“Breve diario di frontiera” – Gazmend Kapllani

Gazmend Kapllani è un docente universitario, che vive tra l’America e l’Europa, con una storia decisamente atipica. Sì, si è laureato e ha svolto una tesi di dottorato, ed è stato Fellow ad Harvard, ma non tutti hanno lasciato il proprio paese d’origine a piedi, valicando le montagne, appena raggiunta la maggiore età. Il paese in questione era l’Albania e nel 1991, quando il regime totalitario cadde, Kapllani lascia tutto insieme a un gruppo di altri connazionali. In Breve diario di frontiera esporrà proprio questi fatti, intervallando i ricordi di quello che è stato a una serie di riflessioni assolute per tutti quelli che hanno vissuto l’esperienza (o forse l’etichetta) di migrante. La vita in Albania durante il regime, i tentativi di fuga di altri, la sua fuga, l’arrivo in Grecia, le condizioni di vita nel centro profughi, le illusioni svanite nel meraviglioso Occidente capitalista, la nuova vita.

Il migrante, scrive Kapllani, è schizofrenico. Si chiede costantemente perché ha lasciato il suo paese e costantemente si risponde con i centomila validi motivi per cui uno prende questa decisione, si sente umiliato dagli altri esseri umani che lo circondano e che non lo capiscono in quanto migrante, diverso, non voluto e probabilmente criminale, e conserva un minimo di amor proprio e furente orgoglio nei confronti di se stesso, delle pene sofferte, del suo popolo e della sua terra. E’ perennemente in bilico tra l’odio e l’amore per se stesso e per ciò che è stato, l’unica sua salvezza è obbedire all’imperativo del “Devi“: devi farcela, devi sopravvivere, devi riuscire. Un giuramento di sangue e carne che il migrante fa con se stesso nel momento in cui decide di emigrare. Deve dimostrare di essere all’altezza, di non farsi sconfiggere, di potercela fare, a qualunque costo.

I migranti infatti pur somigliandosi tra di loro, in realtà sono molto diversi l’uno dall’altro, proprio come qualunque altro essere umano.

Albanese, greco, italiano, africano, chiunque tu sia, questo libro spiega in modo lucido ed esemplare che siamo tutti esseri umani ed è solo un caso se ti sei trovato in una data regione geografico o momento storico. Che davanti a qualcosa che schiaccia e comprime la tua anima si può reagire in soli due modi: lasciarsi appiattire e schiacciare dalla logica del più forte, abbassare la testa, sopprimere ogni istinto di libertà e curiosità e conformarsi, accettando che 2+2=5; oppure sfruttare ogni possibilità che il caso (sempre lui) ti da per poter sfuggire a una vita che somiglia a una non vita e cercare di affermarsi come essere umano altrove.

Esiste la categoria “libri per tutti”? Beh, secondo me, anche se non è scritta e non la trovi né in libreria né in biblioteca, esiste e questo libro vi rientra di diritto. Vi spiego perché: perché è il libro di una caduta e una risalita, di un colpo di culo in fondo a un corridoio buio e lugubre, un libro che ti spiega bene cosa significa immigrare ed essere un immigrato in terra straniera. All’inizio, quando sbarchi o arrivi, e hai i capelli arruffati, i jeans fuori moda e accetti qualunque lavoro pur di mangiare; e anche dopo, quando magari ti sei costruito difficilmente una famiglia e un lavoro, e continui a pensare alla tua madrepatria, dilaniato dal “Prima o poi ci torno” e il “Ho troppa paura di tornare e vedere quel che c’è, e come mi sentirei io”.

Circa 200 pagine che si leggono tutte d’un fiato, a volte dure e terribili e a volte ironiche, dove l’ironia diventa l’unica arma possibile davanti alle situazioni paradossali in cui un regime totalitario ti mette: ad esempio, quando tuo zio super fissato denuncia la nuora, o l’esaltato muore cadendo, visto che ha l’abitudine di arrampicarsi di notte sui tetti per controllare se le antenne siano messe bene e non captino segnali occidentali.

Ogni giorno c’è una nuova tragedia, in mare o in città o in qualche remoto paese che tanto remoto non è. Il numero dei morti fa il paio con quello delle ingiustizie e degli abusi che queste persone sono costrette a subire ogni giorno, senza però che i conti quadrino mai con come le loro speranze e sogni. Non riesco ad aggiungere molto altro se non che un imperativo: leggete, comprendete, espandete.

Gazmend Kapllani, Breve diario di frontiera, Del Vecchio, 2015, €15

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