“Dracula” – Bram Stoker

C’è stato un periodo, tanto tanto tempo fa, in cui i vampiri erano ancora vampiri, ed erano considerati una razza di tutto rispetto: un periodo in cui gli esseri umani non si innamoravano di loro, e in cui questi mostri pensavano solo a procacciarsi cibo e progenie, non a fare a sesso. Poi… be’, poi sono arrivate le fanwriter assetate di romance e, lo sappiamo tutti, le cose sono degenerate.
No, tanto per cambiare non voglio deridere la Meyer, ma l’intera schiera di pseudo scrittrici che negli ultimi anni hanno reso risibile quella che in campo horror doveva essere una delle specie più terribili e paventate. Parliamo di non morti che si nutrono di sangue umano, esseri dal cuore arido come la pietra che non sanno più cosa siano i sentimenti, e che quando avvertono l’odore della preda sono incapaci di controllare i propri istinti o porre freni alla propria sete perché questo, semplicemente, andrebbe contro la loro natura.

Io i vampiri ho imparato a conoscerli tramite la Masquerade, ma devo ammettere che all’inizio la Rice non mi dispiaceva; i primi tre romanzi diciamo, poi anche i suoi, di vampiri (già fin troppo “umani” nel caso di Louis, anche se personaggi come Claudia erano di tutto rispetto), hanno cominciato ad avere strani sbalzi ormonali e a pensare più a rimorchiare – per dirla in maniera elegante – che ad uccidere, quindi mi sono venuti a noia.
Ormai il vampiro, per la gioia delle adolescenti più romantiche, è entrato nell’immaginario comune come essere affascinante dalla coscienza che rimorde, quasi sempre si dedica a diete vegetariane e, sì, pur non respirando o non avendo un apparato digerente funzionante, spesso e volentieri fuma, mangia e beve come chiunque altro… che tristezza.

Grazie al cielo è esistito Bram Stoker e grazie al cielo potete ancora leggere Dracula, se volete imparare qualcosa su come agisce un vero vampiro (fermo restando possiate poi preferirne la versione edulcorata e zuccherosa moderna: però, suvvia, se vi spacciate per fan dei succhiasangue, Dracula dovete averlo letto).
Il Conte di Stoker non scintilla alla luce del sole e non fa palpitare i cuori delle donne con un solo sguardo, al massimo riesce a farle scappare a gambe levate; naso aquilino, occhi rossi come braci, solitario e inquietante, si muove come un’ombra fra i viventi e la notte si trasforma in pipistrello. Nell’Inghilterra del 1890, il Conte Dracula semina orrore e panico fra i viventi dissanguando giovani vergini per farne, come nel caso della bella Lucy, sue seguaci; fermarlo toccherà al professor Abraham Van Helsing, insieme ad un piccolo manipolo di uomini armati solo di aglio, paletti in frassino e un bagaglio di tradizioni dure a morire.
Oggi quelle tradizioni non le ricorda quasi più nessuno (già è un miracolo in Buffy il sole fosse ancora arcinemico dei vampiri, almeno quello), ma rispolverare un vecchio capolavoro, fra la lettura di una storia d’amore soprannaturale e l’altra, non fa mai male: servirà se non altro a ridare lustro a creature che, se esistessero, andrebbero schivate come la peste e rispettate. Le stesse creature che, incrociandovi ad un angolo di strada in piena notte, non ci penserebbero due volte a far di voi la loro cena, senza prima regalarvi una scatola di cioccolatini o invitarvi al pub per bere qualcosa.

Ursula Arcuri (Regan)

Bram Stoker, Dracula, Grandi Tascabili Economici Newton, 352 pagg, euro 6,00

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