Ci sono libri che si presentano come una tormenta di neve, come un vortice che ti risucchia conducendoti in terre ignote.
L’Adalgisa è un viaggio che non comprendi se non alla luce di uno studio critico non approntato da noi, appassionati lettori e critici in erba.
Nonostante la difficoltà dell’avventura, che a mano a mano si disvelava nella lettura, giungo al traguardo: pag. 296. Considerazioni immediate: “finalmente!”. Finalmente perché, se ai dieci disegni milanesi (questa la definizione dell’autore per i racconti di cui il libro si compone) ne fosse seguito un altro, dubito sarei tornata alla vita di ogni giorno. Sarei stata definitivamente assorbita da quella scrittura vorticosa, magmatica e materica di un autore che non narra, descrive; non dipinge, schizza; non sviluppa una storia, la monta.
I dieci frammenti, infatti, provengono da altri scritti incompiuti. Non hanno continuità logico-narrativa; sono spaccati di vita. Vita milanese, vita borghese che Gadda irride e deride attraverso una penna deformante, ironica e caotica. E quanto più colpisce le parvenze, le ipocrisie, le falsità, tanto più s’aguzza l’elencazione di oggetti e l’uso di termini tecnici e specifici spesso inafferrabili. Ad aggiungere colore e confusione, l’inserimento di battute in dialetto.
«Fortuna che ci sono le note» il poco avveduto lettore direbbe. «Giammai!» gli risponde chi ha imparato a conoscere Gadda. Le note sono per lui altro testo, altra opportunità per ridicolizzare i soggetti in gioco.
Insomma, se avete voglia di provare il brivido di una lettura che dà le vertigini, buon viaggio, temerari lettori!
Susanna Maria de Candia
Carlo Emilio Gadda, L’Adalgisa, Garzanti, pp. 296, 12 €















