“A portata di mano” – Tilman Rammstedt

Inevitabilmente le traduzioni comportano la perdita di qualcosa, del vero spirito dell’opera (come direbbe von Humboldt), ma allo stesso tempo permettono la loro sopravvivenza (concetto meglio espresso dai tedeschi con il termine fortleben). Nel chiudere questo libro subito mi sono venuti in mente questi concetti della teoria della traduzione, convinta che purtroppo qualcosa è andato perduto, ma un quid che mi rende curiosa di leggere questo romanzo anche in tedesco (sperando di esserne presto in grado).

Il merito di A portata di mano è senza dubbio la fiducia nei legami, quei legami in cui si prometteva un “per sempre” che il tempo ha smentito, perché le persone si perdono di vista, si allontanano, a volte. E ammiro Felix, sebbene in un primo momento non riuscivo a capire il perché delle sue azioni (se lo domanda egli stesso), lo ammiro per la sua tenacia nel voler recuperare a tutti i costi, addirittura attraverso un rapimento, un rapporto di amicizia ormai perso. La molla che fa scattare tutto questo è l’invito al matrimonio di Katharina, perché non era stato rispettato “l’ordine prestabilito”: Felix doveva essere il primo, Katharina la seconda, e Konrad l’ultimo, dopo un bel po’. I tre amici si trovano così nuovamente riuniti e pagina dopo pagina Rammstedt ci aiuta a conoscerli sempre meglio attraverso una scrittura ricca di flash back, che rivela gli interrogativi, i timori, le speranze di Felix.

Un libro senz’altro molto curato e che non mi è dispiaciuto leggere, ma nel quale non sono riuscita a rispecchiarmi e mai mi sono immedesimata in Felix. Forse per una convinzione personale, che il passato è passato, e, contrariamente alle aspettative dello scrittore, chiuso il libro non ho pensato neanche uno momento di chiamare gli amici di un tempo.

Simona Leo

Tilman Rammstedt, A portata di mano, traduzione di Carolina d’Alessandro, Del Vecchio Editore, pp. 221, euro 13

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