C’è chi sogna di diventare una star, chi una scrittrice, chi un profeta. È questo il caso di Kahlil Gibran, autore libanese vissuto tra Oriente e Occidente a cavallo tra ‘800 e ‘900. “Il profeta” è proprio il titolo del libro che gli ha regalato il successo nel ’23.
La lettura procede scorrevole per metafore e aforismi che parlano dell’anima e all’anima.
Dopo aver trascorso un periodo nella città di Orphalese, il profeta, Amustafa (l’ “eletto”), deve riprendere il suo viaggio; una nave l’attende ma il capitano, paziente, sa aspettare.
Approfittando degli ultimi attimi, gli abitanti, nelle vesti della sacerdotessa Amitra o di un muratore o di un contadino o di un vecchio, gli chiedono di parlare dei temi più vari: dall’educazione all’amore, dall’amicizia al matrimonio, ognuno dei quali costituisce una sorta di paragrafo. L’uomo risponde in modo piano e articolato, con saggezza e sicurezza, con speranza e fiducia, mentre gli abitanti ascoltano con attenzione, con quella capacità di fermarsi e apprendere che, ai giorni nostri, è ormai rara.
Ma giunge l’ora di andare.
«Addio, popolo di Orphalese.
Questo giorno è finito.
Si chiude su di noi come il giglio d’acqua sul suo domani.
Conserveremo quel che ci fu dato qui.»
Quali orizzonti solcherà il profeta? Tornerà? E noi? Cosa siamo noi dopo esserci alienati da tutto e da tutti, dopo essere stati catturati dalla profondità, vastità e ambiguità delle sue parole? La risposta non è univoca, ma ti ringrazio profeta per avermi scosso l’anima.
Susanna Maria de Candia
Kahlil Gibran, Il profeta, Feltrinelli (collana Universale Economica Oriente), 2006, pagg. 90, 5€















