Ophelia e le Officine del Tempo di Emanuela Valentini

Ci sono romanzi che catturano il lettore fin dal titolo. Ophelia e le Officine del Tempo è uno di quelli.

Due parole, prima di tutto, per definire il genere a cui appartiene questa storia. Lo steampunk é un’ucronia (dal greco ού=non e χρόνος=tempo ovvero un “nessun tempo”), caratterizzata da un periodo storico (il XIX secolo) e da un’ambientazione (per lo più la Londra vittoriana) in cui esiste una sofisticata tecnologia alternativa. Una frase famosa spiega efficacemente il genere: “come sarebbe stato diverso il passato se il futuro fosse accaduto prima”.

La precisazione era necessaria per consentirvi di comprendere appieno la particolarità del romanzo di cui oggi vi parlo, scritto da un’autrice emergente italiana per la quale non si fa fatica a immaginare un futuro letterario importante. Emanuela Valentini riversa in questo libro (tra i vincitori del torneo IoScrittore 2012 indetto da GeMS) tutta la sua ricca esperienza di lettrice: supera i confini tra i generi, contamina, mescola e infine, da buon demiurgo, rimodella le caratteristiche pescate qua e là tra fantascienza, noir, horror, fantasy, gotico.

Quella di Ophelia è una storia in cui i richiami alla letteratura d’altri tempi (cito uno per tutti, Dickens) si fondono con l’ispirazione ai grandi scrittori di fantastico (Pullman in primis). Risultato: un’atmosfera retrò e al tempo stesso futurista, un’allucinazione storica che afferra il lettore sin dalle prime pagine e lo trascina fino in fondo senza dargli il tempo di accorgersene.

Già, il tempo. È lui il protagonista invisibile di questa bellissima storia. Tutto in Ophelia ruota attorno al tempo e nasce da una domanda inquietante: quanto saremmo disposti a pagare, per avere più tempo di quanto la nostra condizione umana ci concede?

C’è molto in questo romanzo: una trama originale e ben costruita, un’ambientazione visionaria e affascinante, una scrittura coinvolgente, l’uso sapiente di meccanismi narrativi in grado di tenere sempre alta l’attenzione del lettore, personaggi ben caratterizzati che non rinunciano ai propri sogni nonostante il tormento interiore che li affligge, cattivi magistrali che sono esemplare personificazione delle miserie umane, convinti delle proprie azioni fino alla follia e prigionieri di ossessioni che li inducono a sfidare ogni limite.

Sotto la cortina fumosa della Londra vittoriana, scopriamo pagina dopo pagina tanti messaggi nascosti, con i quali l’autrice spinge a riflettere su valori a lei cari: l’amicizia, la famiglia, la fiducia nel futuro, il riscatto sociale, la libertà di scegliere ed essere se stessi, il rispetto per gli altri e soprattutto l’umiltà nell’accettare i doni che la natura ci offre, senza cadere preda di folli utopie.

E poi, il finale: «Mettiti comoda, tesoro. Ti racconto una storia». Una storia che si chiude su se stessa, in un circolo che non potrebbe finire mai. È proprio qui, nelle ultime parole del romanzo, che inizia l’avventura di Ophelia Johnson.

Monica Serra

Emanuela Valentini, Ophelia e le officine del tempo, Io scrittore, 2o13

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