“Gli indifferenti” – Alberto Moravia

“Sarebbe bastato un solo atto sincero, un atto di fede, per fermare questa baraonda e riassettare questi valori nella loro naturale, abituale prospettiva (…). ‘E se veramente tu sapessi rimettere le cose in quei luoghi dove comunemente stanno, credi tu che te ne troveresti avvantaggiato? Credi tu che diventare un vero fratello, un vero figlio, un vero amante, un vero uomo qualunque, egoista e logico come ce ne sono tanti, significherebbe un progresso difronte alle tue presenti condizioni?’”

Michele e Carla sono due giovani poco più che maggiorenni alle prese con la vita che si fa tale. Esponenti di una classe alta moralmente corrotta e decadente, in tutto e per tutto segnati da essa, sono ormai indifferenti alla vita. Nenche davanti a Leo, che impersonifica il loro triste destino, riescono a provare un vero odio. Lungo tutta la storia, Michele è inquieto, tribola e scalpita mentalmente, senza però reagire mai seriamente. Fondamentalmente, non gliene frega niente, perché guarda alla sua vita, così stereotipata e ripetitiva, come fosse un set cinematografico, finto, vuoto, insensato. Il futuro, con le sue possibilità ed ipotesi – morto, uccisore o amante – non lo convince davvero, sa di non appartenere a nessuno di essi. Carla, la sorella, sembra un buon automa a cui si sono date varie istruzioni, da eseguire comunque vadano le cose. Anche lei, vittima del suo ruolo, prosegue la sua vita accettandola così com’è, senza ribellarsi, senza passione, come se fosse quella di un altro.

Anche Alberto Moravia aveva circa vent’anni quando nel 1925 ha iniziato a scrivere questo suo primo libro. Nelle pagine de “Gli indifferenti” risuonano tutte le sue incertezze di essere umano che va avanti senza capire bene il perché, forse perché così è scritto, forse perché è la natura, forse perché così è la vita. Ma, poi?

Michele si chiede se sarebbe meglio se la sua vita cambiasse o fosse diversa; il problema è che non lo sa, se la immagina senza vederla, non riesce a credere in una vita diversa. Nella sua indifferenza, tutto è uguale, non c’è un “meglio” o un “peggio”: è tutto così completamente inutile che non vale neanche la pena provarci.

Moravia dipinge dei caratteri incredibilmente veri in una vita totalmente falsa, in cui l’unica persona che sembra struggersi e addolorarsi è quella che invece ha messo su tutto il teatrino: Mariagrazia, madre dei due ragazzi, è il personaggio che più sembra provare vere emozioni, piange e si dispera, critica e si preoccupa, interpretando magistralmente il suo ruolo, comico e disperato, di fautrice di tutti i drammi.

L’ineluttabilità del proprio destino è quella che Michele e Carla vedono davanti a sé, la comodità nella quale le loro vite vanno a sedersi senza sobbalzi ne picchi, la tragicità è che sprofondano all’interno di essa, senza uscirne, al massimo scalpitando un po’, come un bambino che fa i capricci prima di andare a scuola, pur sapendo che dovrà comunque andarci, rassegnandosi a quello che è stato per loro (e loro stessi hanno) messo in conto.

Azzurra Scattarella

Alberto Moravia, “Gli indifferenti”, Bompiani, i grandi tascabili, € 9.50

3 commenti a ““Gli indifferenti” – Alberto Moravia”

  1. Angela Liuzzi says:

    I miei complimenti ad Azzu, che è riuscita a tracciare un quadro puntuale di quest’opera grandiosa e attualissima.
    Amo Alberto Moravia per la sua prosa cristallina, per il modo in cui costruisce i romanzi e perché non mi dà tregua, quando lo leggo. Pensare, poi, che quando scrisse “Gli indifferenti” aveva la mia età mi fa… rabbrividire (per la sua grandezza). Genio!

  2. Matilde Perriera says:

    STRADE DIVERSE DA ESPLORARE di Matilde Perriera. Alberto Moravia. Il narratore, ritenuto inadeguato alle giovani menti degli adolescenti, risorge dalle ceneri, si riscatta e, con geniale acutezza, lascia un modello a quanti riescono a penetrare nella tessitura capillare delle microstorie rasppresentate nei suoi INDIFFERENTI (1929). Sedici capitoli serrati e linguaggio asciutto per scolpire in ipotiposi il mondo borghese chiuso e soffocante, con uomini accecati, privi di fede e di certezze, senza illusioni e senza speranze; ne coglie lo sfacelo, l’ipo¬crisia, le meschinità, la menzogna, il relativismo orizzontale, la lanterninosofia, il solipsismo e osteggia, anche inconsciamente, la retorica gabrieldannunziana, di cui il Fascismo, per incantare le masse, faceva il suo cavallo di battaglia. Marchiare personaggi sclerotizzati in una forma e condannare il prostituirsi dell’intelligenza è il suo imperativo, il sesso è sfaccettatura del tutto marginale, semplice mezzo conoscitivo della personalità umana. Tutta l’azione si svolge quasi sempre in luoghi chiusi, in un gioco di luci e ombre che aiuta il lettore a ricostruire la realtà ambigua in cui gli attanti si muovono. Mariagrazia Ardengo convive, o quasi, con Leo Merumeci; per ironica antonomasia, è definita la madre, forse perché è la negazione di quello che dovrebbe essere il suo ruolo. Leo, uomo ricco, sicuro di sé, cinico e amorale, stanco di Mariagrazia, ha messo gli occhi sulla figlia dell’amante, Carla, che ne accetta le profferte, ma è instabile e inquieta. Lisa è invaghita di Michele, studente universitario che, con lucidità mentale, riconosce la sua impotenza e proprio questa sua chiaroveggenza lo arresta. Vorrebbe provare sdegno, odio, disprezzo, ira … smascherare le manovre di Leo che, attraverso un disonesto gioco di ipoteche, sta per impadronirsi della villa degli Ardengo … ma non riesce a procedere; la pistola, con cui dovrebbe uccidere Leo, è scarica, un atto mancato freudianamente significativo, indice del suo stato d’animo contraddittorio. Nell’inferno borghese di Moravia, allora, non vi sono epifanie? Così pare … eppure … eppure … Michele, l’antieroe, il galleggiante alla deriva, il relitto senza scopo è un vincitore tra tanti vinti che affondano in questo demistificante mondo in sfacelo e, pur nella sua staticità, è la figura più interessante; non cresce, vive di utopie e non di azioni, nel suo cerebralismo, sempre sdoppiato tra quello che pensa e quello che dice, prova compassione verso chi aderisce alla realtà e verso un sè stesso non molto differente, se non nelle intenzioni. Lo studio di questa opera a scuola, grazie a tali connotazioni, costituisce momento di grande formazione perché, contrastivamente, attraverso le esegèsi approfondite, si dimostra la necessità di danzare insieme nella pioggia e di abbattere i muri di acciaio tra i propri simili. Il MICHELE/MORAVIA autodiegetico, insomma, ipotizzando strade diverse da esplorare, ha mostrato il coraggio di uscire dall’opprimente ristagno in cui si arenavano gli ideali della sua età e, con soddisfazione di essersi impegnato senza risparmiarsi in nulla, può dire che ha imparato a conoscere il mare meditando su poche gocce di rugiada.

  3. Matilde Perriera says:

    GOCCE DI RUGIADA, di Matilde Perriera. 1964. Francesco Maselli, rivolgendosi a chi aveva ritenuto la tematica scabrosa e inadeguata alle giovani menti degli adolescenti, propone la rilettura de Gli Indifferenti (1929). In 115 minuti, fa risorgere dalle ceneri Alberto Moravia, lo riscatta, ne fa un modello per quanti riescono a penetrare nella tessitura capillare delle microstorie rappresentate. Un cast internazionale di ragguardevole livello che, con linguaggio asciutto ed essenziale, marchia personaggi sclerotizzati in una forma, condanna il prostituirsi dell’intelligenza, si erge contro ipo¬crisia, meschinità, menzogna, relativismo gnoseologico, lanterninosofia, solipsismo. Tutta l’azione si svolge quasi sempre in luoghi chiusi, in un gioco di luci e ombre che aiuta il lettore a ricostruire la condizione ambigua in cui gli attanti sono immersi. Paulette Goddard, alla sua ultima apparizione filmografica, convive, o quasi, con Leo Merumeci; per ironica antonomasia, è definita la madre, forse perché è la negazione di quello che dovrebbe essere il suo ruolo. L’uomo, ricco, sicuro di sé, cinico e amorale, stanco di Mariagrazia, ha messo gli occhi sulla figlia dell’amante, Claudia Cardinale, che, nelle vesti dell’instabile e inquieta Carla, ne accetta le profferte. Shelley Winters, Lisa, è invaghita di Michele, studente universitario che, con lucidità mentale, riconosce la sua impotenza ed è annientato proprio da questa sua chiaroveggenza. Il giovane vorrebbe provare sdegno, odio, disprezzo, ira … smascherare le manovre del brillante Rodney Steiger che, attraverso un disonesto gioco di ipoteche, sta per impadronirsi della villa degli Ardengo, ma non riesce a procedere; la pistola, con cui dovrebbe ucciderlo, è scarica, un atto mancato freudianamente significativo, indice del suo stato d’animo contraddittorio. Certo, il romanzo è di ben altro spessore. Il film pecca per l’imprecisa ricostruzione storica e l’eccessivo spazio riservato alle scene erotiche che non lasciano spazio ad alcuna epifania nell’inferno borghese. L’imperativo di Moravia, invece, è quello di scolpire in ipotiposi il mondo borghese chiuso e soffocante, di far salire alla ribalta uomini accecati, privi di fede e di certezze, senza illusioni e senza speranze; il sesso, nel romanzo, è sfaccettatura del tutto marginale, semplice mezzo conoscitivo della personalità umana. Nei sedici capitoli serrati, infatti, si dimostra la necessità di reagire al senso di inadeguatezza ante litteram di fronte al crollo di tutti gli antichi valori, di danzare insieme nella pioggia e di abbattere i muri di acciaio tra i propri simili; lo stesso Tomas Milian, l’antieroe, il galleggiante alla deriva, il relitto senza scopo, sempre sdoppiato tra quello che pensa e quello che dice, è un vincitore tra tanti vinti immersi in questo demistificante mondo in sfacelo e, pur nella sua staticità, prova compassione verso chi aderisce alla realtà e verso un sè stesso non molto differente, se non nelle intenzioni. Il MICHELE/MORAVIA autodiegetico, insomma, ipotizzando strade diverse da esplorare, ha mostrato il coraggio di uscire dall’opprimente ristagno in cui si arenavano gli ideali della sua età e, con la soddisfazione di essersi impegnato senza risparmiarsi in nulla, può dire che ha imparato a conoscere il mare meditando su poche gocce di rugiada.

Commenta “Gli indifferenti” – Alberto Moravia