente oggi credo che senta  maggiormente questa netta distinzione tra i generi.
Ed è assurdo, se ci pensi. È come se, per contrastare l’incertezza e l’insicurezza totale del tempo in cui viviamo, invece di affrontare le differenze e studiare, ci si rinchiuda in un quotidiano “protetto” che, appunto, invece di mettersi in discussione e confrontarsi, si chiude nei ruoli. Come se, facendo crollare i ruoli di genere, crollasse definitivamente l’intero sistema di valori e di conseguenza la persona, già provata emotivamente dalla paura costante nel futuro.
Questo sguardo degli adulti si riflette ineluttabilmente sui ragazzi e sulla loro educazione.
Oggi, si sta ritornando a un educazione più stereotipata, nonostante ci siano un’infinita di progetti che tendono a contrastare questo andazzo.
C’è molta auto-oggettivazione, cioè ragazzine che per interiorizzare la prospettiva degli osservatori,  trattano se stesse come “oggetti”. A proposito di ruoli di genere, ho da poco visto un documentario davvero interessante che si chiama “Miss- representation”. Lo consiglio caldamente a tutti. (Qui il trailer).

Un tema interessante che emerge è quello del tabù circa tutto ciò che riguarda il sesso. Ai più piccoli giustamente non se ne parla, ma gli adolescenti, a cui si potrebbe dare qualche riferimento in più, spesso brancolano nel buio, avidi di informazioni che domandano ad amici e amiche che però ne sanno quanto loro. Questo momento, tipico della crescita, viene ben descritto in Quasi Signorina e nella fame di informazioni di Cristina. Come si bacia, per esempio?
Credi che oggi esista la necessità di cessare questi tabù e parlare ai giovani e alle giovani in modo chiaro? Come hai vissuto tu il periodo delle medie, in cui ci si alimentava di leggende metropolitane?

Esiste la necessità di parlare ai giovani, oggi più che mai, in modo chiaro. Con i mezzi che hanno a disposizione oggi, l’accesso a tali informazioni è molto facile, ma senza gli strumenti per interpretarle risultano inutili. I ragazzi possono venire da contesti sociali ed economici differenti ma devono poter avere tutti un’educazione sessuale/sentimentale di base con cui poter vivere la loro vita e fare le loro scelte.
La sola educazione familiare non basta perché, a volte, è inesistente. Sempre più abbiamo a che fare con analfabeti emotivi. È la scuola a dover formare dei cittadini ma prima di tutto delle persone sane.
Il periodo delle medie è stato molto formativo. A distanza di anni, riesco a metterlo in una prospettiva che mi fa capire quanto sia sempre stata impermeabile ai giudizi e alle pressioni esterne. Vedevo intorno a me le mie amiche avere le prime cotte, baciarsi, fare petting e io, per seguirle, mi convincevo di essere innamorata di ragazzi che in realtà non mi interessavano. Loro mi dicevano che dovevo truccarmi, vestirmi carina, ma io non le ho mai ascoltate. Ricordo che ad un mio compleanno mi regalarono un “pantalone stretto” così potevo piacere di più ai maschi della comitiva.

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Nel tuo libro compare un altro tema caldo, di questi giorni: quello del bullismo a scuola.
Cristina viene bersagliata per via dei suoi occhiali e pure da una compagna la quale, a suon di minacce, riesce a tenersi degli orecchini che le aveva sottratto in precedenza. Cristina però non si perde d’animo, e con l’aiuto anche di Mario, cerca di andare avanti.
Come è stato rivivere quei piccoli soprusi? Cosa consiglieresti alla te stessa di allora, se potessi viaggiare nel tempo e sconfiggere i bulletti che ti davano noia a scuola? Come pensi che si possa sconfiggere il bullismo nelle scuole nostrane?

È stato terapeutico. Era da anni che volevo raccontare queste cose.
Quell’atto di bullismo nel mio libro ha un valore simbolico perché rappresenta tutti i piccoli e costanti soprusi e cattiverie subite nell’arco, seppur breve, di una vita.
Nel libro, come nella realtà poi, tutte queste e altre cose messe in fila hanno contribuito alla decisione della piccola protagonista di andarsene.
Ma alla me stessa di allora consiglierei di andare avanti e di non prendersela ma di far tesoro di quelle esperienze e tramutarle in qualcosa di positivo. Il bullismo si combatte con l’educazione, anche e soprattutto con l’educazione di genere.

Le mestruazioni, il ricorrente diventare “signorina”, è un elemento attorno a cui gira tutta la tua opera. Le mestruazioni come rito di passaggio, come fine di un’epoca, come celebrazione, come segno indelebile dell’essere donna. Pensi che l’attesa del menarca sia esasperata e caricata di eccessive aspettative?
Pensi che per i maschietti esista un momento così pregno di significato?
Credi che oggi le mestruazioni siano ancora considerate, tra le giovanissime, come qualcosa di cui ci si debba vergognare o si è più aperti nel considerarle un mensile appuntamento con la naturalezza del proprio corpo?

Le giovani ragazze non credo conoscano il significato della parola menarca e penso tendano a vedere prima il sangue della rottura dell’imene piuttosto che quello delle mestruazioni, purtroppo. Per i maschietti un momento così pregno di significato potrebbe essere quello della prima masturbazione e/o la prima eiaculazione, il che non coincide per forza con la prima masturbazione.
Ad oggi, non c’è più il senso di pudore e vergogna di una volta, tranne in alcuni rari casi; quindi, penso che le giovanissime non se ne vergognino più ma che, anzi, se ne vantino come per dire “guarda adesso sono grande!”

Ringraziamo ancora Cristina Portolano per la disponibilità concessaci e speriamo che il suo “Quasi Signorina” si riveli un successo. Presto, pubblicheremo anche una vera e propria recensione del suo graphic novel. Stay tuned, su Temperamente.

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